Manovra del (non) cambiamento
19 Dicembre Dic 2018 0600 19 dicembre 2018

Chissenefrega degli zero virgola: la recessione sta arrivando e il governo sta facendo finta di nulla

Il protezionismo di Trump, il rallentamento della Cina, le tensioni geopolitiche europee: tutto fa pensare che la crisi stia arrivando. Il problema è un altro però: che il governo non stia facendo quel che deve per combatterla

Tria Recessione Linkiesta
JOHN THYS / AFP

Alziamo per un attimo lo sguardo dal foglio Excel sul quale, in una girandola inizialmente divertente ma oramai noiosa, ballano da mesi i numeri della prima legge di bilancio rosso-brunata e proviamo a guardare quello che sta succedendo nel mondo economico che ci circonda. Tanto ieri sera ci hanno fatto sapere che, finalmente, la Commissione ed il governo italiano hanno trovato la tanto agognata “quadra” il cui contenuto ci verrà svelato nei prossimi giorni. Attendiamo quindi fiduciosi e distraiamoci guardando altrove.

Agli USA, per esempio dove l’autunno sta finendo con gli indici di mercato azionario al ribasso sull’anno precedente, dopo quattro mesi di montagne russe che devono aver fatto la fortuna di quelli che, di volta in volta, han preso il lato giusto del mercato e la disgrazia di tutti gli altri. Ma, al di là delle fortune e sfortune individuali, il segnale è chiaro: in qualche momento del 2019 il segno meno apparirà davanti ai dati macroeconomici e gli USA entreranno in recessione. Rimane da capire per quanti trimestri possa durare. Lo stesso, ci dicono tutti gli indicatori di tendenza, succederà nella maggioranza dei paesi europei e, ci sentiamo d’arrischiare, il primo in cui questo succederà potrebbe tranquillamente essere proprio l’Italia. Abbiamo scritto da mesi che le previsioni di crescita contenute nella nota di aggiornamento al Def – sia in assenza di “manovra del popolo” sia, soprattutto, (s)grazie ad essa – erano fantasie ridicole, numeri tirati a caso. I fatti ci stanno lentamente dando ragione e tutti gli istituti di previsione congiunturale si stanno posizionando attorno allo 0,5% di crescita. Tanto per non smentirci, posizionamoci anche noi – usando il noto modello buonsensometrico de Linkiesta – attorno al -0,5% per il 2019 sul 2018. E non scordiamoci la Cina, dei cui dati ricordiamo non è ancora il caso di fidarsi ma che sta rallentando in modo evidente e financo preoccupante. Perché – ammesso e non concesso che il ciclo economico sia determinato dagli andamenti della domanda e non dall’adeguatezza dell’offerta – oggi la domanda cinese è il cavallo che maggiormente traina il carro dell’esportazione europea, sul quale viaggia la parte migliore del nostro sistema economico.

La politica del populismo non consiste nel governare le contraddizioni ed i fattori di crisi, non consiste nel rimuovere gli ostacoli alla crescita o all’aumento del benessere dei cittadini, ma solo in una continua ed inutile guerriglia ideologica contro nemici immaginari. Ragione per cui dovremmo cominciare a preoccuparci non tanto dei ridicoli provvedimenti contenuti nel Def ma dell’assenza di provvedimenti che possano servire a gestire la recessione in arrivo

Le cause di questa recessione incombente sono molteplici ma, per paradossale che possa sembrare, non sono rilevanti per queste nostre riflessioni. Le recessioni arrivano, sempre; l’importante è essere preparati e noi non lo siamo per nulla. Sarebbe certamente il caso di evitare errori di politica – economica ed internazionale in questo caso – che inizino la reazione a catena che alla recessione porta ma, nell’imperfetto mondo in cui viviamo, da un lato quegli errori prima o poi si fanno e dall’altro la recessione sarebbe arrivata anche senza la dannosa guerra commerciale mondiale iniziata dall’amministrazione Trump. Questo non rende le scelte di Trump meno deleterie esattamente come il rallentamento europeo (comunque in arrivo e dovuto in larga parte al forte rallentamento cinese) non elimina le colpe rosso-brunate nella creazione di un’atmosfera d’incertezza sulle politiche fiscali italiane. Politiche deleterie come quelle menzionate rischiano di trasformare una “routine recession” in una cosa molto più grave e di questo dobbiamo senz’altro preoccuparci. Ma ancor più dobbiamo preoccuparci dalla totale mancanza di meccanismi automatici di gestione delle fasi recessive e di politiche mirate ad usarle come opportunità di crescita. Questi temi, completamente assenti dal dibattito di politica economica nazionale, sono oggi quelli rilevanti e di cui occuparsi.

Tradotto sul piano internazionale questo vuol dire preoccuparsi per la crescente bellicosità di un’amministrazione USA che, avendo già cominciato a pensare alle elezioni del 2020, userà ogni strumento per aumentare la conflittualità sia interna che internazionale. Per chi non lo avesse notato, Trump sta lavorando per provocare un nuovo government shut-down usando come bomba incendiaria la richiesta di 5 miliardi per il suo maledetto muro con il Messico. Può darsi ceda (gli americani non amano l’idea del muro) ma troverà presto un’altra scusa, ne ha un bisogno disperato. Lo stesso vale per il nostro governo, il quale sta forse cedendo alle richieste della Commissione e si avvia a vendere come un compromesso quella che invece è una totale sconfessione, ma che cercherà immediatamente di trovare altri motivi di conflitto verso qualche paese europeo, preferibilmente la Germania.

Meglio capirlo una volta per tutte: la politica populista vive del continuo conflitto e della creazione di nemici esterni da combattere con pomposi proclami e nessun fatto concreto. La politica del populismo non consiste nel governare le contraddizioni ed i fattori di crisi, non consiste nel rimuovere gli ostacoli alla crescita o all’aumento del benessere dei cittadini, ma solo in una continua ed inutile guerriglia ideologica contro nemici immaginari. Ragione per cui dovremmo cominciare a preoccuparci non tanto dei ridicoli provvedimenti contenuti nel Def ma dell’assenza di provvedimenti che possano servire a gestire la recessione in arriva e preparare il paese alle opportunità di crescita che questa porta.

Di questo dovremmo occuparci, chiedendo che si riformi per davvero il sistema del collocamento e del riavvio al lavoro, non per distribuire impossibili e dannosi redditi di cittadinanza ma per far incontrare un lavoro soddisfacente a chi lo va cercando seriamente. Occupiamoci di un sistema complessivo di assicurazione contro la disoccupazione, che ancora non esiste, e facciamo sparire quel meccanismo d’ingessamento del mercato del lavoro chiamato Cassa Integrazione. Domandiamoci quale sia l’esposizione del sistema bancario ai comparti più vulnerabili dell’economia italiana e se non sia il caso di facilitare ristrutturazioni nel caso di una nuova crescita degli NPL. E così via. Perché i venti della recessione soffiano ma a Roma amano far finta che sia il Ponentino.

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