18 Dicembre Dic 2018 0814 18 dicembre 2018

Manovra, un incubo chiamato esercizio provvisorio: e ora il coltello è nelle mani di Juncker e Moscovici

Salvini e Di Maio hanno un nuovo nemico: il tempo. Se la legge di bilancio non sarà approvata entro l'anno, su Iva e niente reddito di cittadinanza e Quota 100. Ecco perché la Commissione punta a stravincere e il Governo cede su tutto. Ma occhio ai colpi di coda

Conte Dimaio Salvini Linkiesta

Ogni giorno ha la sua pena. Quella di oggi, per il governo gialloverde, si chiama esercizio provvisorio e fino a qualche giorno fa era un’ipotesi talmente remota che nemmeno se ne parlava. In estrema sintesi, se entro il 31 dicembre non sarà approvata la manovra, il governo sarà vincolato a gestire le casse dello Stato fino a fine aprile mese per mese limitandosi a l’ordinaria amministrazione - riscuotere le entrate e pagare stipendi, pensioni, debiti -, con margini di spesa estremamente ridotti. Tradotto: vuol dire niente reddito di cittadinanza, quota 100 e flat tax alle partite iva fino alle elezioni europee. Ma vuol dire anche, per dirne una, aumento dell’Iva fino al 24,2%, come previsto dalle clausole di salvaguardia che la manovra avrebbe dovuto sterilizzare.

Incudine e martello, per Lega e Cinque Stelle: che non possono rischiare la procedura d’infrazione che la Commissione Europea continua a minacciare. Ma che nemmeno possono permettersi di affrontare la campagna elettorale su cui hanno costruito tutta la loro azione politica di questi mesi con le mani legate, le misure bandiera rinviate a data da destinarsi e pure una stangata fiscale.

Ecco perché in qualche modo una situazione si troverà, in poco tempo. Ma ecco perché, pure, il governo sembra in totale balia delle richieste di Juncker e Moscovici: ieri, senza che stormisse fronda, sono saltati totem come la crescita prevista all’1,5%, riportata a un più realistico 1%, e pure le pensioni di cittadinanza, rinviate al 2020

Ecco perché in qualche modo una situazione si troverà, in poco tempo. Ma ecco perché, pure, il governo sembra in totale balia delle richieste di Juncker e Moscovici: ieri, senza che stormisse fronda, sono saltati totem come la crescita prevista all’1,5%, riportata a un più realistico 1%, e pure le pensioni di cittadinanza, rinviate al 2020. Fino a poche settimane fa sembrava anche solo impossibile toccare il 2,4% di rapporto deficit/Pil.

Il rischio vero, tuttavia, è che la Commissione ci prenda gusto, a veder Mister Me Ne Frego dell’Europa e il suo compare subire in silenzio ogni diktat che arriva da Bruxelles. Anche perché non è improbabile che il tavolo si ribalti di nuovo, in questa infinita partita a poker. E che i due dioscuri della maggioranza decidano di punto in bianco che la procedura d’infrazione e lo scontro frontale sia una mossa più onorevole - e remunerativa, a livello elettorale - di una resa senza condizioni.

Uno scenario simile sarebbe comunque terra ignota: Mattarella firmerebbe la manovra? Conte e Tria resterebbero al loro posto? La maggioranza di governo sopravvivrebbe di fronte a una simile eventualità? E che succederebbe a spread e mercati? Tutte domande a cui, oggi, non è possibile nemmeno provare a dare risposta. Rimangono i pugni dal balcone di Luigi Di Maio, e la sicumera di Salvini, giusto un paio di mesi fa, quando il tempo non era ancora un nemico. Come cambiano in fretta, le cose.

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