vita spericolata
19 Gennaio Gen 2019 0600 19 gennaio 2019

Ritrovato Timofej, l’uomo che scomparve con il crollo dell’Urss: era andato a vivere da solo al Circolo Polare

A 800 chilometri da Isktutsk, in una casetta costruita con le sue mani in mezzo al permafrost, nella regione più fredda del mondo. Per 28 anni ha vissuto pescando e cacciando, senza smartphone e senza dare notizie ai parenti

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immagine di Timofej, da Siberian Times (frame)

Pensavano che fosse morto. E invece era solo andato a vivere vicno al cicolo polare artico. Nel 1991 Timofey, per sfuggire alla dipendenza dalla vodka e al crollo dell’Urss, aveva deciso di lasciare la sua città, Sangar, in Siberia, per vivere nelle selvagge steppe della Yakuzia, la regione più fredda del mondo, dove d’inverno si arriva a -60 e d’estate a +35..

In un piccolo rifugio scavato in parte nel permafrost, Timofey ha vissuto fino ad oggi cacciando e pescando. “Perché me ne sono andato?”, ha risposto a un curioso che lo ha raggiunto, dopo aver sentito per anni la leggenda di un eremita nascosto vicino al Circolo polare. “Per scappare dall’alcol”.

Ma il 58enne russo, che vive senza cellulare (“Non mi serve”), non paga né tasse né multe, e vive insieme a due cani e un gatto, ha anche una storia più complessa. Orfano di entrambi i genitori, visse in un orfanotrofio insieme alle due sorelle, mentre il fratello fu affidato a uno zio. Nel 1979 viene assoldato nelle forze d’assalto aeree sovietiche. Alla fine del servizio militare torna al suo Paese e cerca le sorelle, che nel frattempo erano scomparse. A quel punto, rotto dal dolore, decise di ritirarsi, abbandonando anche una figlia avuta da una relazione ormai chiusa (e che si è già sposata e lo ha reso nonno).

“E perché non torni in città, ora che ti hanno ritrovato?”, gli chiedono. “E per fare cosa? Ubriacarmi?”. La città, sostiene, va bene per quelli che hanno il cervello. Non per altri. In ogni caso, non è rimasto solo tutto questo tempo. Cacciatori di passaggio, di tanto in tanto, gli portavano legna, olio e farina. “Questo è tutto quello che mi serve, qui. Il resto me lo procuro da solo”. Il genero lo va a trovare, mentre la figlia no (“Ma ha tanti figli, come potrebbe spostarsi?”). E quando è uscita la notizia del suo ritrovamento anche il fratello, dal quale venne separato durante l’infanzia, lo ha contattato. “È tempo di rivedersi”, ha detto. Una delle sorelle vive nella zona di Mosca. L’altra dalle parti di Tomsk. “Ci rivedremo”, ha detto. Ma non ha intenzione di lasciare il suo piccolo mondo ghiacciato.

E cosa succede se si ammala? “Allora vuol dire che è finita, che la mia ora è arrivata. Questo è il mio destino”. Ma conta di vivere almeno altri 12 anni, nella sua casetta che puzza di legno bruciato e pesce affumicato. Qui, quando non sa cosa fare, legge. “Sia in russo che in yakuto”. Giusto per tenersi esercitato. E se il buio domina nella regione invernale, Timofey continua a viverci sereno, lontano dal resto dell’umanità. A dimostrazione che non solo è possibile ma forse, di questi tempi, anche indicato.

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