Unione Europea
15 Gennaio Gen 2019 0600 15 gennaio 2019

Brexit, il parlamento vota sull’accordo. Cosa succede se vince il “no”

La proposta di Theresa May rischia di non passare. In quel caso o si tenta una nuova votazione o si cercherà di rimandare l’uscita del Regno Unito. Mentre incombe l’incubo del “no deal”

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Adrian DENNIS / AFP

Se tutto va bene, sarà un grande caos. Dopo mesi di trattative, tentativi, proteste e scontri, il parlamento inglese vota sull’accordo per la Brexit trovato dal primo ministro Theresa May. È un momento fondamentale, dalle conseguenze imprevedibili sia per l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa sia per il governo stesso di Theresa May.

L’accordo in campo (forse non l’unico possibile, ma senza dubbio l’unico che è stato trovato nella realtà delle negoziazioni) prevede due punti fondamentali: il primo è un periodo di transizione di due anni (a partire dal 29 marzo 2019, data dell’uscita ufficiale) durante il quale verranno negoziate le varie questioni commerciali tra Ue e Regno Unito; e il secondo è il tanto contestato “backstop”.

Cosa è? In caso di mancati accordi, al termine del periodo di transizione la Gran Bretagna uscirebbe dall’Europa. A quel punto il confine tra Irlanda del Nord (che fa parte del Regno Unito) e Repubblica d’Irlanda (che invece è nell’Unione europea) diventerebbe “rigido”. Cioè non ci sarebbe più l’attuale libero passaggio di persone e merci, dovuto al fatto che entrambi i Paesi fanno parte del mercato unico europeo e dell’unione doganale. Come si può evitare tutto questo? Con una “misura di emergenza”, cioè il backstop, tanto voluto dagli emissari europei – era la precondizione per la concessione dei due anni di trattativa – per mantenere l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo.

Alcuni vorrebbero ritardare i tempi della Brexit. Alcuni vogliono provare a fermarla

Theresa May

Come accade spesso nelle trattative, anche per il backstop si è prima deciso di adottarlo e poi di definirne i termini. L’Europa aveva chiesto che l’Irlanda del Nord rimanesse al completo all’interno del mercato unico europeo, ma la proposta è stata subito rifiutata dagli inglesi perché ci vedevano una lesione dell’integrità territoriale del Regno Unito. Alla fine è arrivata una soluzione: l’Irlanda del Nord rimarrà in parte all’interno del mercato unico europeo; le merci che dall’Inghilterra arriveranno in Irlanda del Nord dovranno essere controllate per verificare che siano conformi agli standard Ue; l’intero Regno Unito rimarrà all’interno dell’unione doganale europea. Tutto questo a meno che le due parti non formulino nuovi accordi entro dicembre 2020.

Come è evidente, il “backstop” non piace agli oltranzisti della Brexit, che temono di finire ingabbiati in un dispositivo burocratico da cui sarà impossibile uscire. Proprio su questo Theresa May ha chiesto rassicurazioni ai vertici di Bruxelles, e le ha ricevute: il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk hanno garantito, in una lettera, che questo “irish backstop” sarà temporaneo.

Basteranno queste dichiarazioni per placare i dubbi dei parlamentari più scettici? Theresa May è preoccupata. Alcuni, ha detto, vorrebbero ritardare i tempi della Brexit. Addirittura, ha aggiunto, vogliono provare a fermarla. La votazione del Parlamento inglese sarà uno dei passaggi più difficili dell’accordo, e non solo per il merito della questione. Per le opposizioni è un’occasione per colpire il governo (e provare a farlo dimettere), per gli alleati un banco di prova per tentare di dirigerne la politica.

Stando alle dichiarazioni di voto, la proposta di accordo di Theresa May non raggiungerebbe la maggioranza dei voti. Anzi, sarebbe sotto di un centinaio. Se il provvedimento non venisse approvato, si entrerebbe nel campo dell’imprevedibile. Le opposizioni – soprattutto il leader Labour Jeremy Corbyn – sognerebbero le dimissioni del governo, ma l’ipotesi è poco probabile. Piuttosto Theresa May chiederebbe, dopo tre giorni, un nuovo voto al Parlamento – che potrà rivedere il testo dell’accordo e modificarlo a suo piacimento.

Il primo ministro teme, però, che le pressioni per rimandare la Brexit abbiano la meglio. Visti i tempi stretti, in caso di voto negativo sarebbe molto difficile negoziare un nuovo accordo o indire le elezioni entro il 29 marzo. A quel punto diventerebbe necessario spostare la data della Brexit, prorogando l’attuazione dell’articolo 50, quello che prevede l’uscita di un Paese membro dall’Unione Europea. Un’operazione toccherebbe al Regno Unito. Theresa May ha già detto di non essere intenzionata a farlo (pur non escludendolo del tutto), anche se a Bruxelles si sono detti disposti ad accettare una dilazione fino a luglio.

Ipotesi di nuovi referendum, lanciate da personaggi come l’ex primo ministro Gordon Brown, non sono all’ordine del giorno. Del resto, sarebbe anche difficile stabilire che tipo di quesito sottoporre agli elettori (lo stesso del 2016, cioè tra “Leave” e “Remain”? Oppure chiedere di scegliere tra “Leave secondo l’accordo di Theresa May” e “Remain”? E il “no deal”?). Per non parlare del fatto che il Leave potrebbe vincere di nuovo. E a quel punto che si fa? Chi si occuperebbe delle trattative con l’Unione Europea?

È, insomma, una situazione confusa, in cui nessuno sa davvero come procederanno le cose. Intanto, il conto alla rovescia della Brexit “senza accordo”, che scatterebbe alle 23:00 del 29 marzo 2019, agita le notti di molti. Alla Bank of England girano previsioni catastrofiche: senza accordi, il Paese precipiterebbe nella peggiore recessione degli ultimi cento anni, in cui i commerci saranno bloccati, mentre nei porti del Paese non potrebbero più entrare né viveri né medicine. Uno scenario da paura. Chissà quanto realistico.

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