18 Gennaio Gen 2019 0645 18 gennaio 2019

Un’Italia di pensionati, sussidiati e perdenti: questo è il futuro secondo Lega e Cinque Stelle

Più debito pubblico, più pensioni nel welfare, zero formazione, ricerca e innovazione. Finalmente abbiamo deciso cosa essere, senza ambiguità: i perdenti del ventunesimo secolo. Se ci andrà bene, ne prenderemo meno. Se ci andrà male, tanti auguri

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Alberto PIZZOLI / AFP

«C’è dentro un’idea del Paese per i prossimi trent’anni», dice Matteo Salvini parlando del reddito di cittadinanza e di Quota100, nella conferenza stampa di presentazione delle due misure, dopo il consiglio dei ministri che la ha definitivamente approvate. E forse sì, ha ragione lui. Più che ai prossimi trenta mesi, alle risorse che forse non ci basteranno, alla durata stessa delle misure - quota100 dura tre anni, per dire, poi boh -, all’implementazione della complessa macchina del reddito di cittadinanza - centri per l’impiego da rifondare, navigator da assumere e formare, sistema informatico: tutto dev’essere pronto in tre mesi -, forse varrebbe la pena concentrarsi davvero su un orizzonte più ampio. Perché sì, è vero, da queste due misure si capisce che Italia hanno in testa Lega e Cinque Stelle. Soprattutto, che Italia hanno in testa gli italiani che li hanno votato e continuano a tributare loro un consenso stellare.

Primo: se nella grande manovra del cambiamento puntiamo su sussidi e prepensionamenti, anziché su formazione, ricerca e innovazione abbiamo una paura fottuta del futuro, un futuro in cui la globalizzazione impoverisce, in cui le rivoluzioni tecnologiche spiazzano. Sembra un’ovvietà, ma non è così per tutti. Nella sfida dei prossimi trent’anni abbiamo deciso, senza ombra di dubbio, di giocare la partita dei perdenti. Fisiologico, se si pensa che nel nuovo millennio non siamo mai cresciuti sopra il 2%. Sconfortante, se ci si rassegna al fatto che ciò non avverrà mai, se ci si protegge in casa, anziché correre verso la frontiera. Non male, come approccio.

Se nella grande manovra del cambiamento puntiamo su sussidi e prepensionamenti, anziché su formazione, ricerca e innovazione abbiamo una paura fottuta del futuro, un futuro in cui la globalizzazione impoverisce, in cui le rivoluzioni tecnologiche spiazzano. Sembra un’ovvietà, ma non è così per tutti. Nella sfida dei prossimi trent’anni abbiamo deciso, senza ombra di dubbio, di giocare la partita dei perdenti

Secondo: abbiamo deciso che il debito deve aumentare, anziché diminuire. Anche questa sembra un’ovvietà, ma non lo è. Il vero cambiamento sarebbe stato quello di aggredire la spesa pubblica improduttiva, quei famosi 30 miliardi individuati da Carlo Cottarelli di cui persino Di Maio aveva parlato in campagna elettorale. Così facendo, avremmo diminuito la zavorra che le generazioni future si porteranno sulle spalle, a avremmo dato più spazio ai governi di domani per fare investimenti pubblici, o per incentivare gli investimenti privati, i veri grandi assenti in questi dieci anni di declino economico. Abbiamo preso un’altra strada: quella di aumentare il debito per finanziare la spesa corrente. Per di più, abbiamo deciso di farlo in aperta contrapposizione coi mercati e le istituzioni europee, finendo per far salire i tassi d’interesse e il costo del debito.

Terzo: abbiamo deciso che della mobilità sociale non ce ne frega nulla. Sussidi e pensioni anticipate possono ridurre la disuguaglianza, forse, ma cristallizzano la società. Lasciando ai ricchi, che possono permettersi di studiare privatamente o all'estero, tutte le opportunità. Mentre a chi rimane spiazzato, o poco istruito, comunque perdente rimangono le briciole e le mancette generosamente offerta da papà Stato e mamma debito. Ecco, dal governo del popolo contro le élite, forse, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso.

Quarto: abbiamo deciso che il nostro welfare sarà sempre più assorbito dalle pensioni. Checché ne dica Di Maio - “in poco più di venti minuti abbiamo firmato un nuovo welfare state per l’Italia” - il nostro sistema di assistenza sociale rimane tale e quale a prima, anzi accelera sulla medesima china. Prima di Quota100 le pensioni assorbivano il 15% del Pil italiano, oggi un po’ di più. Nel 2045, sempre con la Fornero, avrebbero assorbito il 18%. Con Quota100 un po’ di più. Sia perché abbiamo deciso che il Pil non aumenterà - se non investi in formazione, ricerca e innovazione il Pil non aumenta, nel ventunesimo secolo -, sia perché abbiamo deciso che il peso delle pensioni sul totale della spesa pubblica deve aumentare, anziché diminuire. Tradotto, per i politici che verranno: se vorrete concentrarvi sulla denatalità, sulle politiche per la famiglia, sulla sanità, sull’istruzione, avrete sempre meno soldi per farlo.

Nessun problema, in ogni caso: se le cose andranno bene, tra trent’anni saremo tutti pensionati e sussidiati, e non ci sarà nessuno a chiederlo. Se andranno male, saremo sotto le macerie di uno Stato fallito, all’Argentina, e i problemi saranno altri.

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