l'ultima intervista
20 Dicembre Dic 2018 1720 20 dicembre 2018

Morto di cancro lo scrittore Andrea Pinketts. L’intervista inedita: «È stata colpa mia, il sigaro lo perdono»

L’ultima intervista allo scrittore noir/surrealista milanese Andrea G. Pinketts. La sua battaglia contro il cancro, le donne, l'alcol, le risse, Milano. Raccontato con la leggerezza e l’intelligenza di un autore grande, folle, auto ironico

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È morto a Milano Andrea Pinketts, scrittore noir e giornalista noto per i molti romanzi, come Il conto dell'ultima cena, e Il senso della frase. Malato da tempo, le sue condizioni si erano aggravate di recente. Aveva 57 anni. Pubblichiamo qui l'intervista inedita de linkiesta.it allo scrittore.

“Ciao, hai visto il bubbone? Ho un cancro! Ma tranquillo, lo combatteremo”. Più che l’annuncio, di una schiettezza dirompente, l’uso del plurale mi lasciò di stucco. Solo pochi istanti, perché “il senso della frase” non è mai mancato allo scrittore Andrea G. Pinketts, che da alcuni mesi ha ingaggiato una scazzottata – a suon di medicine e parole – con un maledetto carcinoma squamocellulare. Il primo round lo ha visto prevalere, tanto che in un video in rete si è sbilanciato: “L’ho sconfitto grazie al cisplatino, un agente chemioterapico, l’elemento dal nome ideale per un uomo di gusto come me”. Poi una ricaduta, con il ricovero all’ospedale Niguarda e una seconda ripresa che ha strappato al malefico avversario dopo “aver attraversato una giungla avventurosa e fantascientifica, fra Salgari e Verne, in balìa della morfina”. Ora è tornato nella casa di Milano in zona Piazza Bolivar - dove l’ho incontrato – e in questa terza fase per stendere “il bastardo” può contare su un nuovo aiuto: l’immunoterapia.

Pinketts, classe ’61, ha fama di duro. Di chi “ha sempre avuto una passione sfrenata per le cattive compagnie, la letteratura, i bar equivoci, i sigari e le donne. Non necessariamente in questo ordine”, recita la biografia. Eppure non ha mai smesso di vivere con mamma Mirella, che mi accoglie con gentilezza nobiliare presentandomi persino la cagnolina, Ardita. In attesa che l’autore de Il conto dell’ultima cena – ristampato in questi giorni da Mondadori – sia pronto per l’intervista, ne approfitto per fare due chiacchiere con la vera custode dei segreti di uno scrittore da tempo considerato di culto: «Lo sa cosa gli ripetevo fin da piccolo? Tu puoi! In affetti ce l’ha fatta. Ha una scrittura entusiasmante» mi racconta la signora, che poi confessa gioie e dolori di un figlio geniale: «Un giorno arrivammo alla stazione di Verona e mi disse: “Ho due anni mamma, dammi mille lire che vado a prendere un caffè”. Oppure una mattina mi spiegò: “Ho passato una notte in bianco, anzi, in grigio, perché un po’ ho dormito”. Poi la sua vita burrascosa mi ha fatto soffrire, ma non sono stata una madre apprensiva. L’alcol e i sigari li ho sempre considerati un atteggiamento, alla Hemingway o alla Bukowski, pensi che in casa non ha mai bevuto e fumato. Questa prova – conclude con ottimismo – sono sicura lo indurrà a più miti consigli». È in quel momento che un urlo gutturale mi richiama all’ordine: “Iniziamo, che ho poca autonomia”.

Sul momento non chiesi spiegazioni, ma quel “lo combatteremo” quando mi annunciasti di aver scoperto la malattia è rimasto un tarlo.
Perché è una battaglia comune insieme agli amici. Sono stato un mese e mezzo ricoverato a Niguarda e sembrava di essere al Trottoir (storico locale della Darsena, dove è presente una meravigliosa Sala Pinketts affrescata dall’artista Jean Charles Metiase). È venuta a trovarmi un sacco di gente, infischiandosene degli orari di vista. Sembrava non venissero per me e così facendo non mi sentivo malato. Ero semplicemente al bar con i miei amici. Nonostante non abbia un carattere diplomatico si vede che ho seminato e continuo a seminare qualcosa di buono.

