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6 Dicembre Dic 2018 0559 06 dicembre 2018

Istruzioni per chi è appena diventato capo e deve imparare a comandare

L’arte del potere è difficile, dura e solitaria. Si apprende sul campo ma si affida all’istinto e al talento individuale. Nasce da una irrefrenabile voglia di risolvere i problemi e dalla capacità di immaginare un futuro diverso

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Quali sono i segreti del potere? Tanti sanno come si fa a raggiungere la vetta, ma pochi conoscono i trucchi per rimanerci. La verità, come spiega questo articolo di Entrepreneur, è che quasi sempre comandare è molto diverso da come ce lo si aspetta.

E allora ecco quattro consigli per neo-capi, cioè quelle persone che sono arrivate in cima a una organizzazione e ora posseggono il privilegio e la fatica di guidarla in una direzione.

Prima di tutto, avvertono, lassù ci si sente soli. Basta salire di un gradino, dicono tutti i capi, che i meccanismi della socialità cambiano all’improvviso. Finiscono le conversazioni davanti alla macchinetta del caffè, scompaiono gli inviti a cena, le birre insieme: ogni rapporto umano tra colleghi diventa un rapporto tra superiore e sottoposti. E questo impone di modificare tutto: non ci si può più permettere lo stesso livello di confidenza, non si possono rivelare alcuni segreti, non si può più nutrire lo stesso tipo di affiatamento. Comandare ha un costo e le relazioni sociali ne fanno parte.

Al tempo stesso, essere il capo non vuol dire essere il manager. Sono due mestieri distinti, entrambi degni di stima, ma con obiettivi e capacità diverse. Il primo decide e indirizza, sceglie la direzione generale, fissa gli obiettivi di lungo termine, crea lo spirito dell’azienda. Il secondo traduce tutto questo nella realtà.

Una volta arrivati al vertice, comunicare diventa cruciale. Prima di tutto, occorrerà essere in grado di mantenere il controllo in tutte le situazioni, anche quelle più infuocate. Da capo, saranno molte di più e su più fronti. Essere presenti a se stessi è imperativo, come lo è non perdere mai la calma (e se capita, evitare che succeda di fronte a tante persone). Essere il capo di una squadra significa esserlo per tutta la squadra. Occorre saper tenere unito il fronte e, per farlo, occorre saper comunicare bene i propri obiettivi. Saper trasmettere coraggio nelle situazioni incerte. Riuscire a dare speranza quando le cose vanno male. Ma anche – e non va sottovalutato – saper celebrare in modo fastoso e appagante anche i successi dell’azienda.

Tutti i nodi vengono al pettine, ma il pettine è proprio il capo. Non ha senso ignorare i problemi o rimandarli. Le situazioni difficili diventano situazioni quotidiane e il capo è l’unico che ha il compito di risolverli. Certo, non è il massimo prendersi la responsabilità per gli errori dei propri sottoposti, ma non avrebbe senso lasciare che siano loro a sbrogliare la matassa. Si deve immaginare sempre una soluzione soddisfacente (e possibile) e poi indirizzare tutti verso quella direzione. E convincerli. E guidarli. Senza avere dubbi, o senza mostrarli. O senza mostrarli nei momenti sbagliati.

Essere capi è difficile, insomma. Ma col tempo si impara.

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