serie alle vongole
5 Dicembre Dic 2018 0600 05 dicembre 2018

Le baby prostitute di Netflix? Guardatevi “Un posto al sole” che è meglio

“Baby”, la serie Netflix sulle giovini squillo romane, è finito sotto accusa in Usa perché rischia di estetizzare il crimine. Ma non succede. Le idee dei giovani sceneggiatori sono vecchie. E il rischio, semmai, è quello di trovarsi davanti a una replica dei “Cesaroni”. O di “Un posto al sole”

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Un frame da Baby

Baby è il Cesaroni distopico di Netflix. La serie parte dalle vicende di cronaca delle due baby squillo dei Parioli, note per aver svelato a tutti l’acqua calda, cioè che anche le buone famiglie di Roma Nord piangono. Volevano guadagnare molto in fretta lavorando poco, sono finite a vendersi su internet lasciando messaggi da “lolite in cerca di papi”. Trovandone molti. Lo facevano per i soldi, per essere indipendenti, per la cocaina, per sbocciare il Dom Pérignon, per una borsa Prada. Una compagna di scuola delle ragazze disse addirittura, forse con eccesso di allarmismo, che lo facevano anche “per un like su Facebook. Siamo a questo punto”. In Baby si prostituiscono per la retta della scuola privata.

Il regista Andrea De Sica tratta la prostituzione come male generazionale secondario e costruisce un teen drama in cui i giovani sono in lotta coi genitori come perno della storia e passano il tempo a creare illusioni sui social. C’è Chiara, figlia unica e brava ragazza che soffre delle corna dei suoi; c’è Alice, col flagello della mamma amica interpretata da Isabella Ferrari, il personaggio più riuscito (posta le foto dei piedi con lo smalto e si interroga su quale hashtag usare); c’è Damiano che inizia a spacciare perché il padre lavora troppo e lo trascura (è un console che sta con un’insegnante di ginnastica, Claudia Pandolfi, che pare non essersi mai integrata); c’è Fabio che nasconde dietro ai libri edizioni porno vintage di nudi maschili mentre il padre, il severo preside del liceo privato Collodi, gli dà la buonanotte.

Uno si aspetta una specie di Spring Breakers, un Bling Ring romano, e si ritrova i primi piani drammatici da Un posto al sole. Il problema è che lo sguardo degli sceneggiatori (Grams*) è ancora vecchio

Uno si aspetta una specie di Spring Breakers, un Bling Ring romano, e si ritrova i primi piani drammatici da Un posto al sole. Il prodotto in sé è medio, perfezionabile, e cerca di sfuggire al sensazionalismo morboso per indagare le relazioni tra adolescenti, i contrasti famigliari, i drammi esistenziali. Il problema è che lo sguardo degli sceneggiatori (Grams*) è ancora vecchio: devono crescere. Basta leggere un testo rap o sentire cosa dicono nelle scuole gli studenti delle superiori per capire che i ragazzi hanno spesso interiorizzato tutti i luoghi comuni, la lagna conformista, le auto assoluzioni dei padri.

E quindi i genitori sono importanti, la scuola non può sostituirli; i social media creano falsi sensi di realtà e falsi legami; le relazioni senza amore e il tradimento sono i mali di questa società, e la crisi dei valori, signora mia, sono tutte cose che vanno bene in un talk pomeridiano in cui Alessandro Meluzzi o Raffaele Morelli fanno opinionismo, e che sicuramente ci riguardano, ma che in una serie sono poco interessanti.

Il National Center of Sexual Exploitation (una specie di Moige americano) non ha apprezzato la pretesa di rendere glamour la prostituzione minorile. Sarebbe ottimo se riuscisse a metterci nell’imbarazzante condizione di trovare seducente una vita sregolata (mica siamo americani, mica non sappiamo distinguere tra opera e realtà). Ma non succede

Nonostante questo non è bastato: il The National Center of Sexual Exploitation (una specie di Moige americano) non ha apprezzato la pretesa di rendere glamour la prostituzione minorile e ha accusato la serie di estetizzare un crimine.

Ma la serie, purtroppo, non fa questo, e sarebbe invece ottimo se riuscisse a metterci nell’imbarazzante condizione di trovare seducente una vita sregolata (mica siamo americani, mica non sappiamo distinguere tra opera e realtà). Ma non succede. Tenta semmai di rendere glamour la giovinezza (insiste sullo stile a videoclip) ma non ci riesce. Baby non dice nulla di interessante e non lo dice neanche con uno stile interessante: manca uno sguardo à la Gus Van Sant o à la Harmony Korine.

Sappiamo dalla cronaca che la minore tra le due frequentava Forza Nuova e aveva tatuato “Si vis pacem para bellum” (se vuoi la pace, preparati alla guerra), qui passa il tempo a struggersi per male d’amore e a guardare i cartoni animati a pranzo (manca il lato sgradevole, quello che crea profondità). E allora bisogna decidere: se costruisci un doppio mondo, fatto di contrasti, non può essere fatto da Cesaroni di giorno e di Winx che si tengono per mano di notte. Sarà pur vero che la vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione come dice Woody Allen, nel caso di Baby capita che la cattiva televisione sia troppo simile alla vita.

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