11 Gennaio Gen 2019 0711 11 gennaio 2019

Perché il Nord incazzato è il vero grande problema di Lega e Cinque Stelle

Per Salvini non potrebbe esserci smacco peggiore di trovarsi a difendere il governo dai Sì Tav e dalla protesta del popolo delle partite Iva. Per Di Maio, sarebbe dura giustificare al Sud l’autonomismo settentrionale. E lo stallo, per una volta, non conviene a nessuno. Un bel rebus

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Immaginate per un attimo un referendum contro lo stop alla Tav. Immaginate che i capofila siano i governatori di Piemonte, Lombardia e Liguria Sergio Chiamparino, Attilio Fontana e Giovanni Toti, spalleggiati dai sindaci di Milano e Genova Marco Bucci, per metà del Pd, per metà di centrodestra. Immaginate la vittoria del referendum, da parte di questo eterogeneo fronte nordista. Immaginate lo smacco per Salvini, segretario della Lega (fu Nord), sconfitto da un referendum del Nord contro il governo di cui è dominatore assoluto, o quasi.

Basta capire questo, per comprendere perché la grande fronda della Lega su No Tav, No Trivelle e reddito di cittadinanza - bandiere dei Cinque Stelle che fanno venire l’orticaria al Nord produttivo, e in particolare allo storico elettorato leghista - è una questione molto seria, che rischia di minare la sopravvivenza stessa dell’esecutivo. La Lega, banalmente, non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

La Lega non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

Questo provocherà mal di pancia nella maggioranza? Più che probabile. I Cinque Stelle, è vero, non possono permettersi di piegare la testa anche sulla Tav e sulle trivelle, dopo i dietrofront su Ilva e Tap. Nello stesso tempo, tuttavia, non possono nemmeno permettersi di far cadere il governo oggi, con la Lega avanti di sei punti, alla vigilia delle elezioni europee, da affrontare con addosso l’alea del partito della decrescita da cui faticosamente stanno cercando di affrancarsi. La Lega lo sa e proprio per questo è difficile receda dalle sue posizioni. Soprattutto perché nel 2019 si vota anche in Piemonte ed Emilia - Romagna. Dovesse vincere in entrambe le regioni - ed è possibile accada - tutto il Nord sarebbe in mano alla Lega, da Torino a Trieste, passando per Milano e Bologna. Difficile Salvini si faccia scappare un’occasione del genere per salvare la faccia a Di Maio.

Allo stesso modo, però, è difficile che Di Maio decida di abbandonare il primo grande comitato che ha dato spazio e dignità all’avventura politica di Grillo e Casaleggio per salvare la faccia a Salvini. Né tantomeno che possa stare zitto - col Cinque Stelle che rischiano un’emorragia di consensi verso la Lega pure al Sud - di fronte alle spinte autonomiste lombardo-venete: il Nord che si tiene i suoi soldi non è una questione da poco, per un Mezzogiorno che non ha nemmeno gli occhi per piangere. Può Il Movimento Cinque Stelle farsi complice di questa deriva autonomista? Molto difficile.

Pure lo stallo non conviene a nessuno. È vero che la bella notizia, per Lega e Cinque Stelle, è l’assenza dell’opposizione da questa partita. Forza Italia ormai non è più una minaccia per la Lega al Nord. E il Partito Democratico non è credibile né come alfiere della protesta settentrionale, nonostante Chiamparino e Sala, né di ergersi a paladino dell’unità nazionale, visto che una delle regioni autonomiste è proprio l’Emilia Romagna guidata dal Stefano Bonaccini. Per ora. Perché è vero anche che nell’empasse potrebbero nascere esperienze politiche nuove, che ancora non hanno nome, né faccia, né voce, in grado di drenare consenso a entrambi. Occhio al Nord.

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