16 Dicembre Dic 2018 0900 16 dicembre 2018

Prendiamone atto, con la Brexit Londra non è più Londra

Non è più la città del fumo di Dickens. Non è più “swinging”. E dopo la Brexit non è più la città delle opportunità per gli expat. Londra, ormai, è una città che va di fretta, ma non sa dove andare. Il racconto della notte del referendum fatto da Iain Sinclair, in “L’ultima Londra” (Il Saggiatore)

Londra_Linkiesta

«Londra era, ma non è più.» Una pressione centrifuga l’ha fatta esplodere fino a invadere il Sud dell’Inghilterra, tanto che è quasi impossibile stabilire dove cominci e dove abbia fine. Londra è ovunque, è sfruttata e sfruttatrice, è multiculturale, ha fretta ma non sa dove andare.
Londra sta per scomparire. La Londra di Iain Sinclair, fantasmagoria di miraggi e reliquie, è il compendio di ogni metropoli, emblematica come la città di fumo e fango raccontata da Dickens. È un avamposto del futuro che assomiglia a una nave da crociera alla deriva: la deriva della Brexit, dei cartelli Leave come sintomo di una fuga da sé.
Iain Sinclair, scrittore e film maker, è autore di romanzi tra i quali: White Chappell, Scarlet Tracings (1987); Downriver (1991, vincitore del James Tait Black Memorial Prize e dell’Encore Award); Rodinsky’s Room (1999, con Rachel Lichtenstein) e di Slow Chocolate Autopsy (1997, raccolta di racconti con fumetti di Dave McKean). Tra i suoi sag gi ricordiamo: Lights Out for the Territory (1997); Crash (1999) e The Verbals (2003, con Kevin Jackson). Vive a Londra.

Estratto da L’ultima Londra di Iain Sinclair (Il Saggiatore)

Quella notte, 22 giugno 2016, nel buio prima del mattino sordo e intorpidito del referendum, il cielo di Londra fu squarciato da colpi di fulmine e fuoco di fila. «La natura dell’uomo non può sopportare afflizione o paura come questi.»

Dalla sostanza dell’Inghilterra Alan Moore costruisce Jerusalem, un romanzo di mille pagine. Uomini afflitti dagli angeli stanno appesi ai comignoli, donne partoriscono sul pavé. Re Harold può essere macellato e sparpagliato, o sepolto sotto i sassi vicino al mare. Oppure continuare in un universo parallelo, risorto nei panni di Ervardo l’Attento. E con quell’identità brucia streghe nelle loro torri e combatte contro un orso gigante. La creatura torna, legata a una corda, tirata dal poeta matto John Clare. E ora il mostro del Fen, questo mucchio viscido di fango e rami, l’Orso di Paglia di Whittlesey, dev’essere dato alle fiamme. Rinascere per soffrire di nuovo. Ballare insieme ai guitti con la faccia nera, stivali e gonna.

La veglia di Ervardo è anche di Finnegan: il suo nome sulla pietra grigia accanto alla tomba di Lucia, figlia di James Joyce, nel cimitero di Northampton dove prendevamo la pioggia.

Alan Moore considera Ervardo l’ennesimo vecchio matto che bercia contro le auto per strada. E Joyce è d’accordo. In Finnegans Wake il suo Harold non-morto inveisce contro la condanna a far parte di un eterno ciclo di Guglielmi che uccidono Harold e Harold che scagliano frecce negli occhi dei nobili dentro foreste private.

Nel giardino fradicio di Northampton ci sediamo in fila a contemplare l’idea di Moore del tempo come ciambella. Un cerchio di mago bruciato dalle cicche ardenti sul tappeto intorno alla sua sedia. Si gratta la barba e ci presenta i six proud walkers, i sei fieri viandanti, della canzone folk senza tempo Green Grow the Rushes, O. «Molto corrotta e spesso oscura. […] Un curioso miscuglio di catechesi cristiana, mnemonica astronomica, e quella che potrebbe essere cosmologia pagana.» Sei come i sei fieri viandanti. Il profeta Ezechiele parla di sei uomini con la spada, venuti a uccidere il popolo i cui capi hanno riempito le terre di violenza.

«Seguendo la strega, la principessa e il mostruoso orso» scrive Moore «sparisce nelle gallerie di riccio del sottobosco e si immerge nel sogno inglese; tutt’uno con il paesaggio ricordato, si fonde con i suoi giganti di gesso e le sue curve, beone vie dei canti popolari, si unisce ai nove splendenti e ai sei fieri viandanti.»

