capolavori rivisitati
17 Dicembre Dic 2018 0559 17 dicembre 2018

Il Macbeth di Shakespeare? Funziona anche meglio in sardo

Macbettu, spettacolo cult (premio Ubu 2017): un’ora e mezza per una tragedia di notte e di sangue, ridotta alla nuda essenzialità. La lingua è il sardo, con sovratitoli, la recitazione misurata e precisa

Macbettu_Linkiesta
Ph Alessandro Serra

Sprofondare nelle viscere di Shakespeare passando per la Sardegna è la sfida riuscita di Macbettu, spettacolo cult (premio Ubu 2017): un’ora e mezza per una tragedia di notte e di sangue, ridotta alla nuda essenzialità. La lingua è il sardo, con sovratitoli, la recitazione misurata e precisa, grazie a un gruppo affiatato e solido. Come ai tempi del Bardo, i ruoli sono interpretati da soli uomini: la sensuale e sanguinaria Lady Macbeth ha l’aspetto conturbante di un alto giovanotto barbuto, sul cui petto spesso si rifugia il protagonista Macbettu (un potente Leonardo Capuano). Un’atmosfera immobile e senza tempo tra colori plumbei e improvvisi squarci di luce che tagliano il palco, fosco e polveroso.

Molto si è detto della bellezza fiera e sconcertante di questo spettacolo, un’originale e visionaria rivisitazione del capolavoro di Shakespeare. Ci limiteremo qui ad alcune osservazioni centrate sui punti di forza, che si intrecciano a formare altrettanti paesaggi.

Il giovane regista Alessandro Serra (dal 1999 alla guida della compagnia Teatropersona) dieci anni fa conduce un reportage fotografico sui Carnevali di Sardegna: maschere, campanacci, mamuthones, balli, canti, riti dal sapore ancestrale. La presenza di Dioniso è ancora palpabile. In Macbettu questo sfondo atavico si manifesta anzitutto come paesaggio sonoro.

La tragedia viene sezionata e trasposta in sardo, una lingua pervasa di mistero, ombre e musicalità. Qua e là riconosci alcune parole: «cras» sta per «domani», la notte è «oscurosa», il grido reiterato «Macbettu ha mortu su sonnu» ha la gravità ritmica di una voce che viene dal profondo passato. Inoltre, con attenzione minuziosa, Serra ricrea una partitura: nel buio assoluto dell’incipit, ecco una gragnuola di colpi che battono sul metallo, poi una pausa e poi di nuovo, un frastuono in crescendo che evoca la tempesta scespiriana, ma anche la soglia sonora che immette in un tempo “altro”. Alla fine invece, quando Macbettu è crollato a terra come una marionetta, vittima della sua cieca follia di potere, la sua storia tragica viene riassorbita dal buio, accompagnata da colpi ritmati, come lunghi respiri del destino.

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