Giochi di potere
18 Gennaio Gen 2019 0600 18 gennaio 2019

Guarguaglini-Orsi: la grande guerra che ha (quasi) distrutto Finmeccanica

Come la mafia ha infiltrato una delle aziende più importanti del nostro Paese: di questo parla “Pecunia non olet”, libro del giornalista de “La Verità” Alessandro Da Rold, di cui pubblichiamo un estratto

Finmeccanica Linkiesta
NOEL CELIS / POOL / AFP

Pubblichiamo un estratto di “Pecunia non olet. La mafia nell'industria pubblica, il caso Finmeccanica", un libro di Alessandro Da Rold ed edito da Chiarelettere, in uscita in questi giorni. Giornalista de La Verità, Da Rold ha lavorato dal 2012 al 2015 a Linkiesta.it, dove si è occupato di politica e inchieste giudiziarie, e dove ha mosso i primi passi la lunga inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Finmeccanica che costituisce l'ossatura del libro. In questo estratto, si racconta dell'avvicendamento ai vertici della più grande industria di Stato tra Guarguaglini e Orsi, nel 2011, e della guerra di potere che ne è seguita, che ha concorso a far crollare il titolo dell'azienda.

17,2 e 8,4: il senso della storia raccontata nelle pagine che seguono può essere riassunto da questi due numeri. Sono cifre in euro. La prima è il valore dell’azione Finmeccanica il 24 aprile 2002, quando Pier Francesco Guarguaglini assunse l’incarico di presidente e amministratore delegato del gigante nazionale dell’aerospazio e difesa. La seconda è lo stesso valore a metà novembre del 2018. In sedici anni la maggiore impresa italiana di alta tecnologia, strategica per l’avvenire del paese e per il ruolo geopolitico che potrebbe svolgere in Europa e nel mondo, ha bruciato oltre il 50 per cento del proprio valore di mercato a discapito dei suoi azionisti, di cui il principale è lo Stato. Cioè ciascuno di noi.

Giusto per avere un termine di paragone, guardiamo all’evoluzione di altri due gruppi internazionali dello stesso settore, che si sono quindi confrontati con le stesse sfide del mercato, gli stessi costi dell’innovazione e la stessa grande recessione iniziata nel 2007: nel medesimo periodo di tempo, cioè tra l’aprile del 2002 e il novembre del 2018, l’europea Airbus ha aumentato di sei volte il valore della sua azione, che oggi si aggira intorno ai 100 euro. La statunitense Boeing lo ha moltiplicato per otto, portandolo a circa 360 dollari (314 euro). Per allargare il confronto a un terzo attore industriale, più simile all’ex Finmeccanica per dimensioni, cioè la francese Thales, la sua azione è cresciuta di quasi tre volte, per raggiungere i circa 116 euro di oggi. […]

I giornali del 5 maggio (2011 ndr) si limitano ad articoli brevi e fattuali, che copiano e incollano il comunicato stampa dell’azienda. Il consiglio di amministrazione di Finmeccanica è finito tardi e nessuno ha avuto il tempo e la voglia di cercare, riflettere e scrivere pezzi di approfondimento. Solo molto tempo dopo, quando la stella nascente di Orsi comincerà a offuscarsi, i media scaveranno nei retroscena della sua nomina. E scopriranno che tutto è stato deciso un mese prima, la sera del 3 aprile 2011, in un incontro a Milano tra Roberto Maroni, Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti e Gianni Letta: sono loro che hanno sancito l’ascesa dell’ex capoazienda di Agusta. «Fatto che non si aspettava Pier Francesco Guarguaglini, dopo aver avuto assicurazioni da Giulio Tremonti, dallo stesso Letta e da Silvio Berlusconi sulla nomina di Giuseppe Zampini, amministratore delegato di Ansaldo Energia.»

Ottenuto il ruolo cui aspira da tempo, Orsi cala immediatamente su piazza Monte Grappa con un manipolo di fedelissimi, prende possesso dell’ufficio di Giorgio Zappa (anche se quest’ultimo resta in azienda, almeno nell’immediato), si mette ai comandi e impone un nuovo stile, all’insegna del ghe pensi mi: brusco fino alla scortesia, lombardamente pragmatico all’eccesso (un po’ di «pensiero lungo» in un grande gruppo industriale ci vuole) e desideroso di dare l’idea che tutto cambierà, anche ciò che funziona

È assolutamente vero che – una volta accettata, a fatica, l’idea di abbandonare il proprio ruolo – Pfg vide nel fedele Zampini l’unico candidato possibile per sostituirlo, come chi gli era vicino sa con certezza. È sicuro che Zampini ne ricevette comunicazione, come avrebbe dichiarato lui stesso ai magistrati di Busto Arsizio (Varese) nella sua testimonianza relativa alle varie inchieste sul gruppo: «Guarguaglini mi aveva detto che Letta e Berlusconi erano per la mia nomina, Tremonti non era in disaccordo, solo la Lega spingeva per Orsi». È altamente probabile che i tre politici in questione abbiano garantito sul proprio onore che sarebbe stato scelto lui.

È sorprendente invece che l’astuto Pfg di quella «parola d’onore» si sia fidato: è stato come credere di poter camminare sulle acque. Ottenuto il ruolo cui aspira da tempo, Orsi cala immediatamente su piazza Monte Grappa con un manipolo di fedelissimi, prende possesso dell’ufficio di Giorgio Zappa (anche se quest’ultimo resta in azienda, almeno nell’immediato), si mette ai comandi e impone un nuovo stile, all’insegna del ghe pensi mi: brusco fino alla scortesia, lombardamente pragmatico all’eccesso (un po’ di «pensiero lungo» in un grande gruppo industriale ci vuole) e desideroso di dare l’idea che tutto cambierà, anche ciò che funziona. Quel che è sicuro, è che va veloce... Pochi giorni dopo il suo insediamento, verso la metà di maggio, Francescomaria Tuccillo riceve a Johannesburg una telefonata nervosa di Paolo Pozzessere, che gli ingiunge di rientrare subito a Roma. Di colpo l’avvocato napoletano si ritrova così out of Africa, il continente in cui ha speso anni di lavoro, che conosce a menadito e che è stato la tela di fondo di molti inquietanti intrighi dell’industria nazionale della difesa. E di quelli, ancor più inquietanti, di Vito Roberto Palazzolo.

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