Bastò la digressione a Northampton, e si capì che la nostra truppa non era altro che il verso di una canzone tradizionale inglese. Mentre David batteva il ritmo e gli stanchi ma euforici pellegrini giravano intorno alle statue del giardino municipale, i sei fieri viandanti – Kötting, Barton, Finer, Bosch, Aylward, Sinclair – si fondevano in un anello comune, una danza che si nutriva del ricordo sbiadito di se stessa. Davanti a qualche birra belga fredda sulla pietra umida, davanti a un hotel bianco, dove il trionfante duca Guglielmo consumò il suo primo pasto. Il nostro scambio di particelle è compiuto, la trincea scavata. «Uno è uno e tutto solo / e per sempre lo sarà.»

Guardai le onde inesorabili per tre giorni. Non riuscivo a convincermi a tornare a Londra, città ormai abolita, aizzata contro il resto del paese. La finestra istoriata di St Leonard con autobus rosso, chiesa di Shoreditch e peccatore in catene alla quale mi aveva portato l’uomo guasto di Haggerston Park aveva esteso una linea di desiderio fino a questa teorica località marittima; a un palazzo come una nave di cemento, a St Leonards-on-Sea. Il posto migliore dove ricevere cattive notizie, meditare sull’impensabile.

Non vedendo via d’uscita, dopo discussioni con Andrew Kötting, anche lui intento a tenere a bada i suoi demoni e curare le ferite di scaramucce precedenti, optai per una camminata senza tappe, senza tregua, da St Leonards-on-Sea a Canterbury: dall’alba al tramonto, dal giorno alla notte e di nuovo al giorno. Un pellegrinaggio nell’aria da molto tempo. Canterbury, dove avevo un aggancio all’università, si vantava del proprio sguardo verso l’esterno, del suo vivace campus parigino. Stavamo per perderlo?

Accasciato contro il cemento dell’argine marino lasciai che la mia rêverie fatalista si riavvolgesse fino all’inizio, alla decisione di seguire lo sguardo del Buddha Vegetativo ovunque lo avesse portato se fosse stato capace di alzare la testa appesantita. Il convento. Poi Hackney Road. Seguii le insegne vistose dei negozi di questa frontiera locale e capii che il nostro futuro era sempre stato in bella vista, in direzione est a partire dal bottegaio che offriva scarpe vegane dell’amicizia. A suggerire che, se nel corso della camminata sulla costa ci fosse venuto un languorino, potevamo sempre mangiare quelle che portavamo ai piedi.

I negozi di Hackney Road sottoscrivevano il presente dibattito: accessori bianco puro (ingrosso). euro catering. decent international limited (solo borse). mucca avida (indiano) richdemolition uk. Dominavano sugli immigrati di vecchio corso come Litvinoff & Fawcett, venditori di credenze e cassapanche di pino, letti e tavoli artigianali su misura.

Avevamo volontariamente scelto di lanciare la nostra ultima escursione nel peggiore dei giorni: freddo e piovoso, con tendenza a un ulteriore peggioramento. Seguimmo la sdrucciolevole strada costiera sudando su e giù per numerosi gradini infangati, bloccati da alberi caduti, prima di saltare su pietre dove, in alta stagione, nudisti coriacei si crogiolano come foche. E poi via, attraverso insediamenti radi che perdevano i giardini in mare, oltre i nascondigli dei vip del fine settimana smaltati di sabbia e con finestre panoramiche, fino a raggiungere quel trionfo di ingegneria paranoica, il canale militare scavato nelle paludi per sbarrare la strada a Napoleone. La fiera Rye si rannicchiava sulla sua collinetta di ciottoli da città giocattolo come una chioccia grassa su un nido di sassolini. I commercianti celebravano l’arretramento della Manica. E facevano del proprio meglio per sfruttare, con pezzi d’antiquariato e sale da tè, il titolo di Cinque Port ottenuto a stento quando si era insabbiata New Romney.

Intendevamo mettere in fila le perline sulla collana dei Cinque Ports – Hastings, New Romney, Hythe – prima di arrivare dalla campagna, al chiaro di luna o alla luminescenza dei morti sul campo di battaglia, a Canterbury. Andrew aveva qualcosa da mettere in chiaro con la città della cattedrale dopo l’ennesimo inciampo rovinoso. Per mantenere interessante la nostra camminata trappista, non stop, si era slogato una caviglia, e poi di nuovo, lottando con certe assi di legno disobbedienti, ed era caduto nel seminterrato di casa. Tutto questo sulla gamba già rovinata: quella strappata, dalla tibia all’inguine, nell’incidente in moto di Old Kent Road.

«Ho piegato la caviglia in due» disse. Era ridotto, senza lamentarsi, a saltellare, zoppicare e a volte strisciare, come l’Innominabile di Beckett, dentro i pantani e sulla ghiaia, nelle ortiche, sopra l’asfalto, per campi pattugliati dai torelli e parcheggi di roulotte. Non si lamentava mai. Si beava del dolore. «Farei meglio a esistere.»

