Relazioni scomode
26 Dicembre Dic 2018 0559 26 dicembre 2018

”Capo, stai sbagliando”, ovvero come gestire il dissenso ideologico sui social

I social network sono l’ambiente più sensibile dove esprimere le proprie opinioni. Ma cosa succede se a fare dichiarazioni ’scomode’ su temi come la politica o diritti LGBTI è proprio il nostro capo?

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Photo by rawpixel on Unsplash

I social network sono un’esca per il pensiero comune. Accettiamo che chiunque vi riversi la propria idea sui temi caldi del momento. Ma siamo a nostro agio quando a dichiarare la propria posizione ideologica è la nostra azienda, il collaboratore, il brand preferito, o il capo?

Prendere posizione

Negli Stati Uniti è stata pubblicata una ricerca sull’attivismo dei Ceo. E l’interesse è partito dal fatto che il numero di Ceo che prende posizioni ideologiche è crescente. Anche in Italia i casi delle “magliette rosse”, di “Rolling Stone” ed altri, hanno tolto il velo alle idee di molte persone con interessi importanti e ruoli pubblici.

È quindi il momento di chiedersi cosa succede quando l’AD di un’azienda si esprime pubblicamente su tematiche divisive come:

– l’ambiente o l’alimentazione (l’inquinamento, il consumo di carne animale);

– la politica (#Trump, ma anche #Salvini o #Brexit);

– le tematiche sociali o sessuali (#immigrazione, #metoo, #LGBT).

È giusto che il Ceo si esprima su “argomenti sensibili”? E com’è possibile gestire il rapporto professionale con chi abbiamo scoperto avere idee dichiaratamente diverse dalle nostre?

L’attivismo ideologico del Ceo

Si potrebbe subito dire che il Ceo è libero di esprimere la propria idea, ma la realtà dimostra che prima della libertà di espressione, possono esserci gli interessi di-o-per:

– l’azienda;

– migliaia di dipendenti;

– milioni di consumatori.

Come il Novecento ha avuto grandi fabbriche che hanno convissuto con regimi totalitari, anche oggi il Ceo può decidere, per la ragion di Stato aziendale, di “non parlare”, o convivere con idee che non approva.

Invece può anche schierarsi in maniera netta. Per esempio, il capo di Disney ha cancellato un programma di successo della ABC TV per un commento razzista su Twitter di una conduttrice. E poco prima aveva appoggiato Ken Frazier, Ceo dell’azienda farmaceutica Merck, dimessosi dal business advisory council del Presidente Trump perché lo stesso Trump si rifiutò di condannare atti di violenza razziale accaduti a Charlottesville.

Davanti a un’audience, o meglio un “mercato” di migliaia di clienti, inserzionisti, dipendenti e attori, cos’altro avrebbe potuto fare il Ceo di Disney?

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