9 Gennaio Gen 2019 0600 09 gennaio 2019

Sfida al Corriere della Sera: questo giovane Holden “invecchiato” è meglio del vostro

L’idea lanciata dal giornale di via Solferino, cioè ingaggiare quattro scrittori per raccontare un ipotetico Holden anziano era buona, i risultati meno. A Pangea hanno provato a fare di meglio. I risultati sono questi

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MANDEL NGAN / AFP

J.D. Salinger, lo scrittore leggendario, quello de “Il giovane Holden”, è nato 100 anni fa, il primo gennaio del 1919. Per avviare le feste, “La Lettura”, l’inserto culturale del “Corriere della Sera”, domenica scorsa, 30 dicembre 2018, ha chiesto a quattro scrittori – Teresa Ciabatti, Fabio Genovesi, Giorgio Montefoschi, Valentina D’Urbano – di inventarsi “Il vecchio Holden”, cioè “di immaginare ‘il giovane Holden’ da anziano”. L’iniziativa era buona, architettata con tutte le buone intenzioni del caso. L’esito ci è parso molto modesto. Così, dagli antri oscuri di “Pangea”, ci siamo messi in quattro a descrivere il volto di Holden da vecchio, ciascuno adattando la creatura di Salinger ai propri modi e metodi e toni narrativi. Più che un omaggio, una sfida.

***

Chi se ne fotte delle anatre di Central Park

Era tutta una colossale stronzata. In fin dei conti, chi se ne fotte di sapere dove vanno le anatre di Central Park durante l’inverno! Ho ben presente dove andrò a finire io, magari ben prima. Ok, non conto i minuti. In compenso, faccio ipotesi, sparo numeri, pur sapendo che anche queste sono solo idiozie.Mi dico che potrebbero restarmi quindici anni. Non so perché proprio quindici e non piuttosto venti. Il fatto è che, quando diventi vecchio e hai un piede nella fossa, con la speranza ci vai giù cauto. Potrebbero essere cinque anni. Sì, insomma, chi cazzo vuoi che lo sappia.

Potrei pure durare trent’anni, per quanto ne so. Ne dubito, ma più di tutto faccio gli scongiuri. Altri trent’anni. Cristo, sarebbe un vero inferno. Ma poi ancora tre decenni di vita per cosa? Non certo per essere felice. La felicità l’aspetto da troppo. L’ho cercata ovunque, in tutto quel mio gironzolare senza senso. Sono passato per ogni incrocio della maledetta New York, sempre immaginando che fosse lì, che avrei solo dovuto allungare la mano, prenderla sottobraccio e andarmi a nascondere con lei da qualche parte. La felicità bisognerebbe tenersela bella stretta, non mostrarla, chiuderla da qualche parte. Non sopravvivrebbe al contatto con la vita reale.

Puttanate a parte, non l’ho mai trovata. Ma, allora, perché non voglio morire? Mi sono crepati tutti intorno. Phoebe se n’è andata giovane – ma si muore sempre troppo giovani –, Allie neanche lo ricordo più, D.B. ha inseguito il successo letterario inutilmente, fino ai sessanta, quando un cancro se l’è bello che mangiato. I miei devono essere già stati ridotti in polvere dai vermi. Perché voglio vivere? Perché sono un vecchio stronzo e, cazzo, ho una paura fottuta di morire, proprio me la faccio sotto all’idea. L’esistenza ha senso fintanto che sei un cretino adolescente e ti sembra di aver davanti tutto il tempo del mondo. Se oggi stai male, ti dici che domani potrà andare meglio. Ho messo su una sfilza infinita di giorni nell’attesa di qualcosa di buono. Adesso, sembrano una gigantesca pira funeraria a cui potrei giusto dare fuoco per bruciare la mia inutile carcassa.

Neppure l’uccello mi si rizza più. E a che pro dovrebbe? Non mi posso stantuffare nessuna, se non forse qualche vecchia decrepita. Nell’attesa dell’amore, ho perso tante occasioni. Ho cominciato troppo tardi per non avere rimpianti. Poi, a un certo punto, ho scoperto i DVD delle Dirty Debutantes, con il vecchio ciccione di merda di Ed Powers che si chiava tutte quelle giovani troiette in cerca di successo. È sempre molto strano ritrovarsi a guardare un porno a una certa età, pensando che un tempo si era capaci di amare. Forse sarei dovuto morire giovane, ma purtroppo è una moda che è venuta quando ero già grande. Comunque, una cosa è certa, morire da vecchi vuol dire finire sottoterra per sfinimento e agonia, quando ormai ogni speranza è naufragata. Piangere per ciò che poteva essere sarà impossibile. Non resta che l’irreparabile su cui rammaricarsi.

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