femminicidi
29 Novembre Nov 2018 0600 29 novembre 2018

Il “codice rosso” non basta: la giustizia italiana ha un problema enorme con la violenza sulle donne

Ottima l’idea di una corsia preferenziale per i reati contro le donne. Ma è molto difficile che funzioni. Perché, dati alla mano, la magistratura non sta dimostrando sufficiente interesse e sufficiente sensibilità (anche culturale) per contrastare davvero i femminicidi

Violenza Donne

Una volta tanto non si legifera su un'emergenza inventata o gonfiata a tavolino. Il “Codice Rosso” per i reati di violenza contro le donne, varato ieri dal governo su proposta del ministro Giulia Bongiorno cerca di dare uno scossone all'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura finora piuttosto modesta, imponendo una priorità a questo tipo di denunce: comunicazione obbligatoria alla magistratura; audizione della denunciante entro tre giorni.

È il terzo tentativo in pochi anni di scuotere gli apparati di pubblica sicurezza e quelli investigativi: ci provò il governo Letta nel 2013, inserendo la violenza domestica tra i reati a trattazione prioritaria, insieme a terrorismo e crimine organizzato. E ancora prima, nel 2010, il Csm aveva emanato una direttiva per chiedere a Procure e Tribunali di organizzare sezioni specializzate. Niente da fare. Più o meno ogni tre giorni leggiamo la storia di una donna ammazzata da un uomo con cui aveva avuto un rapporto affettivo o familiare, ripetutamente da lei denunciato senza alcun esito. L'ultima, atroce, riguarda la signora Silvia Zani di Sabbioneta: il suo ex marito, dopo averlo minacciato più volte, ha dato fuoco alla casa dove viveva con i tre figli. Il più piccolo, 4 anni, è morto. La pericolosità dell'uomo era accertata da ripetute denunce, referti medici, persino video, ma la Procura di Mantova aveva negato l'arresto limitandosi a vietargli di avvicinarsi all'abitazione.

Un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalking presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma

Molte delle 120 storie di donne ammazzate nel 2016 e delle 100 circa del 2018 seguono lo stesso copione. E viene da chiedersi se il nocciolo duro della resistenza ad agire, a comprendere il rischio, a contenerlo prima che si realizzi, non venga proprio dalla categoria dei magistrati, che in altri contesti si presentano come punta di diamante dell'avanzamento e della modernizzazione del Paese.

L'ultima relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato ci ha rivelato che un quarto delle denunce per violenza, maltrattamenti domestici o stalking presentate “contro soggetti noti” viene archiviato, con notevoli picchi nelle città metropolitane: 45 per cento a Milano e 35 per cento a Roma. Anche quando si arriva al processo, sembra che esistano norme diverse a seconda delle aree geografiche: a Caltanissetta quasi la metà degli imputati (43%) viene assolta, a Trento solo il 12,6 per cento, ed è ovvio interrogarsi su questa disparità. Le denuncianti di alcune zone sono “più bugiarde”? Oppure quelle Procure, quei Tribunali, indagano in modo più superficiale, sono più inclini a giustificare gli imputati?

Non è questione da poco, e forse il problema è ancor più grave di quel che immaginiamo. La Commissione ha svolto gran parte del suo lavoro proponendo un questionario a Procure, Tribunali ordinari, corti di Appello e di Cassazione: 304 uffici in tutto, 43 dei quali non si sono nemmeno degnati di rispondere. Molti altri lo hanno fatto in modo così lacunoso da rendere impossibile la valutazione. Nel 70 per cento dei casi registrati nel sistema informatico SICP non è stato neppure inserito il sesso della vittima, rendendo di fatto impossibile ogni lavoro statistico.

Se il signor Tal dei Tali di Sabbioneta avesse mandato all'ospedale due o tre volte il suo socio in affari, lo avesse minacciato in pubblico di morte, avesse menato i suoi figli, certo non sarebbe rimasto a piede libero

La sensazione che esista uno specifico problema culturale nel nostro sistema giudiziario è molto forte, e ingigantita dai raffronti con altri tipi di allarme criminale. Se queste 1.740 donne ammazzate in dieci anni (il 71% in famiglia), per non contare le sfregiate, le picchiate, le violentate, fossero state uomini rimasti vittima di qualsiasi altro fenomeno delinquenziale – terrorismo, mafia, racket – avremmo super-procure, sezioni specializzate, pool investigativi interforze, specifici finanziamenti e corsi di specializzazione a tutti i livelli. Se il signor Tal dei Tali di Sabbioneta avesse mandato all'ospedale due o tre volte il suo socio in affari, lo avesse minacciato in pubblico di morte, avesse menato i suoi figli, certo non sarebbe rimasto a piede libero con la semplice ammonizione a stargli lontano. Invece, par di capire, “sono solo donne” e quindi no, la questione ha minor rilievo, l'urgenza organizzativa non si avverte, i signori Tal dei Tali vengono redarguiti – «Ora basta, non si avvicini più» – ma la galera sembra un atto eccessivo.

Magari questo nuovo Codice Rosso riuscirà dove i precedenti hanno fallito e convincerà polizia e magistratura a inquadrare questa costante emergenza come tale. Magari no, magari bisognerà aspettare che uno scrollone all'attenzione di Procure e Tribunali lo dia un nuovo tipo di sensibilità della dirigenza: oggi sono donne oltre la metà dei magistrati in servizio, ma tre incarichi direttivi su quattro restano saldamente occupati da uomini. Non c'è da stupirsi se un sistema così fortemente orientato al maschile ha difficoltà a mettersi in sintonia con una categoria di reati che riguarda quasi esclusivamente le donne.

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