Nostalgia canaglia
14 Gennaio Gen 2019 0559 14 gennaio 2019

Sovranisti? Populisti? Ma va. Gli italiani sono ancora democristiani (e hanno tanta nostalgia di Andreotti)

Chi lo amava, lo rimpiange. Chi lo odiava, lo rievoca come un trauma a cui ci si è affezionati. Giulio Andreotti, 26 volte ministro e candidato più votato, per gli italiani è stato un simbolo. Tanto che ancora oggi si nasconde tra le pieghe del contratto di governo. E ride

Il Divo_Linkiesta
Una scena da Il Divo

Siamo nell’XVIII Legislatura della Repubblica Italiana, la prima senza Giulio Andreotti. 26 volte ministro, il candidato più votato tranne in 6 casi, quando fu secondo solo a Alcide De Gasperi, Aldo Moro e Enrico Berlinguer, il divo Giulio sublima l’ossessione piccolo borghese per la mistica del potere. Una smania proiettiva che negli anni grazie a forme di complottismo sempre più evolute ha fatto sfilare nell’immaginario collettivo rettiliani, scie chimiche, case farmaceutiche, la mano di Putin dietro lo sciopero dell’ultimo taxista di Via Tiburtina. Senza riuscire, però, a scansare la figura di Andreotti, che imperitura, fantasmagorica, ancora oggi divora tutto, supera la distinzione fra destra e sinistra. Come la DC.

Del resto, inutile negarlo, gli italiani sono ancora democristiani. Esiste frase più democristiana e autoassolutoria di «c’è scritto nel contratto e va rispettato»? Poche storie: no. Come prima, più di prima, t’amerò DC, sia pure in segreto o con apparente sarcasmo, e l’imago del divo Giulio è lì a ricordarcelo tutti i santi giorni. Nei meme, nei pettegolezzi, nelle pagine Facebook a lui dedicate, fra le righe del decreto Genova, diciamo all’altezza dell’articolo 25, quello che applica il condono secondo le disposizioni del Governo Craxi del ’85, lì, in piccolo, corpo 6 e inchiostro grigio piombo, sta Giulio Andreotti. E ride.

Giulio Andreotti è la prova lampante della sentimentale inattendibilità della memoria degli italiani. Chi lo amava, lo rimpiange segretamente. Chi lo odiava, lo rievoca con un apparato iconografico che non si comprende senza scomodare Freud quando spiega la coazione a ripetere un trauma dal quale non si è mai usciti. Andreotti è sempre, ovunque. Ride e bisbiglia. Rispetto agli urlatori in Caps Lock la sua voce sembra uno squittìo. «Imbecille», sibilò all’ex cronista delle palestre di boxe della periferia romana Francesco Evangelisti, suo braccio destro nelle trattative con Enrico Berlinguer, dopo che raccontò ai giornali la pratica delle mazzette fra i partiti.

Erano tempi in cui tesi/antitesi e presunti imbecilli si risolvevano con estrema sintesi, in pochi caratteri, senza il magistero di Twitter a imporlo. Pulizia, rigore, abito tasmania in primavera, doppiopetto in inverno, la domenica «in Chiesa a parlare con il prete anziché con Dio» (così Indro Montanelli, lo Svetonio dei potenti, separava Andreotti da De Gasperi), e via filare. L’ascensore sociale sembrava funzionare proprio perché i politici facevano i politici, i comici facevano i comici, i giornalisti facevano i giornalisti, gli aspiranti attori aspiravano, Cicciolina faceva la parlamentare, con il placet del divo: «il concetto di rappresentanza è onnicomprensivo, e se gli elettori vogliono che nella decima legislatura vi sia anche questa signora, Cicciolina, hanno lo stesso diritto di quelli che, nella prima legislatura, si affidarono a Benedetto Croce».

Chi lo amava, lo rimpiange segretamente. Chi lo odiava, lo rievoca con un apparato iconografico che non si comprende senza scomodare Freud quando spiega la coazione a ripetere un trauma dal quale non si è mai usciti. Andreotti è sempre, ovunque. Ride e bisbiglia

Ognuno faceva il proprio mestiere, Andreotti faceva Andreotti, sgranando ogni tanto gli occhi in una maniera che non senza imbarazzo definiremo bambinesca. Come quando, anni dopo, ospite a Questa Domenica (a causa di un malore, dissero poi), sfoggiò per una manciata di secondi che sembrarono anni un immobilismo facciale così squisitamente anti-televisivo da costringere l’imbarazzata Paola Perego a chiedere la pubblicità. Anche in quell’occasione lo sguardo era stupito, da bambino. Le strade sono piene di bambini con la testa grande sopra un corpo esile e il vizio di sgranare gli occhi di fronte allo spettacolo del mondo. A qualcuno il vizio rimane, diventa un tic, e dà un tono buffo in età adulta. Il divo Giulio lo aveva. A pensarci bene anche l’attuale ministro Giulia Bongiorno, legale di Andreotti ai tempi del processo per mafia, ha lo stesso vizio, sbarrare gli occhi in certi momenti o di fronte a certe domande. Buffo.

A dare del buffo a un politico oggi si rischia, quello confonde buffo con buffone, ma non è soltanto colpa sua. Questa paura di perdere la propria dignità, questa incapacità di un sano ridere, sono la più grande maledizione lasciataci dalla Prima Repubblica, e ciclicamente si ripresenta. Per carità, in politica si sorride ancora molto, Rocco Casalino prescrive a chi si candida con il Movimento sedute odontoiatriche per sfoggiare sorrisi a 5 stelle, tuttavia, di risate vere e proprie, poco o nulla. Gli spasmi muscolari di Di Battista non fanno testo, per ridere la sinistra dovrebbe prima esistere, e persino Beppe Grillo ha preso a ridere di meno. I democristiani ridevano di più. Per un Aldo Moro che andava in spiaggia in giacca e cravatta c’era un Giulio Andreotti che rideva piano.

L’uomo invisibile per antonomasia, che tutto poteva perdonare a Berlusconi, meno l’avere introdotto nella televisione italiana il Grande Fratello, lo vedevi ridere in prima fila mentre Oreste Lionello dal palco del Salone Margherita gli faceva il verso. Sembrava un rito di cui Lévy Strauss avrà pure parlato in qualche suo libro che ora ci sfugge, roba tribale, azzardiamo: solare. Altro che politica grigia. Ambiguo fino all’ossimoro, proprio perciò eccezionale aforista, degno di Longanesi e Flaiano, quando poteva, quando gli andava, Andreotti denunciava la vacuità dei riti sociali salvo poi raccomandarli perché così va il mondo. Saluta con stizza la pellicola che Paolo Sorrentino gli dedica nel 2008, definendola una «mascalzonata che cerca di rivoltare la realtà», poi ci ripensa, e a distanza di qualche settimana ammette che «se uno fa politica, pare che essere ignorato sia peggio che essere criticato, dunque…».

Morente, braccato da una muta di giornalisti smaniosi di pubblicare il “coccodrillo” tenuto in canna da mesi, anni, Andreotti ci è simpatico: malinconico esteta, steso su un letto di ospedale, non rinuncia alla battuta («il cielo può aspettare»). Si fa attendere qualche mese, e muore. Lui che come unico sport aveva praticato il «camminare ai funerali di chi faceva sport», si spegne all’età di 94 anni, e sopravvive a un chiacchiericcio che dura ancora oggi.

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