20 Dicembre Dic 2018 0537 20 dicembre 2018

L’Italia ha fame di investimenti: e (come al solito) sono i primi a saltare dalla manovra

Altro giro, stessa storia: per salvare la manovra del popolo sono stati tagliati 4 miliardi di spesa in conto capitale. Gli unici che fanno davvero crescere, ma pure quelli più facili da gettare nel cestino. Dal 2000 a oggi abbiamo perso il 23% di investimenti pubblici: invertire la rotta?

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Anche nell’era del governo del cambiamento, c’è una cosa che non cambia mai: quando c’è da tagliare qualcosa i primi a farne le spese sono gli investimenti. È successo anche questa volta, con la manovra del popolo che da due mesi rimbalza tra Roma e Bruxelles. Erano quattro miliardi, lo 0,2% del Pil, quel che serviva a far sì che la Commissione desse il via libera alla legge di bilancio italiana. E quei quattro miliardi, con buona pace di Confindustria e del “Partito del Pil”, sono stati decurtati dagli investimenti in conto capitale.

Due miliardi di quei quattro sono legati alle ferrovie, al finanziamento delle politiche comunitarie, al Fondo per lo sviluppo e la coesione territoriale e a quello per la produttività e la competitività. Gli altri due sono stati levati dai quindici che il governo aveva stanziato per un piano di investimenti infrastrutturali. Se ne riparlerà al prossimo giro.

E forse, giusto per non gettare la croce sui soliti gialloverdi - che perlomeno la buona volontà ce l’hanno messa - andrebbe ricordato che il pozzo degli investimenti, in Italia, è secco da molto prima. In soli 9 anni, dal 2009 al 2017 si è passati dal 3,4% del Pil di capitale investito dal pubblico - quanto oggi investe la Francia - all’attuale 2% che ci pone al di sotto delle sole Irlanda e Portogallo, appaiati alla Spagna. Non c’è anno, dall’inizio del millennio a oggi, in cui gli investimenti pubblici sono cresciuti più dell’anno precedente. Sempre, costantemente in calo.

Non c’è anno, dall’inizio del millennio a oggi, in cui gli investimenti pubblici sono cresciuti più dell’anno precedente. Sempre, costantemente in calo.

Le cose non migliorano se si parla di investimenti nel loro complesso, pubblici e privati assieme. Nel decennio di crisi, tra il 2007 e il 2017 il crollo complessivo degli investimenti è stato di ben 23 punti percentuali, mentre l’Europa calava di “soli” 4,6 punti. Austerità, direte voi? No, siete fuori strada. Nel medesimo periodo, infatti, la spesa pubblica è aumentata di anno in anno. Questo perché ad aumentare era la spesa corrente, quella degli stipendi e degli acquisti di beni e servizi. E non di poco: nei primi 17 anni del terzo millennio la spesa corrente è aumentata di 45,3 punti, quella per investimenti è diminuita del 4,3% e percentuali analoghe si ottengono anche negli anni di crisi. Ma la chiamavano austerità.

Giova ribadire un concetto: senza investimenti, pubblici e privati che siano, non si cresce. Che vogliate rifare lo Stato imprenditore o vogliate abolire tutte le tasse per chi investe, quella è l’unica strada che moltiplica i pani e i pesci. Il resto, dalle pensioni ai sussidi, risponde ad altre logiche, ma non fa lievitare un bel nulla. Peccato sia proprio tutto quel resto che si vende benissimo in campagna elettorale. Contenti voi, contenti tutti.

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