Come procede la lotta?
Quando era solo un bubbone pensavo me la sarei cavata in tre mesi, tra chemio e radio, invece ho passato un mese e mezzo immobilizzato in balìa della morfina e delle sue peggiori espressioni. Sono stato un violento, posseduto da questa sostanza come nel film L’Esorcista. In tutto sei mesi da incubo in un pianeta che non conoscevo, infernale. All’inizio l’ho sottovalutato. Mi sentivo forte e non credevo di dover essere ancora più forte. Ero convinto di averlo sconfitto, in realtà avevo battuto solo la parte superficiale e il bastardo stava lavorando alle vertebre. Ho rischiato di non potermi più muovere.

Nadia Toffa ha dichiarato, scatenando molte polemiche, di essere riuscita a “trasformare il cancro in un dono”. Che ne pensi?
Personalmente non lo considero un dono. Ma senza polemica verso la Toffa, perché è una questione talmente privata che ognuno la affronta come preferisce. Se questa affermazione le ha dato coraggio e le è servita sono contento, perché ogni persona deve trovare la propria protezione dall’attacco. Si vede che quello è stato il suo scudo. Io ho imparato a sopravvivere, a scoprire cose a cui non facevo caso. Sollevare un piede quando voglio è un miracolo, prima rimaneva fermo.

Come si convive con il dolore?
Quando ero piccolo io leggevamo Emilio Salgari per l’avventura o Jules Verne per la fantascienza. In questo caso ho unito le due esperienze attraverso un viaggio in una giungla nera con elementi fantascientifici. Il dolore che ho provato è allo stato puro, assoluto, che ti farebbe uccidere per liberartene. L’accezione del dolore come un distillato, l’assoluta perfezione del dolore che è la cosa peggiore che ci sia.

Scherzo del destino, hai scoperto di avere il “bubbone” alla gola subito dopo l’uscita dell’audiolibro celebrativo del tuo primo romanzo Lazzaro vieni fuori. Come hai vissuto la minaccia di perdere quella voce che ti ha così caratterizzato?
La voce è stata importante, da quando facevo radio e in seguito come arma di persuasione. E quando non bastava aggiungevo i pugni. Ho una voce da night, come cantava Califano nel pezzo Al mio bazar: “Buonasera signorina, benvenuta al mio bazar. Ha già visto la vetrina, c’è qualcosa che le va? Vuole un po’ di voce roca, può servirle dentro un night”. Ecco, anch’io vendevo un po’ di voce roca. Perderla era uno degli aspetti che mi preoccupavano. Il passare sotto silenzio. Invece durante BookCity ho utilizzato quel che è rimasto e sono riuscito a tenere un reading letterario all’interno dell’ospedale, tra l’altro il primo che avesse mai organizzato Niguarda.

Una nuova amica in questa battaglia si chiama “immunoterapia”. Circostanza curiosa, la sua introduzione nella sanità italiana è coincisa con il tuo ricovero.
Ho scoperto che avrei dovuto sottopormi a questa cura quando una settimana prima aveva vinto il Nobel per la medicina. Questo lo posso considerare un dono. E forse è vero che la fortuna aiuta gli audaci. Però non ringrazio il tumore, ma l’immunoterapia.

Lazzaro Santandrea, il tuo alter ego letterario, che cosa direbbe di questa sfida?
L’ultimo romanzo con protagonista Lazzaro è La capanna dello zio rom, dove non muore, non resuscita come in passato, non ha bisogno di escamotage. Finisce che lui ha 50 anni e non invecchia più, rispetto al passato. In Il conto dell’ultima cena ne aveva 33. Fino ad allora era un eroe che invecchiava. Adesso ha smesso. Non so cosa mi direbbe, ma sicuramente sarebbe venuto a trovarmi all’ospedale, sbalordito che sia capitato proprio a me.

Hai dichiarato: “Ho avuto un’infanzia dorata e un’adolescenza di piombo. Mi sono piaciute tutte e due subito”. Cosa intendevi?
Da piccolo ho vissuto nella bambagia a Porta Venezia. Poi con i miei genitori ci siamo trasferiti qui, in Piazza Bolivar, più residenziale. Ma dietro c’era il mitico Giambellino. Dopo 150 metri sembrava di entrare in un girone dantesco. Quindi ho vissuto come un ragazzaccio.

