7 Dicembre Dic 2018 0559 07 dicembre 2018

Come imparare l’arte di vivere (e di lavorare) da Giotto

Come innovare in ciò che si fa? Ci vogliono tre ingredienti fondamentali, che potete imparare dalle opere, e dalla biografia, del grande innovatore della pittura

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Tra le tante cose mirabili di Padova, le piazze, i palazzi, le chiese, l’orto botanico e l’eccellente cucina, la “Cappella degli Scrovegni” occupa un posto particolare. È un edificio unico al mondo, talmente straordinario che – come per “L’ultima cena” di Leonardo a Milano – è indispensabile prenotarne la visita. La fece erigere agli inizi del Trecento un tal Enrico Scrovegni, ricchissimo usuraio padovano desideroso, così narra la leggenda, di acquisire la benevolenza divina mediante la costruzione di un luogo di culto. Come sia, scegliendo Messer Giotto di Bondone per affrescare le pareti della sua cappella Enrico Scrovegni si è assicurato se non la remissione dei peccati, almeno la nostra eterna gratitudine.

Una volta entrati cercate l’immagine della Fede. È una matrona che nella mano destra regge una croce e nella sinistra una pergamena. Vi propongo questa immagine perché è un esempio da manuale: rappresenta alla perfezione cosa ha combinato Giotto, il genio assoluto che diede inizio a un capitolo nuovo della storia dell’arte.

Osservando la figura de “La Fede” è facile comprendere quanto assomigli alle opere degli scultori gotici. Ma non siamo di fronte ad una statua, stiamo osservando una pittura “a fresco” nella quale il genio di Giotto dà spessore e profondità allo spazio creando l’impressione di osservare una statua a tutto tondo. Le braccia viste di scorcio, la modellatura del volto e del collo, le pieghe del drappeggio e le ombre accentuate: tutto concorre a trasformare miracolosamente la superficie piatta in uno spazio tridimensionale.

Giotto aveva riscoperto l’arte di creare su una superficie piatta l’illusione della profondità. Come il bacio del Principe risveglia la Bella addormentata, così l’arte di Giotto supera finalmente la separazione tra scultura e pittura; lo fa recuperando le scoperte dei pittori ellenistici rimaste celate nelle rigide figure dell’arte bizantina lungo tutto l’interminabile inverno medievale. Un capitolo nuovo, un nuovo inizio nella storia delle arti figurative.

Cosa combina a questo punto Giotto? Potrebbe usare questa sua scoperta come un espediente fine a se stesso, una sorta di trucco per ottenere facile fama e con essa ricche commesse, ma non era questo ciò che lo interessava: aveva compreso di poter mutare la concezione tradizionale della pittura. Una rivoluzione (un’evoluzione?) nel modo di raccontare la storia sacra che offriva l’illusione di assistere agli eventi narrati dalle sacre scritture come se si svolgessero sotto i nostri occhi. Giotto faceva dunque proprio l’invito dei frati predicatori che esortavano il popolo dei fedeli a rappresentare nella propria mente le vicende della Bibbia, i miracoli dei santi, la vita di Gesù e la sua crocifissione come questi eventi potevano essere realmente accaduti. Le storie della fede raccontate attraverso una sbalorditiva successione d’immagini, una “graphic novel” diremmo oggi, il modo più emozionante e più efficace di comunicare con i fedeli in massima parte analfabeti. E’ questo il pensiero che – immaginiamo ossessivamente – non deve aver dato pace a Giotto: come si sarebbe comportato un uomo “vivo e reale” se avesse partecipato a tali eventi, e come si sarebbero presentati agli occhi degli astanti quei gesti e quei movimenti?

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