addii
1 Dicembre Dic 2018 0600 01 dicembre 2018

Sandro Mayer ha inventato il populismo mediatico (e noi non l'abbiamo ancora capito)

Ha intervistato Gheddafi e Reagan, ma è diventato famoso come direttore di riviste che ammannivano cagnolini, e mostravano il lato privato dei politici. Un genio della comunicazione, da cui ci sarebbe ancora qualcosa da imparare

Sandro_Mayer

Cosa c’entrano David Cameron e Sandro Mayer? Nulla, apparentemente. L’ex premier inglese ha gettato il suo Paese nell’avventura senza ritorno della Brexit con un referendum in cui pensava che la maggior parte degli inglesi fosse favorevole a restare nell’Unione europea. Pensava, sbagliando clamorosamente, che tutto il Regno Unito si identificasse con i londinesi e gli abitanti delle grandi città, favorevoli a restare. E invece quella che con termine ormai demodé si chiama “provincia”, più povera, più ai margini, più arrabbiata, ha prevalso ed è stata decisiva per il leave.

Ecco, Sandro Mayer – il re dei settimanali popolari scomparso venerdì a Roma a 77 anni – un errore come quello di Cameron non l’avrebbe mai commesso. Perché Mayer sapeva benissimo quello che voleva la gente, soprattutto di provincia. E lo metteva in pagina senza andare troppo per il sottile. Mayer è stato l’alfiere del populismo applicato ai giornali. Rigorosamente di carta, capaci di far sognare, di sfruculiare nel privato di politici e personaggi famosi, di imbastire storytelling efficaci sulle vite dei santi, a cominciare da Padre Pio, e di occuparsi di temi anche particolarmente complessi come il futuro dell’Unione europea chiedendo per DiPiù un pezzo a Romana Liuzzo sull’Europa che sognava di realizzare suo nonno, Guido Carli, governatore della Banca d’Italia negli anni Sessanta.

Direttore da un milione e mezzo di copie ai tempi d’oro della carta stampata, arrivò a Epoca nel 1981, poi per vent’anni a Gente. Infine, nel 2004, fonda il settimanale DiPiù (Cairo Editore). Ha intervistato Gheddafi, Indira Gandhi e Ronald Reagan ma poi si è concentrato su vip, amori, tradimenti, costume, politici. L’alto e il basso, i grandi personaggi della cronaca e dello spettacolo, i temi religiosi e la politica, tutto in chiave pop: «Mi sono formato ascoltando la gente dei bassi e i discorsi dell’aristocrazia partenopea», rivelò una volta rievocando l’infanzia vissuta a Napoli.

Avevo iniziato quando ero a Gente con la storia di Hansel e Gretel. Hansel era un cane cieco, Gretel lo accudiva. Apriti cielo: telefonate, lettere

Sandro Mayer

Giornalista col fiuto per le emozioni e pragmatico direttore di riviste capaci di vendere anche ai tempi di Internet e dello strapotere dei social. «La gente vuole sognare» è una battuta, che fece titolo, dell’editore Edilio Rusconi. Mayer l’ha fatta sua. Chi non capiva i giornali confezionati da lui non capiva quel pezzo d’Italia al quale il direttore parlava ogni settimana. E che, detto per inciso, nelle urne del 4 marzo scorso, si è rivelato in tutta la sua imponenza spazzando via un’intera classe dirigente. A partire dal linguaggio semplice degli articoli e dalle grandi fotografie, con i titoli delle testate decisamente altisonanti per i tempi attuali, tutti austerity e sacrifici.

DiPiù sembra uscito dall’Italia degli anni Ottanta, il decennio in cui sulla Rai domina Fantastico (altro nome altisonante, non a caso), la Guerra fredda diventa periferica, la televisione sempre più centrale, l’Italia che viaggia con l’inflazione a doppia cifra e le scorie di un terrorismo non ancora sconfitto. Per Renzo Arbore erano gli anni in cui si poteva tornare a sorridere, Carlo Freccero ne parla come un momento di eccitazione collettiva. E Roberto D’Agostino, che in quel periodo è diventato famoso, parla di un decennio da rimpiangere.