Hai sempre abitato con tua madre. Che rapporto avete?
Un legame fortissimo. È trentina, di padre tedesco. Ma la vedo un po’ come l’attrice Valentina Cortese. È molto cechoviana. Tra l’altro lei adora Čechov, il Giardino dei ciliegi. All’epoca sarebbe stata una russa zarista, non politicamente, ma come concezione letteraria e culturale. Per un periodo l’ho sfruttata, visto che ci chiamavano in Tv come coppia, insieme a Sgarbi e Brosio e le rispettive madri. Siamo tre grandi mammoni.

Tuo padre, invece?
I miei ricordi risalgono a 6 anni, perché poi è morto. Credo profondamente di averlo introiettato, in un certo modo inglobato in me. È stato il primo incontro con la perdita di una persona amata, che è terribile. In questo periodo, poi, guardo la televisione e mi sembra che muoiano tutti. Oppure che tutti abbiano un tumore. Tra una ricetta di cucina e l’altra fanno un appello per la ricerca contro i tumori. Ma sarà che prima non ci facevo caso.

Altra figura importante nella tua vita è stata la zia, che ti ha lasciato una grossa eredità.
Ecco, mio padre credo di averlo ritrovato nella zia Olghina. Lui era l’uomo assente, lei invece c’era e aveva un carattere infernale. Una donna alta un metro e cinquanta che teneva testa a omaccioni terribili. Aveva la cappella in casa e chiamava il parroco a dire messa quando le girava. Era una figura alla Via col vento, mi dava l’idea del privilegio, di un passato sudista, le piantagioni di cotone. Era una proprietaria terriera e viveva a Forlì in un palazzo del ‘300. Mi ha lasciato un patrimonio in eredità, ma l’ho completamente dilapidato. Comunque non mi ha aiutato avere quella fortuna, perché avrei fatto comunque quello che ho fatto. Però è diventato un espediente letterario, d’altronde anche Lazzaro non lavora.

Luogo fondamentale della tua esistenza è stato il bar. Quanto ti manca?
Mi ci ritrovavo perché in fondo sono sempre stato un dandy. Anzi, un dandy con una D in meno. Andy Pinketts. Mi manca molto per gli amici, ma in realtà avevo portato il bar all’ospedale. Non ho nostalgia della birra, perché ho un mal di gola terribile. Mi manca invece la libertà di muovermi, l’aria, lo stare in giro di notte. Però le atmosfere le ho talmente impregnate addosso che con un minimo sforzo di memoria mi ritrovo catapultato in un passato leggendario. Come i terreni della zia Olghina e l’affetto di mio padre, che ormai sono dentro di me.

La birra non ti manca, anche se gli alcolici sembravano non mancare mai nelle notti del Trottoir. Un espediente letterario anche quello?
Più che altro un elemento generazionale. Adesso i ragazzi si sbronzano, ma solo per ubriacarsi. Ho scritto anche un libro Mi piace il bar in cui racconto quelli che hanno 50 anni oggi, che da giovani entravano in una sorta di West. Non si riunivano nei bar per ubriacarsi, ma scoprivano il saloon e un mondo adulto attraverso l’ebbrezza. In certi casi potevano trasformarsi in sbornie epiche, ma non autodistruttive.

E i sigari?
In particolare il Toscano, come Lazzaro, è la proiezione del pensiero dell’uomo. Come scrisse Borges, che cito nel Vizio dell’agnello: “L’uomo misura il vago tempo con il sigaro”. Ti dà il gusto della riflessione e della contemplazione. Non è il fumare nevrotico della sigaretta. Infatti mi sono talmente imbambolato a fumare compiaciuto, che ho fumato troppo e mi è venuto un carcinoma. Ma è stata colpa mia. Il sigaro lo perdono».

Avevi dichiarato: “Soffro di cronofobia, la paura del tempo che passa, che è poi soprattutto la paura di perdere gli amici”. Che cos’è per te l’amicizia?
In questo periodo ne soffro ancor di più. Ogni piccola cosa diventa un evento. Sono diventato un calendario vivente. Mi ricordo cose pazzesche. Se avessi ucciso qualcuno non avrei problemi a ricordarmi l’alibi. Ogni momento è scandito dalle medicine. Comunque non ho ucciso nessuno che non se lo sia meritato. La definizione perfetta di amicizia la colse Barbara Palombelli nel recensire Il conto dell’ultima cena. Scrivevo: “Gli amici sono coperte. Coperte termiche d’inverno. Fresche lenzuola d’estate. Senza gli amici sei nudo: nasci nudo. E chi ti vuol bene comincia a coprirti, ti copre per tutta la vita. E anche dopo morto copre di fiori il tuo cappotto di legno.

