15 Gennaio Gen 2019 0715 15 gennaio 2019

Volontari, associazioni e sindacati: se non riparte da loro, la sinistra è morta

Una modesta proposta ai candidati alla segreteria del Pd: iscrivetevi a tutti i sindacati e a tutte le associazioni. Un piccolo gesto per dire una cosa grande: che la risposta giusta alla globalizzazione e alla rivoluzione tecnologica è la società, non lo Stato, non la democrazia diretta

Terzo Settore Linkiesta
MIGUEL MEDINA / AFP

Facciamo una proposta: chiunque vinca il congresso Pd, sia Zingaretti, Martina, o il tandem Giachetti-Ascani, il giorno dopo l’elezione a segretario dovrebbe prendersi, a titolo personale tutte le tessere possibili di ciascun sindacato e di ciascuna associazione del terzo settore presente sul territorio nazionale, cattoliche e laiche, sociali e culturali. Tutte. Sarebbe un piccolo investimento economico, ma un gesto dal valore enorme, non solo simbolico. Perché è lì, soprattutto, che si sta scatenando l’attacco di Lega e Cinque Stelle. È lì, nella distruzione della società organizzata e degli interessi intermediati, che i gialloverdi stanno provando a cambiare i connotati all’Italia.

E dire che ogni giorno c’è un indizio, come le briciole che Pollicino dissemina sul cammino. L’ultima in ordine di tempo è stata Virginia Raggi: «Il blocco totale dei pagamenti da parte della giunta capitolina per le case famiglia, i centri per minori e altre realtà simili sta mettendo in ginocchio noi e molte associazioni del territorio», ha denunciato a Famiglia Cristiana Matteo Mennini, presidente di Bambinipiùdiritti onlus, che rappresenta una rete di associazioni che operano nell’ambito della cura dei minori stranieri non accompagnati. «Business dell’accoglienza», direbbe Matteo Salvini, che infatti col decreto sicurezza ha voluto deliberatamente punire il Terzo Settore, diminuendo il costo delle diarie con cui gestiscono i migranti o cancellando i progetti Sprar, un settore già colpito dalla “Tassa sulla bontà” (poi ritirata) dalla legge di bilancio. Ed è stata la stessa Raggi, che poi ha fatto marcia indietro, a dire che avrebbe levato alla Caritas le monetine della fontana di Trevi. Per non parlare delle organizzazioni non governative che operano nel mar Mediterraneo additate addirittura alla stregua di organizzazione dedite - o collaterali - al traffico di esseri umani.

Lo stesso vale per i sindacati e le associazioni di rappresentanza: «Il sindacato è il vero responsabile del disastro delle condizioni lavoratori», ha detto qualche anno fa il ministro del lavoro Di Maio, quando ancora era presidente della Camera. «Si autoriformino, o ci pensiamo noi», ha ribadito una volta arrivato al governo. Segnali più che evidenti di un’antipatia latente. E del resto non potrebbe essere altrimenti, se ci pensate. Che c’entra la democrazia diretta con gli interessi organizzati? Che c’entra col leaderismo leghista? Che c’entra con due forze politiche fondate sul mito del Capo (la Lega), su quello della democrazia digitale (i Cinque Stelle) e sul neo Statalismo (entrambe) con forze sociali che vivono proprio come contrappeso ai leader, come attori della democrazia rappresentativa, come forza sussidiaria complementare allo Stato?

La sinistra italiana, in questi ultimi anni soprattutto, non ha capito quanto fosse importante quel mondo per lei. Col terzo settore ha mantenuto un rapporto freddo, di alterità. “Buonisti”, del resto, è una parola che nasce nel greto di quella sinistra che voleva affrancarsi dall’idea di solidarietà sempre e comunque, non dimentichiamolo mai.

Rispondiamo noi: nulla. Mentre quelle forze, al contrario, sono il vero pantheon, il dna più profondo del principale partito d’opposizione: lo sono i sindacati dei lavoratori ovviamente, ma pure le associazioni di rappresentanza, bianche e rosse, nate dalla lungimiranza e dalla necessità di ramificare la difesa degli interessi di comunisti, socialisti e democristiani, dalle società di mutuo soccorso e dall’opera di un prete siciliano chiamato Don Luigi Sturzo. Roba da novecento? No, ci dispiace. L’Italia, stando ai dati del censimento Istat del terzo settore è ancora un Paese di oltre 330mila realtà no profit, 778mila dipendenti, 5 milioni e mezzo di volontari, tutti in aumento a doppia cifra rispetto al 2011. Ed è un Paese che, nonostante tutto, ha ancora bisogno di una seria rappresentanza dei lavoratori e degli interessi imprenditoriali, soprattutto oggi, nel mezzo di una rivoluzione tecnologica, nel pieno della globalizzazione, nel mondo che prova a rispondere al cambiamento climatico, anziché ignorarlo.

La sinistra italiana, in questi ultimi anni soprattutto, non ha capito quanto fosse importante quel mondo per lei. Col terzo settore ha mantenuto un rapporto freddo, di alterità. “Buonisti”, del resto, è una parola che nasce nel greto di quella sinistra che voleva affrancarsi dall’idea di solidarietà sempre e comunque, non dimentichiamolo mai. E non dimentichiamo nemmeno il distacco profondo che è maturato con tutto il mondo ambientalista, rubricato a una manica di SignorNo antimoderni, col risultato che siamo l'unico Paese occidentale in cui la consapevolezza dei temi ambientali è diminuita, anziché aumentare. Così come non dobbiamo dimenticare che è da sinistra - lungo una linea sottile che va da Craxi a Renzi, passando per D’Alema - che parte il grande attacco ai sindacati e alle rappresentanze organizzate. Un attacco con numerose ragioni, certo. Che tuttavia ha spianato la strada a chi, da destra, teorizzava l’inutilità della rappresentanza dei lavoratori. E che ha bruciato tutte le energie riformatrici delle sigle sindacali in una sterile guerra civile a sinistra.

La cattiva notizia è che oggi non conta più niente nessuno, il Pd, la sinistra, i sindacati, il terzo settore. La bella notizia è che la guerra è finita, il 4 marzo. Che tante debolezze, assieme, possono fare una forza. Che quando tutto perduto è più facile cambiare. Che quando si pensa a ricostruire c’è poco spazio per le recriminazioni. Che c’è ancora una enorme domanda di società, anche in un’epoca in cui ci si protegge sotto la gonna dello Stato o in cui si pensa che basti un app per relazionarci col mercato. Chiamatelo mutualismo, chiamatela sussidiarietà, chiamatela innovazione sociale, ma questo è il punto da cui partire: da una sinistra che torna non solo a occuparsi degli ultimi e dei penultimi, ma che lo fa con le armi che secoli di storia del socialismo e del cattolicesimo sociale le hanno messo in mano. Se non si parte da qui, non si arriva da nessuna parte.

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