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24 Dicembre Dic 2018 0600 24 dicembre 2018

Dalla Siria all’Iran: Trump sta distruggendo l’America per salvare se stesso

Il ritiro delle (poche) truppe Usa dalla Siria lascia campo libero a Mosca. E non è l'unica mossa contraddittoria o autolesionista. Tanto è vero che il Segretario della difesa Usa si dimette

Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è in difficoltà. Le elezioni di mid-term lo hanno privato della maggioranza alla Camera e, soprattutto, secondo diversi osservatori l’economia americana è destinata a un significativo rallentamento nei prossimi mesi, con il rischio addirittura di arrivare al 2020 – anno delle elezioni – con il Paese in recessione. Il suo indice di gradimento, secondo le rilevazioni della Gallupp, ancora regge ma è tornato sotto i 40 punti nell’ultimo mese. Se l’economia, che già pare stia rallentando nel quarto trimestre del 2018, dovesse peggiorare secondo le previsioni, le sue speranze di ottenere un secondo mandato alla Casa Bianca si ridurrebbero drasticamente.

È in questo contesto che vanno inquadrati, e interpretati, i recenti annunci di Trump sull’intenzione di ritirare le (poche) truppe americane dalla Siria e, almeno in parte, dall’Afghanistan. Si tratta di un tentativo di recuperare consenso interno - nel nome del “riportiamo a casa i nostri ragazzi”, perché la missione di sconfiggere l’Isis sarebbe ormai compiuta - usando la politica estera, dove la Camera ha meno facoltà di interdire le decisioni del presidente.

Ma il calcolo di Trump, secondo gli esperti, è miope. Tanto miope da aver spinto due pezzi da novanta dell’amministrazione, il Segretario alla Difesa Jim Mattis e l’inviato americano presso la coalizione anti-Isis Brett McGurk, a dimettersi visto il totale disaccordo con le scelte del presidente. E in effetti da un punto di vista geopolitico non si capisce come questa decisione di Trump possa comportare altro che un arretramento della posizione americana nel mondo.

In primo luogo vengono traditi gli alleati sul terreno - in Siria i guerriglieri curdi che hanno liberato Kobane dall’Isis e in generale fatto da fanteria nella guerra al Califfo, e in Afghanistan le forze fedeli al governo legittimo che combattono contro i Talebani - e gli alleati occidentali che hanno partecipato allo sforzo bellico nei due scenari di guerra, non senza perdite. E questo è un precedente destinato a lasciare delle cicatrici.

Viene lasciato uno spazio di manovra enorme al Cremlino, che ora potrà gestire la mediazione tra il regime di Assad, i curdi (ex) alleati degli Usa che controllano parti significative del territorio siriano, e la Turchia di Erdogan

In secondo luogo viene lasciato uno spazio di manovra enorme al Cremlino, che ora potrà gestire la mediazione tra il regime di Assad, i curdi (ex) alleati degli Usa che controllano parti significative del territorio siriano (e giacimenti petroliferi), e la Turchia di Erdogan che vedi questi ultimi come pericolosi terroristi. Certo, c’è il rischio di un effetto boomerang per Mosca nel caso in cui non riesca a condurre in porto una buona mediazione. Ma finora Putin è stato abile a far pesare la supremazia militare russa sul terreno, per poter distribuire favori agli interlocutori – ad esempio ha lasciato a inizio 2018 che la Turchia conquistasse il cantone curdo di Afrin, in cambio del suo aiuto nel condannare di fatto la ribellione siriana al totale fallimento – e per posizionarsi al centro della diplomazia mediorientale. Non è un caso che Iran, Arabia Saudita e Israele vedano ora nella Russia un interlocutore imprescindibile a livello regionale.

In terzo luogo viene mandato un messaggio contraddittorio – l’ennesimo – nei confronti dell’Iran. La Repubblica islamica è tornata ad essere un nemico giurato per Washington, che ha stracciato l’accordo sul nucleare e ha ridato pieno sostegno ai propri alleati storici, Tel Aviv e Riad. Eppure, con il ritiro dalla Siria, gli Usa perdono di fatto le postazioni sul terreno da cui potevano controllare il corridoio sciita, che dalle propaggini orientali dell’Iran arriva – via Iraq, Siria e Libano – fino al Mar Mediterraneo, e rafforzano l’alleato siriano di Teheran. Lasciare questa situazione nelle sole mani dei Saud e di Netanyahu, che a loro volta piegano non di rado la politica estera a esigenze di stabilità interna e a cui non mancano nemici anche tra i Paesi sunniti, potrebbe essere rischioso e controproducente rispetto all’obiettivo di isolare l’Iran sciita.

Ultimo, ma non meno importante, affermare che la guerra all’Isis sia vinta e terminata è un azzardo notevole per un presidente Usa. In Siria e in Iraq gli uomini del Califfo non controllano più intere porzioni di territorio ma continuano a scomparire e ricomparire, come un fenomeno carsico, colpendo e seminando morte e terrore. In Afghanistan in compenso pare stiano guadagnando terreno. Se, complice il ritiro americano oggi, la situazione dovesse degenerare domani, sarebbe difficile per Trump giustificare le sue scelte.

Insomma gli Usa con Trump perdono terreno a est senza guadagnarlo a ovest. Il neo-isolazionismo vagheggiato da questa amministrazione sembra nascere dal colossale abbaglio

Anche perché l’aspetto che più colpisce gli analisti è l’apparente mancanza di coerenza nelle scelte di politica estera del presidente. Anche Obama voleva disimpegnare gli Usa dal Medio Oriente, ma teorizzava un maggiore coinvolgimento nel Pacifico, dove si sposterà nei prossimi decenni il baricentro degli interessi strategici americani. Trump invece disimpegna gli Usa dal Medio Oriente e dal centro Asia, e manda messaggi contraddittori nell’area del Pacifico.

Aver stracciato il TPP (Trans Pacific Partnership), l’accordo commerciale che doveva mettere in rete e rafforzare gli alleati americani della regione in ottica anti-cinese, dopo aver promesso in campagna elettorale di voler contrastare la Cina, ha creato confusione e malcontento. Aver minacciato, o anche messo, dazi sulle esportazioni dei Paesi alleati ha peggiorato la situazione. Aver poi sdoganato il nucleare nord coreano ha mandato un messaggio pericoloso a nemici e alleati di Washington: ai primi è stato di fatto detto che conviene armarsi illegalmente (e non cercare un accordo in seno alla comunità internazionale, come ha fatto Teheran e si è visto con che risultati), ai secondi che non possono fare affidamento sulle capacità di deterrenza statunitensi per evitare che i propri nemici ottengano armi di distruzione di massa.

Insomma gli Usa con Trump perdono terreno a est senza guadagnarlo a ovest. Il neo-isolazionismo vagheggiato da questa amministrazione sembra nascere dal colossale abbaglio secondo cui gli Stati Uniti ci perdono a fare la super-potenza egemone globale e invece avrebbero tutto da guadagnare da una crisi dell’ordine – economico e geopolitico – che proprio Washington ha plasmato negli ultimi settant’anni. Ma mentre questa narrazione ancora regge, e forse reggerà fino all’eventuale arrivo della crisi economica, a livello interno, a livello esterno gli avversari degli Usa si rafforzano, potendo anche contare sullo smarrimento degli alleati sedotti e abbandonati dallo Zio Sam.

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