Immaginario collettivo
28 Dicembre Dic 2018 0608 28 dicembre 2018

I risparmi degli italiani? Sintomo di paura nel futuro

Negli anni in cui nel nostro Paese si andava a formare poco a poco la grande zavorra del debito pubblico, i cittadini hanno saputo fare cassa senza svendere la propria ricchezza. Ma senza neanche investirla, credendo nel futuro

PIGGY BANK LINKIESTA
(Pixabay)

Italiani popolo di grandi risparmiatori. Mentre il debito pubblico italiano è uno dei più alti al mondo, il patrimonio netto delle famiglie italiane è molto alto. Negli anni in cui nel nostro Paese si andava a formare poco a poco la grande zavorra del debito pubblico, come racconta il rapporto Censis/Conad, i cittadini hanno saputo fare cassa senza svendere la propria ricchezza. Ma senza neanche investirla, credendo nel futuro.

Un paradosso. Come non essere ottimisti di fronte a una situazione di solida ricchezza privata? Vuol dire che in fondo in fondo, sotto la penuria economica della crisi, c’è una pentola d’oro che permette il nostro sostentamento. La vera domanda è: fino a quando? Può un Paese aggrapparsi ai patrimoni privati per fronteggiare il mondo globalizzato? Chiaramente, no. Se l’immaginario collettivo è un motore di sviluppo, allora un immaginario come aggregato di miti collettivi, chiuso e divisivo, è una zavorra che tiene a terra la mongolfiera della crescita. L’unico deterrente nei confronti del risentimento verso un presente difficile è lo sviluppo, cioè la moltiplicazione delle opportunità di crescita individuale e di benessere collettivo. Oltre il patrimonio privato.

Ecco perché ragionare in termini di crisi immateriale dell’immaginario collettivo torna ad essere l’unico modo per dimostrare che senza un immaginario vitale e propositivo, non ci sarà neanche l’ombra di una crescita. Quello a cui stiamo assistendo oggi però è proprio il contrario di quello che dovrebbe accadere. Il nostro immaginario è offuscato dal rancore: non c’è speranza, non c’è apertura verso il futuro; semmai nostalgia verso un passato che ormai è tramontato e che si è portato nella tomba i giorni felici e spensierati del benessere economico. Ciò non permette di guardare alla realtà con sguardo lucido. Non ci si accorge di avere l’oro in cantina, e il patrimonio privato rimane intonso a prendere polvere mentre diminuisce il potere d’acquisto. Eppure la notizia che sempre più italiani riescono a risparmiare dovrebbe farci tirare un sospiro di sollievo. Siamo passati dal 25% di famiglie che dichiarano di riuscire a risparmiare nel 2012 per giungere al 33% del 2016. Il trend è dunque positivo, e se a fine mese restano un po’ di soldi da risparmiare i cittadini sono certo più felici.

Questa tendenza è il sintomo di un Paese che ha paura di investire, dove l’incertezza del domani non permette di spendere oggi; dove è meglio risparmiare, “non si sa mai”. Il timore del futuro immobilizza gli investimenti

In realtà questa tendenza è il sintomo di un Paese che ha paura di investire, dove l’incertezza del domani non permette di spendere oggi; dove è meglio risparmiare, “non si sa mai”. Il timore del futuro immobilizza gli investimenti: ben il 59,7% degli italiani risparmia per poter gestire eventi inattesi, con un salto di quasi 6 punti percentuali rispetto al 2012. Questi dati certificano l’evidenza di una crescita dell’incertezza senza coperture, che spinge persone preoccupate e impaurite a tenere fermo il contante.

Eppure investire rimane l’unica soluzione per uscire da una crisi economica che ci sta impoverendo da dieci anni. Se tutti soldi rimasti a prendere la polvere in cantina venissero investiti in progetti innovativi, forse davvero il Paese potrebbe rialzarsi. Quello che manca in Italia è l’educazione al rischio imprenditoriale, che non vuol dire gettarsi senza precauzione in avventure imprenditoriali senza sbocchi; vuol dire avere l’umiltà di confrontarsi con gli specialisti del settore, lavorare sodo, e creare nuova ricchezza per il Paese.

Se chi ha i soldi da investire non li investe c’è anche un altro dato che dovrebbe farci riflettere. Crolla il tasso di propensione al risparmio per i giovani adulti. Mentre i vecchi mantengono il loro denaro in cassa i giovani tendono a spendere sempre di più per mantenere uno standard di vita elevato. I giovani adulti insomma guadagnano poco, ma non vogliono certo rinunciare al loro stile di vita. C’è tutta una fetta di società che continua a mantenere uno stile di vita molto alto, ma non può e non vuole rinunciare ad esso. Esiste dunque uno scollamento tra reddito percepito – che spesso è basso e frutto di lavori precari – e il consumo. In entrambi i casi, sia per chi risparmia e sia per chi spende oltre le proprie possibilità, l’idea di futuro rimane incerta. Solo investimenti coraggiosi possono risollevare le solti di un’Italia martoriata dalla crisi: la soluzione è ripartire dalla ricchezza privata.

LEGGI QUI LE ALTRE PUNTATE SUI TEMI DELLA RICERCA CENSIS/CONAD

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