Primarie Pd
1 Dicembre Dic 2018 0600 01 dicembre 2018

Martina sfida il Pd: “Riconquistiamo il Nord tradito da Lega e Cinque Stelle. E niente sgambetti a chi vince le primarie”

Intervista a tutto campo con l'attuale segretario dem, in corsa per le primarie del 3 marzo: “Che follia bloccare le infrastrutture e spendere un sacco di soldi senza abbattere il cuneo fiscale. Il congresso? Non farò mai un accordo tra secondo e terzo per sgambettare il primo”

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«C’è una frattura enorme tra il Nord e il governo giallo-verde: e noi abbiamo il dovere di provare a corrispondere alle aspettative tradite». Ci riprova, Maurizio Martina, a ripartire dalla terra ostile per eccellenza del Partito Democratico, che raramente ha ben digerito la sinistra italiana negli ultimi 25 anni, se si esclude il fugace innamoramento per Matteo Renzi, nella primavera del 2014. Ci riprova, lui bergamasco, assieme a Matteo Richetti, modenese, lanciando la sua candidatura alle primarie dei dem contro Marco Minniti (calabrese) e Nicola Zingaretti (romano), quasi a voler fare delle sue origini territoriali, e della questione settentrionale, un manifesto programmatico: «Questo è un governo nemico del lavoro e delle imprese - continua -, questo governo ha espresso scelte che non hanno nulla in comune coi bisogni dell’asse che va da Torino a Trieste. In una fase di rallentamento dell’economia italiana, quei bisogni devono necessariamente entrare nel percorso congressuale del Partito Democratico».

Tutto giusto, Martina. Però il Nord Italia non si è quasi mai sentito rappresentato dal centrosinistra. Perché dovrebbe cominciare proprio ora?
Perché non dovremmo? Perché dovrebbero esserlo loro, soprattutto. Lega e Cinque Stelle sono diversi ma stanno facendo lo stesso guasto al Paese. Siamo di fronte a un passaggio economico-sociale molto preoccupante: il Pil frena, la disoccupazione sale, la fiducia crolla, la produzione industriale si ferma, la manifattura è in stallo. Tutti i sacrifici e il lavoro fatto in questi anni sono stati bruciati in pochi mesi, sull’altare di una spesa assistenziale fatta di sussidi e mancette. Cosa c’entra tutto questo con il Nord? E cosa c’entrano i No alle infrastrutture per la mobilità e per lo sviluppo? Guardate a quel che si è mosso Torino e in Veneto, e a quel che si muoverà a Genova, dove il mondo dell’impresa diffusa manifesterà la sua distanza dal governo. Noi dobbiamo battere un colpo, metterci a fianco a queste esperienze e proporre loro un alternativa.

Concretamente: di cosa parliamo quando parliamo di alternativa?
Di almeno quattro questioni fondamentali. La prima è la questione della competitività delle imprese e dell’investimento in mobilità di merci e persone, partendo dal trasporto su rotaia: pensare che il governo preferisca che le ferrovie spendano i loro soldi per salvare Alitalia anziché migliorare il loro servizio è assurdo. La Lega sta subendo scelte insostenibili del Movimento Cinque Stelle. Salvini è duro coi migranti e debole con le politiche da decrescita infelice di Di Maio.

La seconda questione?
È quella salariale. Noi abbiamo due ossessioni: il taglio del cuneo fiscale di un punto all’anno per quattro anno è la prima. È folle un governo che spende un mare di soldi in deficit e si dimentica di toccare il costo del lavoro. Insieme - seconda ossessione - serve anche un salario minimo legale per chi non è coperto dalla contrattazione collettiva nazionale.

La terza questione qual è?
È la sfida formativa. Federmeccanica ha ragione: è allucinante che si blocchi l’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro tagliando nel contempo pure gli incentivi alla formazione del piano industria 4.0. Quella formativa è una sfida di competitività e uguaglianza. Lo dico pensando al potenziale formidabile di università e scuole del Nord, di alto livello e professionalizzante che va valorizzato, non smantellato o ignorato.

Ne manca una…
La più importante, quella ambientale. Leggevo poco fa uno studio di un istituto legato all’università di Chicago che dice che la Pianura Padana è una delle aree più compromesse d'Europa per le micropolveri. Abitare nella valle del Po costa un anno di vita: questo non è sviluppo. Io penso che sia il tempo di ragionare di sostenibilità integrale dello sviluppo. Non puoi più dissociare le politiche di transizione ambientale dallo sviluppo economico.

