Il ministro in divisa
19 Gennaio Gen 2019 0600 19 gennaio 2019

La grande magia di Matteo Salvini: costringere gli altri a schierarsi dalla parte sbagliata

Il travestitismo del ministro dell'Interno non è solo estetica, è uno strumento politico: costringe le persone a schierarsi con lui o contro di lui. Togliendo ogni spazio al dibattito, all'argomentazione e al dubbio

Salvini Polizia uniforme_Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP
Alberto PIZZOLI / AFP

Matteo Salvini è un mago. Con l’arresto di Cesare Battisti, è riuscito a far credere che, in Italia, il terrorismo l’ha sconfitto lui insieme al fratello sovranista, Jair Messias Bolsonaro, indossando un giubbotto della polizia di stato. Salvini ha preso in mano il filo del discorso pubblico con una frase scritta su Twitter d’assalto, come un abracadabra, commentando le immagini del terrorista che arriva all’aeroporto di Ciampino, dopo trentasette anni di latitanza: “Finalmente l’assassino comunista torna nelle patrie galere”. Più precisamente, l’incantesimo è in una parola, la parola “comunista”, che, nel lessico salviniano, non rimanda alla sua origine politica, quella del comunismo padano, ma evoca in maniera nebulosa, cioè senza fare alcuna distinzione al suo interno, l’area nemica della sinistra, che, in tutti questi anni, avrebbe ostacolato la cattura di quell’uomo, considerandolo uno dei suoi, un compagno che ha sbagliato. “Cesare Battisti – ha scritto Salvini – è sfuggito alla giustizia per troppi anni grazie a connivenze politiche e ‘intellettuali’”. Non ha avuto nemmeno bisogno di specificare quali sono, queste connivenze, il ministro dell’interno, tanto le sottintende e le considera chiare. Per il capitano leghista, nella distesa di posizioni che si apre a sinistra di Forza Italia, arrivando sino ai margini estremi dei centri sociali, vivono due sole specie antropologiche: i comunisti, e i loro cugini complici.

Matteo Salvini ha ipnotizzato l’opinione pubblica vestendo la divisa blu della polizia di stato, così come Giucas Casellas ipnotizzava il pubblico degli studi televisivi negli anni ottanta, ripetendo: “Mi guardi, Signora, mi guardi”. Ha catalizzato l’attenzione su di sé, ergendosi a restauratore dell’ordine costituito contro il favoreggiamento offerto dai suoi avversari a Cesare Battisti, trasformato di colpo nell’uomo che incarna la vicenda della lotta armata italiana. Quasi che, chiuso in cella a “marcire” il terrorista dei Proletari armati per il comunismo, l’Italia repubblicana guarisse la lacerazione degli anni settanta, suturando dentro la ferita tutto ciò che ancora rimane di non chiarito: le stragi, gli uomini morti nelle mani dello stato, la violenza pubblica. Fisime, appunto. Poiché la questione, nel teatro della rappresentazione politica, è diventata una e una sola: “Stai dalla parte di Salvini, o del terrorista?”

Il travestitismo di Salvini non è un dato estetico è un dispositivo politico. Indossa in ogni momento l’uniforme che gli serve per mettersi al centro della scena e schierare le persone dalla sua parte, o dall’altra.

Giorgio Napolitano ha scritto una lettera alla Stampa per ricordare che, da presidente della Repubblica, fece ogni pressione possibile sull’allora capo dello stato brasiliano Lula per convincerlo a rimpatriare Battisti, senza riuscire a portare a casa il risultato. E si può immaginare che per un ex comunista come Napolitano la necessità di affermare il suo impegno pubblicamente – quasi costretto a difendere la storia, la sua storia, dall’insinuazione di non aver fatto abbastanza – sia stata una circostanza piuttosto dolorosa, dal momento che il partito in cui ha militato per quarantasei anni è stato, insieme alla Democrazia Cristiana (ma il Pci di più), decisivo nella sconfitta politica del terrorismo di sinistra.

Matteo Salvini aveva nove anni quando le Brigate Rosse uccisero a Genova Guido Rossa, un sindacalista della Cgil iscritto al partito comunista. Era il 1979 e fu il punto di svolta della lotta al terrorismo. In piazza, scesero gli operai. E la reazione del Pci fu feroce. “Non ero più io contro di loro, ma loro contro di me”, racconta l’ex brigatista genovese Enrico Fenzi, in uno dei più bei libri scritti su quegli anni, Armi e bagagli. “Camminavo tra i piccoli gruppi sciolti che salivano dai vicoli del centro storico e s’andavano ingrossando verso la piazza, e il nemico ero io. Non avevo mai provato niente di simile. Mi vergognavo, e avevo paura”. Matteo Salvini aveva nove anni allora, e decine e decine di divise ancora da indossare. Il suo travestitismo, che non sappiamo quanto a quell’età fosse già manifesto, non è da considerare però un dato estetico: è un dispositivo politico.

Salvini indossa in ogni momento l’uniforme che gli serve per mettersi al centro della scena e schierare le persone dalla sua parte, o dall’altra. È così con la felpa, che dice: “Stai con me, che sono esattamente come te che mi stai guardando dal divano, o stai con quelli che hanno la camicia bianca stirata in studio?”. È così con la giacca a vento Cape Horn, indossata manovrando la ruspa. Che dice: “Sei con me che, quando ci sono problemi, li rimuovo; o preferisci quelli che dicono che li risolveranno piano piano e poi non li risolvono mai?”. Fino ad arrivare al giubbotto della polizia ai bordi della pista di Ciampino, in attesa di Cesare Battisti. Che dice: “Desideri la punizione o l’assoluzione?”. Qualsiasi avventura nella zona grigia dell’argomentazione, dove si distingue l’arresto dall’opportunità dell’accoglienza della preda ormai in pugno, è considerata una complicazione del maligno, dunque del nemico. È la magia di Salvini: costringere tutti a indossare un'uniforme.

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