7 Dicembre Dic 2018 0701 07 dicembre 2018

Manovra, la ricreazione è finita: o saltano Reddito e Quota 100, o si va alla guerra con Europa e mercati

Tutto il resto è fumo negli occhi: la vera questione è che per evitare la procedura d’infrazione si deve tagliare (e parecchio) su Reddito di Cittadinanza o Quota 100. Tria, Conte e Mattarella spingono per il sacrificio, i due vicepremier non possono permetterselo. Le bacchette magiche sono finite

Governo Kraftwerk Linkiesta

Alla fine, è tutto piuttosto chiaro. Salvini e Di Maio non vogliono cedere su Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, mantenendoli come sono ora Al massimo, ritardarne l’applicazione, cosa che ne abbasserebbe il costo nel 2019. L’Unione Europea, invece, per evitarci la procedura d’infrazione, vuole vedere un dato credibile sulla crescita dell’economia - non certo l’1,5% di due mesi fa, ma nemmeno l’1,2% ipotizzato dal governo, più alto di qualunque stima - e un rapporto deficit/Pil sotto il 2%. Combinato disposto, questo, che abbasserebbe drasticamente i costi della manovra. E, di conseguenza, l’impatto dei suoi provvedimenti. La differenza tra un caffè ristretto e un americano, se avete bisogno di una metafora.

Il resto, dall’ecotassa alle pensioni d’oro, dalla revisione del contratto di governo al taglio dei fondi all’editoria, è tutto fumo per riempire d’altro le prime pagine dei giornali. La questione, ciò che divide Di Maio e Salvini da Conte e Tria è tutta nel depotenziamento o meno delle misure cardine di Cinque Stelle e Lega, quelle che permetterebbero ai due alleati di governo di presentarsi alle elezioni europee di maggio con l’orgoglio di chi ha mantenuto le promesse, anche di fronte alla tempesta dello spread e all’opposizione della Commissione Europea. Allo stesso modo, Conte e Tria non hanno nessuna voglia di passare alla Storia come il premier e il ministro dell’economia che hanno consegnato all’Italia la prima procedura d’infrazione sul bilancio mai comminata in Europa, né quelli che hanno dovuto subire l’onta di vedere i nostri titoli di stato degradati a spazzatura alla vigilia di una più che possibile recessione globale. Nè tantomeno ne ha voglia Mattarella, che li eterodirige dal Quirinale.

La questione, ciò che divide Di Maio e Salvini da Conte e Tria è tutta nel depotenziamento o meno delle misure cardine di Cinque Stelle e Lega, quelle che permetterebbero ai due alleati di governo di presentarsi alle elezioni europee di maggio con l’orgoglio di chi ha mantenuto le promesse, anche di fronte alla tempesta dello spread e all’opposizione della Commissione Europea

Il termometro della tensione tra queste due anime del governo - forse il contratto di governo dovevano farlo pure tecnici e politici, non solo Lega e Cinque Stelle - sono, come al solito le voci di dimissioni di GIuseppe Tria, contemporaneamente figura centrale nel garantire la stabilità dell’Italia all’esterno e quinta colonna del governo gialloverde al suo interno, costantemente accusato di collaborazionismo con la Commissione. Tra ieri e oggi questa voce è rimbalzata più volte sulle pagine dei giornali, segno che lo scontro in atto si è fatto estremamente violento. E che nessuna delle due anime del governo, l’una forte del consenso, l’altra dei numeri, ha voglia di cedere.

Il risultato è lo stallo totale, senza che esistano bacchette magiche in grado di risolvere la situazione. Non lo sono i tagli del 40% alle pensioni d’oro, non lo sono improbabili ecotasse, non lo sono improbabili relazioni tecniche sul costi delle misure, non lo sono i ritardi strategici di uno o due mesi nella loro implementazione. I nodi sono arrivati al pettine, insomma. O si sceglie di giocare la sfida a muso duro contro la Commissione Europea e contro i mercati, o si cambiano reddito di cittadinanza e quota 100. Il braccio di ferro è iniziato sul serio. E le alternative stanno a zero.

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