Verso Bruxelles
14 Gennaio Gen 2019 1259 14 gennaio 2019

Europee, I 5 Stelle non sanno che pesci prendere (mentre Salvini ha le idee chiarissime)

Tra appelli ai gilet gialli e incontri con partiti minori, i grillini sembrano non avere una strategia, mentre il leader della Lega vuole fare a Bruxelles quello che ha fatto al governo con i pentastellati. Ma entrambi vorrebbero essere l’ago della bilancia

Di Battista Di Maio

A bordo di un van Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista hanno lanciato la campagna del Movimento 5 stelle per le elezioni europee, ma dopo il voto di maggio rischiano di avere un piccolo esercito di europarlamentari senza alleati con cui combattere la loro guerra. E di non contare nulla a Bruxelles per i prossimi cinque anni.

Da settimane Luigi Di Maio è alla disperata ricerca di alleati politici nel Continente. Il 7 gennaio ha dato il suo sostegno politico ai gilet gialli, il movimento spontaneo di protesta di cittadini francesi contro le politiche del presidente Emmanuel Macron. Con un post pubblicato nel Blog delle Stelle ha offerto a loro la piattaforma Rousseau per aiutarli a organizzarsi in maniera più strutturata. “Non mollate! È lo stesso spirito che ha animato il MoVimento 5 Stelle e migliaia di italiani fin dal 4 ottobre del 2009, il giorno della nostra nascita”. Il paragone non è piaciuto così tanto a Jacline Mouraud, ex portavoce dei Gilets Jaunes, tra i rappresentanti dell'ala moderata del movimento che ha rifiutato l’aiuto. Anche Eric Drouet, il camionista carismatico che ha guidato nelle ultime settimane le manifestazioni più simboliche, prima ha aperto a un incontro, poi, dopo la reazione della base, ha pubblicato un post nel gruppo della protesta La France En Colere: “Signor Luigi di Maio, i gilets jaunes hanno cominciato come movimento apolitico fin dall’inizio, altrimenti non sarebbero oggi quello che sono! Rifiuteremo qualunque aiuto politico, poco importa da dove provenga”. “L’appuntamento con altri esponenti è già fissato”, ha risposto Di Maio, cercando di mettere un piede sulla porta prima che l’opportunità politica si chiuda del tutto.

Quattro partiti diversissimi tra loro uniti solo da uno spirito anti establishment. Si tratta di quattro gatti politici. E graffiano poco: per dire i croati di Živi zid, nel 2014 presero solo 4313 voti alle europee: lo 0.47%. Serve qualcosa in più per scalare Bruxelles

Dopo il ni dei gilet gialli, Di Maio ha incontrato il 9 gennaio a Bruxelles tre leader di partiti politici europei non proprio di primo piano. L’ex cantante polacco Pawel Kukiz leader del partito di ultradestra Kukiz'15 contrario all’aborto e al gay pride (intorno all’8-10% dei consensi) e il croato Ivan Sincic, leader 28enne di Živi zid, partito di estrema sinistra nato per bloccare gli sfratti e favorevole alla legalizzazione della marijuana. Nel selfie di ordinanza pubblicato da Di Maio su Instagram c’era anche la finlandese Karolina Kahonen, uno dei fondatri di Liike Nyt che Davide Casaleggio, proprietario del marchio del Movimento Cinque Stelle, aveva già incontrato a novembre.

Quattro partiti diversissimi tra loro uniti solo da uno spirito anti establishment. Lo stesso Di Maio ha ammesso: “Su alcune cose non la pensiamo allo stesso modo, ma stiamo preparando un manifesto comune la cui stella polare sarà la democrazia diretta”. Sarà, ma per ora si tratta di quattro gatti politici, e graffiano poco: per dire i croati di Živi zid, nel 2014 presero solo 4313 voti alle europee: lo 0.47%. Serve qualcosa in più per scalare Bruxelles e soprattutto per formare un gruppo politico nell’Europarlamento: almeno 25 parlamentari provenienti da sette Paesi differenti. La base minima per ottenere finanziamenti e iniziare a contare qualcosa in Europa.

Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea prevista per marzo ne basterebbero solo sei ma anche ammettendo uno straordinario risultato a maggio del Movimento, con questi nani politici il rischio è di non andare da nessuna parte. Le coppie politiche si sono già formate, manca poco tempo ed è sempre più concreta la possibilità di passare altri cinque anni senza toccare palla. Come è successo dal 2014 quando i 17 europarlamentari del Movimento sono rimasti rintanati nel gruppo dell’Europa della Libertà e della Democrazia Diretta.

La strategia di Di Maio sembra improvvisata e tardiva ma forse, inaspettatamente, quella più redditizia. E se l’obiettivo dei Cinque stelle fosse quello di allearsi con partiti irrilevanti per poi avere le mani libere e fare da vero ago della bilancia in Europa?

La Lega invece sembra già avere le idee chiare. Da tre anni Matteo Salvini ha formato una coalizione sovranista con Marine Le Pen, leader Rassemblement National (RN), l’olandese Geert Wilders e i tedeschi di Alternative für Deutschland. E ieri ha incontrato uno dei leader di Diritto e Giustizia (PiS), il partito sovranista che governa in Polonia. Ci sono molti dubbi sulla coalizione come descritto bene dal pezzo di Francesco Checcacci, e non è detto che ci sarà questa ondata sovranista predetta da tutti i giornali, ma almeno l’obiettivo della Lega è chiaro a tutti: fare in Europa con il Ppe (Partito popolare europeo) quello che ha fatto in Italia col Movimento 5 stelle: un’opa sul governo pur essendo azionista di minoranza. Come fece Craxi con il suo piccolo Psi nel pentapartito nella seconda metà degli anni Ottanta, ovvero non essere i primi ma essere indispensabili per decidere qualsiasi cosa.

Per ora la strategia di Di Maio sembra improvvisata e tardiva ma forse, inaspettatamente, quella più redditizia. E se l’obiettivo dei Cinque stelle fosse quello di allearsi con partiti irrilevanti per poi avere le mani libere e fare da vero ago della bilancia in Europa? Dati per certi il crollo dei socialisti e la risalita non così rapida dei verdi, Di Maio vede lo spiraglio politico dove inserirsi sperando in un allineamento dei pianeti: un’alleanza con i gilet gialli che disinneschi l’exploit dei sovranisti e consegni il ruolo di arbitro ai 5 stelle. Una cosa sembra certa: che si presentino listoni arancioni o fronti anti sovranisti in ogni caso da maggio nell’Europarlamento gli equilibri non saranno più gli stessi e finirà il “consociativismo” di Ppe e Pse. L’establishment che sperava di non vedere i barbari al potere anche in Europa dovrà rassegnarsi: i partiti tradizionali dovranno fare i conti con quelli antisistema. E in un modo o nell’altro uno dei due partiti populisti italiani al governo avrà concrete chance di dettare le carte. O addirittura entrambi.

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