Per l’ossario era troppo tardi. Ma c’eravamo già stati, a verificare la leggenda per cui le ossa raccolte sul campo di battaglia, dopo il massacro di Harold e del suo esercito, erano state depositate in una chiesa normanna a Hythe. Come trofei di un signore cannibale. O peggio. Teschi accantonati in nicchie arcuate, un migliaio, stampinati con un numero nero; trapanati, danneggiati dalle picche, senza mandibola. A mordere il legno. Le immense monete delle loro orbite nere vuote a confrontarsi con il nostro futuro sguardo.

Secondo la teoria il carnaio era stato allestito, a mo’ di attrazione sulla via dei pellegrini di Canterbury raccogliendo e salvando da cimiteri, fosse comuni o luoghi di massacro ossa scarnificate, isolate. Più femmine che maschi, una piccola parte morta per colpi alla testa. Oggi si pensa che la collezione cominciò nel xiii secolo.

La mia prima visita, in compagnia di Anna, era stata la deviazione da un viaggio in auto a Folkestone, un pranzo sul porto: così tutti quei commensali chiacchieroni, famiglie felici, coppie speranzose, soci d’affari, erano stati segnati dalla mortalità. Ogni boccone perso da una mascella mancante. Era impossibile dissociare il teatro dei teschi ordinati con tale senso della misura, per dimensioni e forma, sugli scaffali della chiesa, dalle immagini vive dei conflitti recenti.

Lo studio del 1908 che per scoprire l’origine di queste reliquie mute stabilì l’indice cefalico, il rapporto tra larghezza massima e lunghezza massima dei teschi, indicò che «un numero significativo» di esse era di origine italiana; dal porto romano di Lympne o da altri luoghi di commercio con l’Europa continentale.

La chiesa di Hythe era una fermata sulla strada per la tomba di san Tommaso Becket, per i pellegrini dalle altre sponde. Mentre un altro Beckett, Sam, sopportò qualche settimana all’Hotel Bristol di Folkestone in modo da prendere residenza sul suolo inglese prima di sposare Suzanne Déchevaux-Dumesnil, la sua compagna negli amari anni della guerra. Il vagabondare e le rape. In una cartolina all’amico di Parigi Avigdor Arikha, Beckett racconta che «Sang coule plus calme dans la ville de Harvey.» Il sangue, scherzava, faceva il suo dovere circolando nel modo prescritto da William Harvey, anni dopo il trasloco del pioniere medico da Folkestone a Londra.

Anche Beckett circolò: Hastings, Rye, Canterbury. Con la sua Deux Chevaux provò su strada la nostra scarpinata. Armeggiava intorno a Giorni felici e bramava la condizione di invisibilità raggiunta nella narrativa del fantastico da H.G. Wells. Curiosità vuole che nel 1896 Wells si fosse trasferito nella zona di Folkestone, in una piccola casa ammobiliata di Sandgate, prima di trovare Spade House con la sua veduta dall’alto e la vicinanza alla funicolare ad acqua per i Leas: il punto esatto in cui stava l’hotel, oggi demolito, dove Beckett puntellava il banco del bar. E contava i sigaretti. L’uomo invisibile uscì a puntate su Pearson’s Weekly nel 1897 e fu pubblicato come romanzo lo stesso anno.

Il mondo si ribaltava. E noi restavamo attaccati con le unghie. Per scalare occorrevano i ramponi. La vecchia Hythe delle case d’epoca e dei vicoli stretti e serpeggianti ci fece coricare, sostenuti da cuscini d’aria calda. Di notte l’ossario era chiuso, ma il bagliore cereo dei teschi trapelava da sotto la porta pesante. Notai il nome della chiesa: St Leonard’s. Adesso il nostro triangolo occultato era completo: Haggerston, Hastings (ovest), Hythe.

Sotto il portico della chiesa dove ci eravamo trascinati in cerca di riparo c’era una vetrata istoriata, insanguinata alla luce della app del telefono rialzato di Andrew. L’opuscolo che presi spiegava in dettaglio: «In tutta l’Europa c’era uno spirito nuovo. In tanti si erano aspettati che nell’anno 1000 il mondo finisse. Gli uomini avevano trattenuto il fiato, specialmente dopo l’avvistamento di una cometa nel 989 (era quella di Halley), ma Dio si astenne». Edmund Halley, Astronomo reale, era un altro uomo perduto di Haggerston. La sua villa signorile, oggi scomparsa, era vicina al parco.

All’iconico san Leonardo, braccio sinistro alzato a benedire, manca una mano. Ha gli occhi chiusi di chi medita dentro di sé. Non spezza le catene del penitente inginocchiato. Gli offre invece, grosso e capovolto, un libro.

Hackney, 1975-2016

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