14 Gennaio Gen 2019 0718 14 gennaio 2019

Aiuto, sta arrivando una nuova crisi delle banche (e per Lega e Cinque Stelle sono guai seri)

Nei giorni del salvataggio di Carige, ecco la nuova crisi di Montepaschi, i guai della Popolare di Bari, la protesta degli azionisti “ostaggio” della popolare di Ragusa: in un anno che si annuncia di crisi, con i conti pubblici che rischiano di saltare, sopravvivremo a una nuova crisi del credito?

Montepaschi

Se pensavate che con Carige fosse finita, vi sbagliavate di grosso. Neanche il tempo di archiviare la nazionalizzazione “di fatto” di Carige, decisa in poco più di dieci minuti da un consiglio dei ministri lampo per salvare la banca e i suoi azionisti, obbligazionisti, correntisti dallo spauracchio del bail in, ed è arrivata la nuova mazzata sul Montepaschi. Più precisamente, una lettera della Banca Centrale Europea - datata 5 dicembre, ma di cui è stata data comunicazione solo il 12 gennaio scorso - in cui si dice chiaramente che le cose non vanno ancora per nulla bene.

Non va bene la redditività, «inferiore agli obiettivi di Piano». Non va bene la raccolta di capitale, «viste le turbolenze che si stanno verificando nei mercati italiani». Non va bene la gestione dei crediti deterioriati - nonostante le maxi vendite degli ultimi mesi - che, dice ancora la Bce, andranno integralmente svalutati nel giro di sette anni. Tradotto: nonostante gli ultimi tre trimestri di utili. Di fatto, come ha scritto Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano “i medici della Bce dicono che i miliardi pubblici iniettati dal governo Gentiloni in Mps sono già finiti nello scarico del lavandino”. Toccherà metterne altri, a quanto pare.

E già che ci siamo, toccherà metterne pure nella Popolare di Bari - 139 milioni di perdite nei primi sei mesi del 2018, azioni giù del 75% in tre anni - ormai da tempo additata come il prossimo grande problema, che deve trasformarsi in Spa e pure trovare un sacco di soldi per farlo, attraverso un aumento di capitale da 500 milioni che dovrebbe - condizionale d’obbligo - azzerare gli attuali 70mila piccoli azionisti, che da tempo cercano invano di vendere tutto. E già che ci siamo, pure nella Banca Agricola Popolare di Ragusa, i cui piccoli azionisti stanno protestando in questi giorni perché è da settembre del 2017 che stanno subendo il blocco della liquidità delle azioni, con la banca che, forte di una direttiva europea, si rifiuta di riacquistarle.

Questo è il quadro a oggi: nazionalizzazioni che non funzionano, ricapitalizzazioni impossibili, azionisti e obbligazionisti sul piede di guerra. Figuratevi cosa potrebbe succedere nei prossimi dodici mesi se - come sembra - la congiuntura economica dovesse peggiorare, i conti pubblici saltare, lo spread riprendere quota

Non lo diciamo per fare le cassandre, ma questo è il quadro a oggi: nazionalizzazioni che non funzionano, ricapitalizzazioni impossibili, azionisti e obbligazionisti sul piede di guerra. Figuratevi cosa potrebbe succedere nei prossimi dodici mesi se - come sembra - la congiuntura economica dovesse peggiorare, i conti pubblici saltare, lo spread riprendere quota. Senza dimenticare che a ottobre Mario Draghi lascerà la poltrona di presidente della Banca Centrale Europea, lasciando spazio a una nuova governance che con ogni probabilità metterà le banche italiane ancor più sotto osservazione.

La cosa grave è che continueremo a far finta di non vedere. La Banca d’Italia continuerà a parlare di casi isolati, negando pure l’evidenza di una crisi di sistema che meriterebbe di essere trattata come tale. I bancari, dal canto loro, continueranno a dare la colpa alla vigilanza della Bce, all’Europa, ai tedeschi, che da che mondo è mondo la colpa è sempre dell’arbitro. Azionisti e obbligazionisti continueranno nella loro pantomima di autoassoluzione, come se gliel’avesse ordinato il medico di comprare azioni e obbligazioni di banche locali per avere mutui o fidi, come se non avessero staccato dividendi quando le vacche erano grasse. Il vaso di coccio, al solito, sarà la politica, cui si chiederà di salvare le banche e che nello stesso tempo sarà accusata di occuparsi di banche e non di terremotati, o di migranti, o di giovani o di chi volete voi. Tanto più se al governo ci sono Lega e Movimento Cinque Stelle, che sulle crisi bancarie altrui hanno costruito il loro stratosferico consenso elettorale. E che tutto vorranno tranne bruciarselo per il medesimo motivo.

Ecco perché il nodo sta arrivando rapidamente al pettine. Perché il governo vorrà salvare tutto quel che si può salvare senza avere i soldi per farlo e senza rinunciare a nulla di ciò che ha promesso di fare. Perché tutto questo avverrà nel clima incandescente delle elezioni europee, in una fase del ciclo economico che si annuncia ancor più recessiva di quanto temessimo. Negli ultimi anni, la nostra “fortuna” è che le crisi del debito (pubblico) e del credito (privato) si sono alternate: quando c'era una non c'era l'altra. La novità è che stavolta potrebbero scoppiare assieme: fossimo in Giovanni Tria, cominceremmo già oggi a farci il segno della croce.

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