4 Dicembre Dic 2018 0628 04 dicembre 2018

Rompere con il Nord o con i Cinque Stelle? Il grande dilemma di Matteo Salvini

Dalle madamine di Piazza Palazzo al Partito del Pil che si raduna a Torino contro il governo: se due indizi fanno una prova, il malessere del Nord contro il governo Conte è sempre più tangibile. Per ora nessuno è in grado di farne un’alternativa politica. Ma per la Lega è una corsa contro il tempo

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Calma e gesso. È ancora presto per gridare alla rivolta del Nord contro il governo gialloverde, soprattutto in giorni di rivolte vere, dall’altra parte delle Alpi. Però gli indizi per dire che qualcosa si sta muovendo, che più di qualche fuocherello si è acceso, che l’incendio può scoppiare da un momento all’altro. In Veneto, dove gli imprenditori sono imbufaliti per il decreto dignità che irrigidisce il mercato del lavoro, o per il reddito di cittadinanza, di fatto un’ulteriore trasferimento di denaro da Nord a Sud. In Lombardia, dove la guerra con l’Europa è mal digerita da territori che producono il loro benessere nell’interscambio con l’estero, e che vivono nel terrore che le frontiere si chiudano e sui prodotti italiani cali la mannaia dei dazi. E ancora, nel Piemonte delle madamine di piazza Palazzo, dove trentamila cittadini si sono ritrovati sotto il municipio per manifestare per la Tav e contro la paralisi e l’inazione della giunta Appendino. In Liguria, infine, dove il crollo del ponte Morandi non ha lacerato solo la città, ma ha aperto una faglia enorme tra la città e la regione che vogliono la Gronda e il Terzo Valico e quel Movimento Cinque Stelle che nasce sotto la Lanterna.

Lo chiamano il partito del Pil, non fosse altro perché è in queste quattro regioni che si produce quasi il 40% di tutta la ricchezza italiana, ben più della metà se si sommano Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, il Nord al completo. E non è un caso che Matteo Salvini, lo scorso fine settimana, abbia preso carta e penna per indirizzare una lettera a ciascun giornale locale del settentrione. Perché questa è casa sua e della Lega. E se un politico di razza come lui si spinge a fare un’operazione così inedita e irrituale, vuole dire che sente il rumore del nemico. Un nemico che non è rappresentato da questo o quel partito, da Berlusconi o dal Pd, per intenderci, ma dal suo stesso popolo, la comunità operosa del Nord.

Qualunque cosa sia, è un problema per la Lega di Salvini, in quanto ne mina la base elettorale, e può eroderne la credibilità e il consenso là dove fa più male, tra le forze produttive del Nord, tra le partite Iva che vogliono fatturare e crescere, tra gli spiritelli animali del piccolo capitalismo di territorio italiano

Lo racconta bene chi era in piazza a Torino: è impossibile dare un colore, o anche solo un senso politico a quei trentamila torinesi scesi in piazza contro Chiara Appendino. Allo stesso modo, in libera uscita sono i voti dei tremila imprenditori e delle tredici sigle sindacali capitanate dalla Confidustria di Vincenzo Boccia che ieri si sono radunati a Torino - vero e proprio epicentro del disesnso - per chiedere a Conte di dimettersi se Di Maio e Toninelli gli impediranno di completare la Tav. È un’opposizione senza alternative. Dietro non c’è il Pd, né Forza Italia, pronti a intestarsi le sue battaglie o a prendersi i suoi voti. E, per ora, non c’è nemmeno la volontà, o la forza, di farsi forza d'opposizione che si auto-rappresenta, come in Spagna ha fatto Ciudadanos.

Qualunque cosa sia, è un problema per la Lega di Salvini, in quanto ne mina la base elettorale, e può eroderne la credibilità e il consenso là dove fa più male, tra le forze produttive del Nord, tra le partite Iva che vogliono fatturare e crescere, tra gli spiritelli animali del piccolo capitalismo di territorio italiano, che delle guerre di religione contro la Germania e contro Bruxelles non se ne fanno nulla, ma che vogliono meno Stato, meno tasse e più infrastrutture.

È un problema, perché è solo questione di tempo, prima che la pazienza finisca davvero. Non è un caso che è proprio dal Nord che arrivano i suggerimenti al Capitano: rompi coi Cinque Stelle, torna a votare, capitalizza il consenso. E non è nemmeno un caso che la battaglia congressuale del Pd si stia pure progressivamente spostando sul tentativo di rappresentare il Nord e il suo dissenso. All’orizzonte, ci sono le elezioni regionali in Piemonte ed Emilia-Romagna, forse quella del sindaco di Torino, se Chiara Appendino sarà condannata per falso ideologico in atto pubblico. Cosa ne uscirà, non lo sappiamo. Ma abbiamo la sensazione, netta, che cambierà la politica italiana. Quando il Nord si sveglia, succede sempre qualcosa di grosso.

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