Ok, ma nel concreto?
Due grandi questioni: mobilità e casa. Lì devi fare grandi operazioni di svolta, come la riconversione degli edifici per farli diventare passivi, produttori e non consumatori di energia. Si può e si deve fare. E poi dobbiamo investire nella cura del territorio. Sono pezzi di economia nuova e va incentivata il più possibile. Ma non voglio anticipare troppo: noi presenteremo a Milano la nostra mozione, il 16 dicembre. E da lì lanceremo le nostre proposite di progetto politico, in cui l’economia circolare sarà centrale.

Rifiuto l’idea di un congresso del futuro del Pd che diventi un referendum sul passato del Pd

Maurizio Martina

A proposito di mozioni e di programmi: per la stragrande maggioranza dei media e dell’opinione pubblica la candidatura di Minniti è quella dei renziani, e quella di Zingaretti degli anti-renziani. Voi cosa siete?
Rifiuto l’idea di un congresso del futuro del Pd che diventi un referendum sul passato del Pd. Lavoro per la prospettiva e ho grande rispetto e stima per tutti i candidati. Noi abbiamo fatto una scelta controvento anche perché pensiamo sia fondamentale per il Pd andare contro la logica del referendum pro o contro Renzi. Noi vogliamo unire il PD e lo vogliamo cambiare, senza tesi precostituite, nel profondo. Vogliamo una squadra diffusa di persone fatta di giovani e donne. E poi dobbiamo aprirci.

Giovani e donne in che senso? Che faranno le figurine o che gli darete spazio?
Che saranno protagonisti assoluti, nelle persone e nel percorso programmatico. Ad esempio, io penso che sulla questione generazionale abbiamo bisogno di mille passi avanti. Noi abbiamo detto un sacco di banalità sui giovani. La nostra mozione ha la chiave generazionale come chiave primaria. Anche nella vita interna al Pd: vogliamo un partito per i giovani e dei giovani.

E sulle donne?
La questione di genere va a braccetto con quella generazionale: pensa al divario salariale e di opportunità. Non concepisco un’idea di politiche di genere che sia solo la sezione specializzata di un documento per accontentare le donne perché se non parli di donne manca un pezzo del puzzle. È tutto il programma che dev’essere permeato da una svolta di senso. Quel che va bene alle donne e ai giovani va bene all’Italia. E non è questione di equlibrio di genere nella squadra, nelle figurine. Bisogna andare oltre a queste scelte di comodo.

Che vuol dire “aprirci”? Che tornano quelli di Leu? Che vi prendete pezzi di Forza Italia?
Non è questo il punto. Penso alla prossima assemblea come una costituente del Pd, cercando di lanciare un percorso aperto a tutte le persone che hanno voglia di costruire un percorso progressista e liberale alternativo a Lega e Cinque Stelle. Mi concentrerei sull’anima di questo progetto, al cui centro c’è l’uguaglianza sostenibile. C’è anche un tema di rinnovamento della democrazia rappresentativa. Io voglio rispondere alle aberrazioni dei Cinque Stelle sulla democrazia diretta con un idea nuova in cui i corpi intermedi, la mediazione sociale, il lavoro delle istituzioni torna a essere centrale. Una comunità sta insieme se genera valore condiviso. E servono istituzioni che a ogni livello facciano questo lavoro. Io sono per la nuova mediazione sociale. non per la disintermediazione.

Domanda d’obbligo: si vota al congresso e vince lei, pur non raggiungendo il 51%. Che fa? Si allea con uno dei due o fa una segreteria unitaria con dentro tutti?
Iscritti ed elettori sono più avanti di certi ragionamenti. Ora noi dobbiamo avere l’ansia delle idee, non quella delle percentuali. Detto questo, ho sempre lavorato per l’unità nella pluralità e lo farò sempre. Se la domanda voleva sottendere questo, non credo ci saranno biscotti tra secondo e terzo per sgambettare il primo. È un modo di fare politica che non ci appartiene. E credo che la proposta che io e Richettti abbiamo fatto qualche giorno fa, che il prossimo 3 marzo, ai gazebo del Pd, si raccolgano anche le firme per un referendum abrogativo contro il decreto Salvini vada in questa direzione.

A bruciapelo: se domani cade il governo?
Al voto, senza dubbio. Organizzerei immediatamente un’alternativa larghissima di forze alternative ai gialloverdi che ci stanno portando in un tunnel.

In un’alternativa larghissima ci sta Renzi e ci stanno D’Alema e Bersani. Crede davvero di riuscire nel miracolo di far finire le faide?
Di fronte alla fine di un’esperienza devastante c’è bisogno di tutti. Ma l’alternativa si costruisce nella società, non si semplifica questo lavoro mettendo assieme a un tavolo Renzi e D’Alea, o Renzi e Bersani. Mi creda: sarebbe troppo facile. È molto più dura di così.

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