Passiamo ai tuoi “cattivi maestri”, da Carmelo Bene a Franco Califano. C.B. ripeteva spesso: “Credo in Dio proprio perché non esiste”. Tu invece hai scritto: “Dio è cattivo se non esiste”.
Riprendo ancora da Il conto dell’ultima cena, con Lazzaro che si stupisce che la Madonna gli appaia, perché di solito accade ai pastorelli ignoranti. Poi è testimone di un omicidio commesso dalla Madonna stessa, ancora più improbabile. Un credente agnostico costretto a fare i conti con il sacro. Estremamente affascinato dal sacro, come Carmelo Bene e come Franco Califano, che infatti scrisse una bellissima canzone come Amore sacro amor profano.

Hai avuto una vita burrascosa, che a volte ha incrociato quella di altri artisti. Come la volta che fosti costretto a scappare da un concerto con Gianluca Grignani.
A Genova per una serata in cui lui avrebbe dovuto cantare e io commentare le sue canzoni. Ci teneva molto, ma ebbe un problema con la voce che gli fece rischiare di perderla per un lungo periodo. Allora la sicurezza ci fece fuggire da una porta secondaria, perché c’erano le fans inviperite. Era il periodo di Falco a metà, solo che quella volta l’altra metà ero io. Gianluca è uno di quegli uomini di cuore, di anima, di cervello, spietatamente a disagio perché forse troppo fragili.

Altro compagno di serate turbolente è stato Cristiano De Andrè.
Per lui la vodka è come il colore rosso per il toro. Dopo aver bevuto attaccava briga, ma non con una persona, con venti. E se ti trovi con lui devi portare a casa la pelle. Abbiamo condiviso le mazzate. Penso che non ci sia bisogno di spiegare caratterialmente Cristiano, è evidente. Prima mi parlavi della Toffa e del concetto di dono. Penso che per certe persone il vero dono sia questa fottuta sensibilità, che ha degli effetti collaterali. Non dico dono e maledizione. Non si rinnega un talento se ce l’hai, ma sicuramente bisogna sopportarne gli effetti collaterali.

Chi altri hai conosciuto baciati da questo particolare dono?
Il mio amico Omar Pedrini. Anche lui passato attraverso gli ospedali. Ma tutti noi prima o poi dobbiamo fare una stagione all’inferno. O come canta in una canzone, abbiamo bisogno di Dimenticare Palermo. Oppure Francesco Salvi, che ho conosciuto bene, è un uomo tormentato. Troppo talentuoso per fare solo il comico e a un certo punto si è trovato perso in questa selva oscura incapace di comprendere, anche se lo sapeva benissimo, se fosse un genio della parola o un comico alla Boldi. Ecco, per tornare al dono citato da Nadia Toffa, quello che ho io e anche altri artisti è questa fottuta sensibilità.

Recentemente su Repubblica sono stati intervistati Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni, che hanno rilanciato il noir come genere in grado di descrivere la società attuale. Però non era citato Pinketts.
Loro tre sono miei coetanei e amici. Però l’intervista avrebbero dovuto farla a me, Carlo Lucarelli, Raul Montanari e Marcello Fois nel 1990. Siamo stati noi a rendere compiuto quello che loro dicono oggi. La scoperta che hanno fatto ha 20 anni. La porta l’abbiamo aperta noi a spallate. Non faccio parte di questo gruppo perché evidentemente avranno editori comuni o hanno deciso di collaborare una sera a cena insieme. Ma non è un movimento, quello vero era Gioventù cannibale degli anni ’90 di cui facevo parte. Il loro è un semplice ménage à trois.

Chi sono i migliori giovani scrittori italiani in circolazione?
Nessuno mi ha fulminato. Dieci anni fa avrei detto Mauro Marcialis, poi si è fermato. È un po’ disilluso, anche se ha scritto cose bellissime. La Ferocia di Nicola Lagioia non mi è dispiaciuto, ma non grido al miracolo.

