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6 Dicembre Dic 2018 0600 06 dicembre 2018

Cassa Depositi e Prestiti, la cassaforte d’Italia non ci sta a farsi controllare dal Governo

Dalla questione Alitalia all’assorbimento delle partecipate. Cdp, che ha appena varato un piano triennale da duecento miliardi, non è sufficientemente in sintonia con il Governo

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Luigi Di Maio annuncia via social, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, di mettere «a disposizione 200 miliardi in tre anni di investimenti pubblici per imprese, infrastrutture, territori e sviluppo». Nel decreto semplificazione si mettono le basi anche per un intervento nel campo del Venture capital. Un emendamento in Finanziaria targato Lega vuole che via Goito aiuti gli italiani a comprarsi anche la propria casa nel mutuo. Ma nel giorno in cui il presidente Fabrizio Palermo presenta il suo piano industriale di Cdp - investimenti da mobilitare per 200 miliardi di euro, dei quali almeno la metà da recuperare sul mercato - appare chiaro un po' a tutti nel mondo finanziario che è lontano dalla realizzazione il progetto targato Giancarlo Giorgetti di fare di Cassa depositi e prestiti l'Iri del terzo millennio.

Guardando al piano triennale 2019-2021 si scopre che è vero che Palermo vuole aumentare di un terzo gli investimenti, pari complessivamente a 203 miliardi, ma di questi 92 miliardi vanno riferiti da «risorse da investitori privati e altre istituzioni territoriali, nazionali e sovranazionali». E qui sorge il primo problema perché la Cassa, da un lato, è nel mirino delle istituzioni europee per il suo ruolo ibrido privato, dall'altro perché lo stesso governo vuole blindare le risorse del risparmio postale, cioè 254 miliardi di euro di buoni e libretti postali.

Dietro questi paletti c'è soprattutto il ruolo dell'azionista di minoranza della Cdp, cioè le fondazioni bancarie. Il patron dell'Acri Giuseppe Guzzetti ha già fatto sapere al socio di maggioranza - il Tesoro - che deve tenersi lontano dal dossier Alitalia

Da notare poi che la Cassa - nonostante il governo la voglia mettere in campo sulla remunerativa rete unica di telefonia, il salvataggio di Alitalia o la difesa di Piaggio aero - rivendica di investire soltanto in affari sicuri. Ottantatrè miliardi andranno soltanto in aziende «con un’offerta integrata», innovative e capaci di trasmettere mission e business attraverso il digitale. In quest'ottica restano soltanto le "briciole" per le infrastrutture - 25 miliardi ai quali ne vanno tirati via oltre una decina per la rete ora in mano Telecom - e per le attività di cooperazione (non più di tre).

Dietro questi paletti c'è soprattutto il ruolo dell'azionista di minoranza della Cdp, cioè le fondazioni bancarie, forti di un 17 per cento che come diceva Enrico Cuccia non si conta ma si pesa. Il patron dell'Acri Giuseppe Guzzetti ha già fatto sapere al socio di maggioranza - il Tesoro - che deve tenersi lontano dal dossier Alitalia, mentre Ferrovie preme per un suo ingresso accanto a un partner industriale (Delta?) pur sapendo che l'Europa avrebbe da ridire. Se non bastasse, sempre le Fondazioni, non vogliono spendere un centesimo per comprare la parte in rame, in realtà ancora remunerativa, della rete Telecom e si attendono un ruolo di primo piano nel futuro fondo immobiliare che Palazzo vuole costruire per recuperare i 10 miliardi di euro promessi alla Ue per tagliare il debito.

Aumentano i dubbi su Fabrizio Palermo, mandato in via Goito dopo un duro braccio di ferro con la Lega. Non piacerebbe la sua indipendenza, come dimostrano sia le linee del piano sia il tentativo - cosa inconcepibile per i predecessori - nelle tante controllate o partecipate della Cassa

A rendere le acque più agitate in via Goito anche il fallimento di un progetto che sta molto a cuore ai Cinquestelle: portare sotto l'ombrello di via Goito tutte le partecipazioni ancora rimaste in carico al Tesoro. Parliamo di importanti pacchetti azionari di Eni, Enel o Leonardo, ma i loro boiardi hanno bloccato il passaggio, vuoi per motivi di antitrust (Cdp è azionista delle principali reti del Paese), vuoi per non spaventare i loro investitori internazionali.

Intanto, nel governo e sempre sul fronte grillino, aumentano i dubbi su Fabrizio Palermo, mandato in via Goito dopo un duro braccio di ferro con la Lega. Non piacerebbe la sua indipendenza, come dimostrano sia le linee del piano sia il tentativo - cosa inconcepibile per i predecessori - nelle tante controllate o partecipate della Cassa. Emblematico al riguardo gli inviti di Beppe Grillo a un ruolo più attivo della Cassa nell'economia reale. Mentre il Fatto quotidiano, giornale molto bravo a intercettare i submovimenti nella Casaleggio, ha definito Palermo un uomo molto vicino a un personaggio chiacchierato nell'immaginario grillino, come il potente Luigi Bisignani.

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