3 Dicembre Dic 2018 0700 03 dicembre 2018

Non pensate ai decimali: la manovra del popolo è una truffa fin dall’inizio

Quota 100 non è mai stata gratis, il reddito di cittadinanza è sempre stato inapplicabile e la flat tax è uno sgravio che sostituisce altri tagli di tasse: ecco perché dentro la finanziaria di Lega e Cinque Stelle non c’è mai stato nulla

Giuseppe Conte Perplesso Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

Non c’è un prima e un dopo. Non ci sono i pugni alzati dal balcone e le trattative. Il 2,4% della sfida e l’1,9% della resa, se mai sarà. No. C’è una manovra che è sempre stata quel che è stata, indipendentemente dai decimali: una grande truffa all’elettorato che l’ha richiesta, uno spauracchio vuoto per le élite italiane ed europee. E forse, a voler essere cinici, andava fatta passare così com’era, senza offrire alibi e scuse al governo dei trecartari. Perché il popolo si fa abbindolare volentieri dalle parole, certo, fino a che non apre la scatola e se la ritrova vuota.

Cominciamo da Quota 100, altrimenti detta “aboliamo la Fornero”, in campagna elettorale. Ecco: con calma, nelle prossime settimane, Salvini e Di Maio dovrebbero spiegarci a cosa pensavano, quando parlavano di abolizione, visto che a quanto pare il metodo contributivo rimane lì dov’è. O perché si chiama Quota 100, come se si possano sommare anzianità e contributi a piacimento, visto che i 62 anni di età sono di fatto un limite oltre il quale non si può scendere. O ancora, perché qualunque variazione dalle attuali regole prevede una penalizzazione che arriva fino al 30% di taglio dell’assegno pensionistico. Bastava fare due conti: cancellare la Fornero costerebbe allo stato 26 miliardi ogni anno, in legge di stabilità per quota 100 non ce ne sono mai stati più di 9, anche nei giorni della sfida all’Europa.

La realtà è che non sarebbe successo nulla, nemmeno se Juncker e Moscovici e Draghi avessero deciso di lasciarci fare. Perché dentro la manovra del cambiamento, già allora, non c’era nulla. Un nulla che ci è costato 15 miliardi di interessi sul debito, sei mesi di crolli in Borsa, e un declassamento nel rating

Lo stesso vale per il reddito di cittadinanza. Che in legge di bilancio, pure quello, non c’è mai stato. C’erano le pensioni di cittadinanza, ossia l’aumento delle minime a 750 euro al mese. E c’erano un paio di miliardi per riformare i centri per l’impiego, impresa che ha richiesto più di qualche mese persino in Germania, figurarsi nel disastro italiano. Qualcuno però, dai banchi dell’opposizione, ha fatto circolare la voce che Di Maio volesse vincere le europee distribuendo sussidi come Renzi fece nel 2014 con gli ottanta euro. Il problema è che ha finito per crederci pure il capo politico dei Cinque Stelle, che in piena estasi populista ha promesso i primi assegni entro marzo, promettendo di rivoluzionare le politiche attive in tre mesi e affermando impunemente che le Poste stessero già stampando le sei milioni di tessere su cui sarà caricato il sussidio. Forse avrebbe attinto qua e là dai soldi per il Reddito d’Inclusione e la Naspi, togliendo a poveri e disoccupati per dare a poveri e disoccupati. Quel che è sappiamo, per ora, è che nemmeno il reddito di cittadinanza - al pari di Quota 100 - non sia nemmeno nei 54 emendamenti presentati oggi alla Camera. Anche in questo caso, la scatola è sempre stata vuota.

Spiace, infine, per il popolo anti-tasse: la flat tax per le partite Iva non esiste, e nemmeno il taglio dell’Ires. O meglio, esistono, ma la pressione fiscale non è mai diminuita, nemmeno quando Salvini se ne fregava delle letterine di Juncker, Moscovici e Babbo Natale: era al 41,8% prima della manovra del cambiamento, è rimasta tale pure dopo, ed è lo stesso documento inviato dal governo a Bruxelles ad averlo messo nero su bianco sin dal principio. Lo ripetiamo per i duri d’orecchio: il governo gialloverde non ha mai diminuito le tasse.

Adesso, ovviamente, sarà tutta colpa degli eurocrati cattivi, se non ci sarà crescita, se l’Italia in rovina non diventerà la terra del latte e del miele grazie alla maggioranza del cambiamento. La realtà è che non sarebbe successo nulla, nemmeno se Juncker e Moscovici e Draghi avessero deciso di lasciarci fare. Perché dentro la manovra del cambiamento, già allora, non c’era nulla. Un nulla che ci è costato 15 miliardi di interessi sul debito, sei mesi di crolli in Borsa, e un declassamento nel rating, figli della paura che saltassimo per aria o che lasciassimo l’Unione Europea. Perché la scatola sarà pure stata vuota, ma il conto tocca pagarlo comunque.

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