Donato Carrisi, scrittore italiano noir più letto all’estero, ha dichiarato: “Nel mio talento c’è la paraculaggine. Mi sono immaginato nel passato, come uno che riesce a vendere ombrelli anche quando non piove”. Pinketts è mai stato un po’ paraculo?
Il modo di scrivere alla Faletti, che io non ho e non mi piace. Significa scrivere per un pubblico neutro, in un non luogo, che sia New York o Roma è uguale, un posto anestetizzato. Io non sono mai stato paraculo. Anzi, posso scrivere dieci pagine di prefazione e una del libro vero e proprio. Che è la cosa meno da paraculo che ci possa essere, visto che un editore vuole un pacchetto ben confezionato.

Il monumento del noir italiano rimane solo Giorgio Scerbanenco?
Sì. Per il racconto, per il romanzo, l’ho preso a ispirazione per tutto. Ogni tanto mi premiano a suo nome e mi onora molto. Cecilia, sua figlia, 20 anni fa mi aveva chiesto di continuare un inedito del padre e le ho risposto che non me la sentivo. Poi ha pubblicato Il ritorno del Duca con vari scrittori. Ho rifiutato perché ho troppo rispetto per il suo stile e anche per il mio.

Del neo giallista Francesco Guccini che giudizio hai?
A me piacevano i libri di Guccini con Loriano Machiavelli. Tra noi è sempre intercorsa una lontana diffidenza, qualcosa non ha mai fatto esplodere una sanguigna amicizia. Non so come mai. Non per le ideologie. Forse mi vedeva come una minaccia. Non è scattato nulla in 25 anni e non credo scatterà più. Guccini, comunque, lo preferisco cantautore.

Negli anni ’90 sei stato fra i protagonisti della cosiddetta “tv trash”. Quando oggi vedi in onda il Costanzo Show cosa pensi?
Se lo merita, perché è un grandissimo burattinaio. Non manipolatore, ha fiuto. Pensavo stesse perdendo qualche colpo per l’ansia da protagonismo, invece al Costanzo Show è tornato in sella. E lo vedo bene, ha aspettato il momento giusto per reimpossessarsi del suo impero. Ora c’è in giro un trash più da poveri. Ai miei tempi era l’apologia del trash. Invece adesso c’è l’equivocabile dimostrazione che i tronisti, non si rendono conto, pensano di essere affascinanti. Quando mi dicevano che ero un fenomeno da baraccone rispondevo: “Io sono il fenomeno e voi il baraccone.

Veniamo alla sfera femminile. Fernanda Pivano ti ha sostenuto dagli esordi. Come la ricordi?
Quando si addormentava a cena e aveva questa faccia che sprizzava bontà da tutti i pori, sembrava un San Bernardo. Perdeva i sensi per una frazione di secondo, poi tornava a tuonare contro il marito, l’architetto Ettore Sottsass, quel traditore.

Altra grande artista di cui eri amico è stata Alda Merini.
Mi chiamava di notte. Posso darvi uno scoop. Sui Navigli a breve dedicheranno alcune case ad artisti simbolo di Milano. Una ad Alda Merini, una a me e una ad Aida Cooper. Verranno realizzati degli affreschi con la storia delle nostre vite e opere. Ne sono davvero onorato.

Barbara Alberti ha scritto: “Andrea Pinketts è il Majakovskij italiano”.
Anche perché c’era una certa somiglianza fisica. Lei è una donna straordinaria. La voglio separare dalle altre due perché viva e vivacissima. Siccome anche lei ha combattuto il tumore con grande coraggio, dividiamo le leggende scomparse da quelle viventi.

Le donne non sono mai mancate nella tua vita, tanto che esiste un club che si autoproclama “Devote di Pinketts”. Però vorrei concludere parlando di Alexia Solazzo con cui hai condiviso la mostra Face Your Phantoms e la tua collaboratrice Elisabetta Friggi.
Alexia è un’artista. È stata la mia fidanzata e ciò nonostante non siamo riusciti a liberarci l’uno dell’altro, tanto che lavoriamo ancora insieme. Non riesco a pensare a qualcosa di scritto senza i suoi colori e lei a un quadro senza le mie parole. Elisabetta invece è il mio braccio destro, perché mi fido solo delle donne che hanno tette enormi e un cuore grande.

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