È in quegli anni che si consolida l’immaginario televisivo degli italiani. Ed è in quell’immaginario (che resiste in qualche modo ancora oggi) che Sandro Mayer s’insedia quasi a prolungare l’emozione del mondo patinato dei personaggi della Tv. Ma con i suoi giornali Mayer compie un’operazione giornalistica a tutto tondo: andare a raccontare i retroscena, il dietro le quinte, bypassando i filtri dell’ufficio stampa e di quello che i vip vogliono raccontare di sé direttamente sui social. «Adesso sta passando l’idea del giornalismo senza notizie, ma il lettore non è fesso», diceva in una recente intervista, «va all’edicola, vede il tale vip in copertina, sbircia, poi il giornale lo rimette giù se legge un titolo e pensa: “Beh, ma non mi dite niente di nuovo”». Fiuta i filoni, Mayer, e la gente accorre in edicola. Gli animali: «Avevo iniziato quando ero a Gente con la storia di Hansel e Gretel. Hansel era un cane cieco, Gretel lo accudiva. Apriti cielo: telefonate, lettere. L' amore per gli animali è davvero immenso. Ho anche scritto il romanzo sui cani, Cuccioli nel vento, ventimila copie, bellissimo, che forse non ha avuto il successo che meritava».

E poi Padre Pio, il Santo più amato e trasversale, la cui immagine da decenni ormai occhieggia ovunque: nelle gigantografie dei Tir sulle autostrade e nelle cornici d’argento sui tavoli dei vip, nel borsellino della massaia e nel portafogli del professore.Come se il mistero della sua presenza carismatica stringesse da vicino un’infinità di vite. «Forse il mio inconscio aveva annusato quel bisogno di religiosità», dirà Mayer, «Allora i media parlavano poco di questo personaggio, ma l’amore per Padre Pio si è diffuso dal 1968 agli inizi del 2000. È il santo più amato, il più pregato. Ha tanti vip fedeli. Una volta ho incontrato Valeria Marini in aereo: “Direttore, sono una devota di Padre Pio”, e mi ha mostrato la sua immagine custodita in una busta legata al reggiseno».

Ora che il populismo è esaltato o esecrato, a seconda dei punti di vista, Mayer è stato l’antesignano nel raccontare i politici mettendoli sul nostro stesso piano

Ora che il populismo è esaltato o esecrato, a seconda dei punti di vista, Mayer è stato l’antesignano nel raccontare i politici mettendoli sul nostro stesso piano: «Ho fatto una copertina con Salvini in gondola, a Venezia», diceva, «e poi Salvini privato che cucina cotolette. Come Berlusconi, ha capito che deve “darsi”. Giulio Andreotti faceva politica ma andava anche al Bagaglino. Renzi si dà da fare, si mostra in vacanza, in costume. Agnese era un’ottima first lady. I politici italiani», ecco un distillato del Mayer pensiero, «devono entrare nelle case della gente con le loro vite, esibirsi in casa, con i figli, all’americana.

Lo ha fatto Obama, poi Trump. Prima ha mostrato tutti i figli poi ha capito che il personaggio era Melania, che ora è ovunque». Politici o vip, per Mayer non c’era tanta differenza. Parlando delle celebrità e degli scoop che faceva per Gente, disse: «In passato le celebrità erano molto più disponibili a parlare di sé. Avevano capito che gli conveniva: se entri nel cuore della gente e permetti che i giornali facciano di te un personaggio, la tua carriera si rafforza e puoi superare il fallimento di un film, che prima o poi capita a tutti». Anche i politici hanno imparato la lezione. Anche perché, di perdere un’elezione, capita a tutti prima o poi.

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