21 Dicembre Dic 2018 0716 21 dicembre 2018

Soldi a evasori e pensionati, niente assunzioni all’università: nella manovra c’è l’Italia che non vuole cambiare

I comuni possono assumere, le università no: in questo articolo del maxi emendamento alla Legge di Bilancio c’è tutta l’ostilità del governo (e del Paese) contro il mondo del sapere e della ricerca. Così si va sbattere contro il futuro: basta che si sappia

Università

“Per l'anno 2019 la Presidenza del Consiglio dei ministri, tutti i ministeri, gli Enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le Università non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato”. La polpetta avvelenata sta all’articolo 208 bis del maxi emendamento alla legge di bilancio, quello che sui cui le camere voteranno la fiducia al governo, senza alcuna discussione, per evitare l’esercizio provvisorio. E dentro questo emendamento, a ben vedere, c’è tutta la visione del mondo di Lega e Cinque Stelle.

Nei confronti del sapere e della cultura, in primo luogo. Che in manovra non ci fosse una lira per la scuola e per la ricerca lo sapevamo da tempo. Che si decidessero di bloccare le assunzioni dei ricercatori universitari - ri-bloccando il turnover che il governo precedente aveva sbloccato - è una sorpresa dell’ultima ora. E serve a poco puntare il dito contro Bruxelles, accusando gli eurocrati di aver costretto il governo a questo voltafaccia. Per dire: gli enti locali, a partire dai Comuni, sono esclusi dal blocco del turnover. Ci saranno mille nobili ragioni dietro a questa decisione, ma fatichiamo a capire perché un usciere comunale sia più strategico di un ricercatore universitario.

Ci saranno mille nobili ragioni dietro a questa decisione, ma fatichiamo a capire perché un usciere comunale sia più strategico di un ricercatore universitario

Fosse solo questo, peraltro. Perché non sono solo gli uscieri del Comune, a venir prima dei docenti e dei ricercatori universitari. Ci sono pure gli evasori fiscali, i pensionati, le partite Iva che guadagnano 75mila euro all’anno e pagheranno il 15% di tasse, i disoccupati che percepiranno il reddito di cittadinanza a vita pure se lavoreranno in nero. Persino gli odiati F-35 vengono prima del sapere e della ricerca.

Quanto tutto questo sia stupido non dovrebbe essere nemmeno materia di discussione, né di un editoriale. Evidentemente lo è, in un Paese che ostenta orgoglioso la propria ignoranza, la propria produttività zero, il record europeo (negativo) di laureati sul totale della popolazione (il 22,4%) e di manager senza laurea (il 54% sul totale), le 65mila immatricolazioni in meno all’università dal 2000 a oggi, l’1,3% della spesa dedicata a ricerca e sviluppo contro l’1,9% europeo e il 2,3% dei paesi Ocse, con l’età media dei ricercatori - oltre 46 anni! - tra le più alte al mondo.

Un Paese così, se proprio volesse darsi un futuro, dovrebbe cominciare proprio da scuola e università. Rinnovando il parco docente, ricominciando a dare spazio ai giovani, investendo nei centri di eccellenza in grado di attrarre ricercatori e cervelli dall’estero, di competere con gli altri Paesi sviluppati sulla frontiera dell’innovazione, per evitare di subirla, di averne sempre, costantemente, paura. Così si va a sbattere contro il futuro: poi non lamentiamoci, però.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook