20 Dicembre Dic 2018 0559 20 dicembre 2018

Soundreef minaccia di lasciare l’Italia, e per Di Maio è un incubo

La startup che ha scalfito il monopolio Siae aspetta da tempo un intervento legislativo che completi la liberalizzazione del mercato dei diritti d’autore. Che pure c’era nel programma grillino. Ma nella legge di bilancio non se ne parla

Fedez Linkiesta
La locandina dell’ultimo tour di Fedez, iscritto a Soundreef

C’è agitazione dalle parti del Ministero dello Sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio. E non solo per le sorti della manovra economica. Nel pieno delle turbolenze da bilancio, sulla scrivania del vicepremier è arrivata pure una lettera firmata da Davide D’Atri, amministratore delegato di Soundreef, la piattaforma di intermediazione dei diritti d’autore che per prima ha scalfito il monopolio Siae in Italia. «Siamo pronti a lasciare il Paese se non ci sarà piena liberalizzazione del mercato», scrive a Di Maio l’imprenditore, che si aspettava che nel decreto fiscale ci fosse almeno un emendamento pro apertura. E invece niente. Per di più che l’attuale governo aveva nel programma la liberalizzazione contro il monopolio Siae. E una proposta di legge è stata presentata già dal Cinque Stelle Sergio Battelli.

Ma al momento è tutto fermo. Nella legge di bilancio non si parla di diritti d’autore. Né Di Maio ha ancora risposto alla lettera di Soundreef. Eppure l’idea che per il mancato intervento grillino, Soundreef, paladina della lotta contro Siae, faccia le valigie per andare altrove con le sue star da milioni di follower – come Fedez e Rovazzi – deve essere uno dei peggiori incubi del vicepremier del cambiamento.

Nella legge di bilancio non si parla di diritti d’autore. Né Di Maio ha ancora risposto alla lettera di Soundreef. Eppure l’idea che per il mancato intervento grillino, Soundreef faccia le valigie per andare altrove con le sue star da milioni di follower deve essere uno dei peggiori incubi del vicepremier pentastellato

La storia di Soundreef comincia a Londra nel 2011, ma «le sue radici appartengono al Bel Paese», racconta D’Atri nella missiva al ministro. E infatti dopo l’entrata in vigore della direttiva Barnier, nel 2014 torna in Italia, «convinti che si potesse fare innovazione in questo Paese». Ma dal 2015 a oggi, nonostante i 15mila artisti iscritti, per D’Atri e colleghi è stato solo un campo minato tra ricorsi in tribunale e all’Agcom. E pure un caso di presunto spionaggio ai danni dell’azienda, raccontato dall’Espresso.

Una battaglia continua nei confronti di Siae. Finché nel 2017, il governo Gentiloni, con il ministro Dario Franceschini, su spinta della Commissione europea e delle proteste sulla stampa, ha fatto qualche piccolo passo avanti. A denti stretti, il mercato è stato parzialmente liberalizzato, stabilendo però che solo le associazioni non profit possono fare concorrenza a Siae. E così a gennaio 2018 è stata creata l’associazione Lea, Liberi editori autori, che riscuote i compensi sul territorio italiano. Ma è rimasta una liberalizzazione a metà.

L’attuale governo aveva nel programma la liberalizzazione contro il monopolio Siae. E una proposta di legge è stata presentata già dal Cinque Stelle Sergio Battelli

Non appena insediato il governo, Davide D’Atri ha inviato un messaggio indirizzato al governo: «Esprimiamo sin da ora la nostra piena disponibilità al neoministro Alberto Bonisoli, per un confronto aperto sulle possibilità di riformare il mercato dei diritti d’autore in modo organico e lineare». Eppure da lì in poi dal governo, che aveva fatto grandi promesse, si è mosso poco o nulla. Le novità sono arrivate solo a ottobre da un pronunciamento dell’Antitrust, e a novembre da una sentenza del Tribunale di Roma. Interventi che hanno aperto la breccia definitiva. Senza però essere poi seguiti un intervento legislativo mirato. Né nella legge di bilancio c’è traccia di emendamenti, commi e articoli sul tema, come promesso dai Cinque Stelle.

Nella lettera a Di Maio, D’Atri si domanda dove sia il cambiamento tanto sbandierato dal governo che della lotta ai monopoli ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. «Ci troviamo a dover dare conto anche a chi ha creduto nel nostro progetto, investendo in Italia oltre 10 milioni di euro e consentendoci di arrivare dove siamo arrivati: i nostri investitori», scrive. «Non vorremmo lasciare il nostro Paese, come ci è stato richiesto, qualora non si completi il processo di liberalizzazione che auspicavamo, soprattutto dopo la vittoria del Movimento Cinque Stelle che si è sempre presentato ai suoi elettori come governo del cambiamento».

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