1 Dicembre Dic 2018 0600 01 dicembre 2018

Il disastro Di Maio è la metafora perfetta di questa Italia in rovina

Vicende personali imbarazzanti, sparate smentite dai fatti cinque minuti dopo, legittimazione politica ai minimi storici: non ci voleva un veggente a immaginare sarebbe finita così. Eppure gli abbiamo affidato il timone dell’Italia in mezzo alla tempesta

Di Maio Selfie Linkiesta

In un recente sondaggio di EMG Aqua, è stato chiesto agli italiani se avrebbero affidato tutti i loro risparmi a Luigi Di Maio. Il 74% ha risposto che no, non lo farebbe. Certo, il 73% non li affiderebbe nemmeno a Salvini, e la maggioranza, il 54%, non lascerebbe i suoi averi nemmeno a Mario Draghi. È sintomatico, tuttavia, che in un momento tra i più delicati della storia recente dell’Italia - paragonabile forse solo alla crisi del 92-94 e a quella del 2011-2012 - l’Italia si sia affidata mani e piedi a un politico inesperto, senza alcuna esperienza di governo, nemmeno amministrativo, senza alcuna professionalità, senza alcuna competenza. Peggio ancora, che l’abbia fatto la principale forza politica italiana, in ossequio al devastante principio dell’uno vale uno (o se preferite dell’uno vale l’altro).

La vicenda personale che ci ha accompagnato durante la settimana, quella dei lavoratori in nero pagati dall’azienda del padre di Di Maio, che poi si era scoperto essere l’azienda di Di Maio, al 50%, che poi si è scoperto che Di Maio l’aveva pure costituita e si era dimenticato di dichiarare alla Camera nel 2013, violando una legge al grido di “onestà, onestà”, è solo la punta dell’iceberg che semmai conferma la palese inadeguatezza del capo politico, ministro dell’economia e del lavoro e vicepremier del governo gialloverde.

Il risultato è che oggi abbiamo un uomo politico in balia delle bordate di avversari politici e mass media, a causa di trascorsi professionali imbarazzanti. Abbiamo un leader di maggioranza con la data di scadenza del suo secondo e ultimo mandato pinzata al bavero, interlocutore inadeguato sia per i suoi alleati della Lega, sia per buona parte del suo Movimento

Il risultato è che oggi abbiamo un uomo politico in balia delle bordate di avversari politici, mass media ed eventuali “poteri forti” a causa di trascorsi professionali imbarazzanti. Abbiamo un leader di maggioranza con la data di scadenza del suo secondo e ultimo mandato pinzata al bavero, interlocutore inadeguato sia per i suoi alleati della Lega, sia per buona parte del suo Movimento, molto più balcanizzato di quanto le apparenze esterne non dicano. Abbiamo un capo politico di un Movimento che perde un punto percentuale al mese, specializzato nello spararle enormi e senza senso, buon ultima la “bomba” su 6 milioni di tessere del reddito di cittadinanza in stampa senza che ancora la bandiera programmatica del Movimento Cinque Stelle fosse legge dello Stato. Abbiamo un ministro del lavoro che con la sola imposizione di un decreto (dignità) ha fatto sparire 170mila posti di lavoro in soli tre mesi. E che, come racconta all’Espresso, ha nominato segretario generale del suo dicastero lo sconosciuto amministratore di una cooperativa fallita con una laurea telematica come titolo studio, tale Salvatore Barca, il cui unico merito, a quanto pare, è quello di essere un militante Cinque Stelle. Quando si dice la meritocrazia e pure la democrazia (diretta).

E non è nemmeno colpa sua, a dire il vero. Sfidiamo chiunque di voi, di fronte a una tale legittimazione popolare, a non sentirsi in qualche modo adeguati a prendere il timone di una delle nazioni del G8, peraltro in condizioni disagevoli. Quel che spaventa - e che non ci farà dormire la notte, tra qualche anno - è che vi sia nel Paese un tale rifiuto della competenza, una tale invidia sociale, una tale disillusione, una tale suicida rassegnazione di fronte all’imminente disastro che nemmeno ci si sia posto il problema, che tutto questo non avesse un prezzo da pagare. Che alleati più esperti di lui, cancellerie più abili, poteri economici con due dita di pelo sullo stomaco non l'avrebbero asfaltato in cinque minuti. Come quei tifosi che farebbero giocare la partita decisiva di un’intera stagione ai ragazzini della Primavera “che almeno si impegnano”, tutti all’attacco, con un modulo mai sperimentato prima. Solo che perdere una partita a calcio non è la fine del mondo. Mandare all’aria un Paese, spiacenti, lo è.

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