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2 Gennaio Gen 2019 0559 02 gennaio 2019

Perché lo spot del caciocavallo di Salvatores è lo specchio perfetto dell’Italia di oggi

È stato criticato perché stereotipato, retrogrado e sessista. Ma il grande merito del regista Gabriele Salvatores con lo spot del giovane meridionale in partenza è di aver fatto vedere l'Italia per com'è davvero. È la televisione, baby. E se non l'hai capito, peggio per te

Spot Conad_Linkiesta
Da YouTube

Quel caciocavallo proprio non è andato giù. Che lagna questa cosa del cibo e dell’italianità. Fa discutere lo spot girato dal milanese di origini napoletane Gabriele Salvatores per la catena di supermercati Conad. Retrogrado, sessista, uno spot stereotipato, inoltre, signora mia, quelle due forme di caciocavallo non incartate e così mal riposte sulle camicie piegate gridano all’ispezione igienica. Che poi, più che incartate, andrebbero trasportate sottovuoto, lo sa chi scrive come lo sanno i milioni di italiani che almeno una volta nella vita hanno trasportato prodotti tipici della propria terra per sentirsi a “casa”. L’atteggiamento di superiorità culinaria che induce l’italiano medio a ordinare pizza ovunque nel mondo salvo lamentarsene è cosa nota, non dovrebbe offendere nessuno. Mangiare bene e sano riempie lo spirito, alcune caciotte fanno tornare il sorriso, ma non saranno certo loro a salvare il mondo. Men che meno l’economia italiana, dove gli stipendi dei giovani stanno ai fanalini di coda dell’Europa.

Al netto di alcuni elementi caricaturali non proprio felici (una madre oltremodo ansiosa e mansueta, da calmare con il giusto tono di voce ferma, la fidanzata afona, il borsello stretto nella mano patriarcale, eccetera) la realtà riprodotta dallo spot Conad, sia pure in maniera smaccata e tipicizzata, è sotto gli occhi di tutti. E bene ha fatto Salvatores a usare una fotografia e una saturazione tipicamente anni Sessanta, perché le migrazioni dei giovani sono un fenomeno invariato, costante negli anni, destinato a crescere. Oggi i giovani emigrano anche dal Nord Italia, solo che anziché trasportare gorgonzola trasportano biscotti e pasta all’uovo. Ma c’è tutto in valigia, testimoni i controllori dei check-in aeroportuali. Perché indignarsi tanto? “La verità ti fa male, lo so” cantava qualcuno, e a ragione. La verità fa male, sempre. La fidanzata del ragazzo in procinto di lavorare al Nord (o all’estero?) probabilmente è laureata.

L’Italia è il primo Paese al mondo per quantità di donne iscritte a percorsi di formazione terziaria, quello con più donne che vanno all’università (!) eppure il nostro Paese è il peggiore in Europa e nell’intero Occidente per partecipazione femminile alla vita economica nazionale. L’Italia è al 118esimo posto su 140. Rispetto al parametro della parità di trattamento economico, sta addirittura al 126esimo posto. Forse perché disoccupata e con troppo tempo da dedicare alle paranoie, la fidanzata del ragazzo dello spot Conad languirà di solitudine, andrà a trovarlo nei weekend e scoprirà il tarlo della gelosia al pensiero che una sciapa Brambilla le rubi Gennaro, finché un bel giorno otterrà l’agognata cattedra, forse di supplenza, lì, vicino a Gennaro, e allora si sposeranno e si lamenteranno insieme della nebbia.

C’è però, e per fortuna, una fetta di giovani che viaggiano ed emigrano perché sì spinti da necessità, ma anche perché pungolati dalla semplice, sana e per nulla folkloristica voglia di farlo. Giovani che della caciotta e del sole e di tutte quelle cose lì se ne fregano, vivaddio. Giovani a cui piace avere della caciotta da mordere al sole, ma che se non ce l’hanno, va bene uguale.

Si scherza, certo, ma fino a un certo punto. Il campalinismo è prassi comune, tanto da parte dei settentrionali nei confronti dei meridionali che viceversa. Il campanilismo è nord-sud-ovest-est come un pezzo degli 883: un evergreen. C’è però, e per fortuna, una fetta di giovani che viaggiano ed emigrano perché sì spinti da necessità, ma anche perché pungolati dalla semplice, sana e per nulla folkloristica voglia di farlo. Giovani che della caciotta e del sole e di tutte quelle cose lì se ne fregano, vivaddio. Giovani a cui piace avere della caciotta da mordere al sole, ma che se non ce l’hanno, va bene uguale. Giovani che vivaddio sanno che c’è sempre altro e proprio perciò hanno fatto proprio il monito senechiano di non mettersi in viaggio senza prima avere cambiato la predisposizione di spirito, altrimenti il cielo sembrerà sempre uguale, e la mente, impigrita, tornerà alla caciotta.

E qui si viene ai tanti italiani che invece hanno apprezzato eccome lo spot Conad, impazienti di lamentarsi dell’ingiusta fuga di cervelli Made in Italì, del triste destino del povero ragazzo meridionale, sfruttato e chiamato il 23 dicembre per lavorare l’indomani alla vigilia di Natale. In tal senso, in un’ottica di resa del prodotto, lo spot di Salvatores gioca più di lima rispetto alle pubblicità di Oliviero Toscani, che puntavano sul “tutto, purché se ne parli”, ma ora, come allora, come sempre, si è di fronte a un’operazione di marketing raffinatissima. I percorsi mentali attivati dagli spot pubblicitari sono calcolati, mirati, studiati fino al minimo dettaglio, e soprattutto televisivi. Devono arrivare a un target più ampio possibile e puntare possibilmente alla totalità dei clienti dei supermercati. Non a caso si parla di catena di supermercati.

E così, ormai nel 2019, nord-sud-ovest-est, stiamo ancora a parlare di due forme di caciocavallo, chi col mento tremulo, chi con l’occhio secco, chi lamentando sessismo, chi indulgendo nella rappresentazione del sé. La pigrizia di affidare la rappresentazione di sé allo spot televisivo di una catena di supermercati è indiziaria di uno Stivale ormai più consumistico che italiano sensu strecto, e l’averlo evidenziato proprio a suon di stereotipi italici è paradossalmente il merito del lavoro di Salvatores. Denunciare la lesa maestà italica e ardere di sacro sdegno anti-sessista significa non capire che per la pubblicità siamo semplici consumatori, e basta. Se volete sentirvi italiani e rappresentati, a Milano alzate lo sguardo verso i balconi di Porta Venezia, a Napoli osservate le tonalità di giallo delle maioliche, in Puglia scoprite perché i muri a secco sono Patrimonio dell’umanità UNESCO, così magari “slavina” smetterà di essere il termine oscuro sulla bocca dei giornalisti di fronte all’ennesima “tragedia che si poteva evitare” in assenza di abusivismo edilizio. La vera Italia è da cercarsi fuori dalla televisione. È là fuori, nel cosiddetto “museo a cielo aperto”, che bisogna ricordarsi di essere italiani. Non rompeteci i caciocavalli.

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