Libero arbitrio
11 Gennaio Gen 2019 0559 11 gennaio 2019

No, non siamo gli artefici del nostro destino. Per capire il perché, leggete “Il fu Mattia Pascal”

Nel libro il protagonista, che tutti credono morto, ha l’occasione di rifarsi un’identità e una vita. Ma presto scopre di non poter essere nessuno, se non se stesso. Ecco perché quella di Pirandello è l’opera che meglio racchiude il senso della nostra esistenza. E anche della nostra libertà

Luigi Pirandello_Linkiesta

“Per sentirvi più buoni vi serve la gente come me, così potete puntare il vostro dito e dire: ‘Quello è un uomo cattivo!’”. È una tra le battute più famose di Tony Montana, il famigerato profugo cubano, il signore indiscusso della droga di Miami che ha la faccia di Al Pacino in “Scarface”, il celebre film di Brian de Palma.

Nel processo intimo e autoanalitico alla ricerca di un responsabile del nostro impietoso destino, contro chi dovremmo puntare il nostro dito? Per salvarci l’anima e quitare la coscienza, al nostro posto chi faremmo salire sul banco degli imputati? Il capoufficio, la famiglia, la società, Dio?

“Copernico” avrebbe gridato Mattia Pascal, il protagonista senza tempo dell’omonimo romanzo di Luigi Pirandello “Il fu Mattia Pascal”. Avrebbe rivolto il suo dito al sole perché maledetta fu la sua teoria. Per Pascal, era meglio quando la terra non girava o meglio quando girava ma l’uomo non lo sapeva. Dopo la scoperta di Copernico, l’essere umano ha preso coscienza ed è diventato una trottola invisibile. Siamo milioni di granelli di sabbia che girano e girano senza saper perché e senza pervenir mai a destino, avrebbe detto uno tra i personaggi più noti del Realismo pirandelliano. Secondo lui, Copernico ha rovinato l’umanità irrimediabilmente mostrandoci la nostra infinita piccolezza. L’uomo con tutte le sue belle invenzioni è niente davanti all’universo e le calamità naturali sono solo atti di ribellione dell’infinito stellare davanti alla stupidità degli uomini che non sono mai stati tanto noiosi.

Per Mattia Pascal, è Copernico il colpevole che ha tolto all’uomo la possibilità di essere l’artefice del proprio destino. Perché qualcuno si deve pur incolpare se scoprissimo di non essere più i padroni della nostra vita e che la libertà, benché possa sembrare illimitata, è una prigione senza scampo.

Eppure il caso ha dato a Pascal una grande opportunità. Quando amici e famigliari lo riconoscono nel cadavere di un suicida e lo credono morto. È l’occasione di rinascere, di cancellare per sempre il suo passato e abbandonare la condizione di miserabile immobilità in cui era precipitata la sua esistenza. Senza più debiti né moglie né suocera, Mattia muore per tornare finalmente libero. Ricco grazie a una vincita fortuita al gioco decide di andarsene per il mondo e rifarsi una nuova vita. Rinasce con il nome di Adriano Meis senza più nessun legame né obbligo verso gli altri. Senza più il fardello del passato, con tutto l’avvenire d’innanzi, completamente padrone di sé stesso. Meis avrebbe forgiato a piacere il suo destino e con una discreta e sorridente filosofia di vita avrebbe camminato in mezzo all’umanità povera, ridicola e meschina.

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