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20 Gennaio Gen 2019 0600 20 gennaio 2019

Perché la lavatrice ci ha cambiato la vita più di internet

D’accordo, internet ha ridotto le distanze tra le persone. Ma gli elettrodomestici hanno ridotto il tempo da dedicare alle faccende di casa, permesso alle donne di entrare nel mondo del lavoro e cambiato la struttura della società. Non sempre le invenzioni più recenti sono quelle più rivoluzionarie

Lavatrice Linkiesta
ODD ANDERSEN / AFP

Ha-Joon Chang ha una missione: distruggere i falsi miti economici del mondo in cui viviamo. Ci avevano raccontato che il libero mercato, la globalizzazione e la tecnologia ci avrebbero portato prosperità e progresso, e allora com’è che siamo sprofondati in una crisi che non dà segni di tregua? Chang ha 23 risposte a questa domanda. Prende ogni dogma della teoria economica neoliberista e lo rivolta come un guanto. Svela le verità e gli interessi che si nascondono dietro a ogni tesi economica e ci mostra come funziona veramente il sistema.
Qualche esempio?

# il libero mercato non esiste
# la globalizzazione non sta arricchendo il mondo
# non viviamo in un mondo digitale, la lavatrice ha cambiato la vita più di internet
# i paesi poveri sono più intraprendenti di quelli ricchi
# i manager più pagati non producono i migliori risultati

Questo libro galvanizzante, ricco di fatti su denaro e uguaglianza, libertà e avidità, dimostra che il «libero» mercato non è solo un male per le persone, ma è anche un modo inefficiente di guidare le economie. In 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo Chang profila le alternative e fa intravedere una via d’uscita dalla crisi. E ha ogni credenziale per farlo, perché, come dice Martin Wolf dalle pagine del Financial Times, «ogni ortodossia ha bisogno di critici efficaci. Ha-Joon Chang è probabilmente il critico più efficace del neoliberismo oggi al mondo».

Cosa ti dicono
La recente rivoluzione nelle tecnologie della comunicazione rappresentata da internet ha cambiato radicalmente il modo in cui lavora il mondo. Ha provocato la «fine della distanza». In questo nuovo mondo «senza frontiere», le vecchie idee sugli interessi economici nazionali e sul ruolo dei governi nazionali non valgono più. La rivoluzione tecnologica definisce i caratteri dell’epoca in cui viviamo, se i paesi (o le imprese o gli individui) non cambiano a una velocità corrispondente, saranno spazzati via. Noi tutti – individui, imprese o nazioni – dovremo diventare ancora più flessibili e ciò richiede una maggiore liberalizzazione dei mercati.

Cosa non ti dicono
Nel percepire i cambiamenti tendiamo a vedere i più recenti come i più rivoluzionari, ma la nostra percezione è spesso in contrasto con i fatti. L’attuale progresso nella tecnologia delle telecomunicazioni non è rivoluzionario, in senso relativo, quanto quello che avvenne alla fine del XIX secolo grazie alla telegrafia senza fili. Inoltre, in termini di conseguenze economiche e cambiamenti sociali, internet non è stato (o almeno non finora) così importante come la lavatrice e altri elettrodomestici, che, riducendo di molto il tempo da dedicare alle faccende di casa, hanno permesso alle donne di entrare nel mercato del lavoro e virtualmente eliminato alcune professioni come il servizio domestico. Se guardiamo al passato con un cannocchiale a rovescio, sottostimiamo il vecchio e sovrastimiamo il nuovo, prendendo ogni genere di decisioni sbagliate sulla politica economica nazionale, le strategie aziendali e la nostra stessa carriera.

In America Latina tutti hanno la cameriera
Un’amica americana mi ha raccontato che in un suo libro di testo degli anni settanta c’era scritto che «in America Latina tutti hanno la cameriera». Se ci pensate, è logicamente impossibile. Anche le cameriere hanno la cameriera in America Latina? Forse c’è una specie di sistema di scambio di cameriere, di cui non ho mai sentito parlare, dove si fa a turno, in modo che tutti possano avere una domestica, ma non credo.

È facile comprendere perché un autore americano possa uscirsene con un’espressione del genere. In effetti nei paesi poveri una percentuale molto più alta della popolazione ha una cameriera rispetto ai paesi ricchi. Qui, un insegnante o un giovane dirigente di una piccola azienda non si sognerebbe di avere una domestica fissa, ma è probabile che i loro omologhi di un paese povero ne abbiano una, o anche due. Le statistiche sono complesse ma, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, il 7-8 per cento della forza lavoro in Brasile e il 9 in Egitto è impiegato nel servizio domestico contro lo 0,7 in Germania, 0,6 negli Stati Uniti, 0,3 in Inghilterra e in Galles, 0,05 in Norvegia e 0,005 in Svezia (dati riferiti agli anni novanta, eccetto Norvegia e Germania agli anni duemila).1 Così, in proporzione, il Brasile ha 12-13 volte più domestici degli Stati Uniti e l’Egitto 1800 più della Svezia. Non c’è da meravigliarsi che molti americani ritengano che «tutti» in America Latina abbiano la cameriera mentre uno svedese pensi che l’Egitto sia invaso dai domestici.

Il dato interessante è che negli attuali paesi ricchi la percentuale di manodopera impiegata nei lavori domestici in passato era simile a quella che troviamo attualmente nei paesi in via di sviluppo. Nel 1870, negli Stati Uniti circa l’8 per cento degli impiegati era a servizio come lavoratore domestico. Anche in Germania il rapporto era intorno all’8 per cento verso il 1890, sebbene sia poi diminuito velocemente. In Inghilterra e Galles, dove la cultura della «servitù» sopravvisse più a lungo che in altri paesi per la forza della classe dei proprietari terrieri, il rapporto era anche più alto: tra il 1850 e il 1920 il 10-14 per cento della forza lavoro era impiegata nel servizio domestico. Se leggete i romanzi di Agatha Christie degli anni trenta, non è solo il magnate della stampa assassinato nella sua biblioteca ad avere dei servitori, ma persino la zitella della media borghesia rimasta al verde, anche se di cameriera ne ha una sola (la quale frequenta un meccanico buono a nulla, che si scopre essere il figlio illegittimo del magnate della stampa, e viene anche lei assassinata a pagina 111 per essere stata così stupida da parlare di qualcosa che non avrebbe dovuto nemmeno vedere).

La ragione principale per cui vi sono molti meno domestici nei paesi ricchi (naturalmente in proporzione) – anche se ovviamente non l’unica, date le differenze culturali fra paesi con simili livelli di reddito, oggi e nel passato – è il costo del lavoro. Con lo sviluppo economico, le persone (o piuttosto i servizi da loro offerti) diventano, in termini relativi, più costose delle merci (vedi #9), e nei paesi ricchi il servizio domestico è diventato un prodotto di lusso che solo i più benestanti si possono permettere, mentre nei paesi in via di sviluppo è ancora abbastanza a buon mercato e alla portata delle classi medio-basse.

Entra in scena la lavatrice
Ora, a parte l’andamento dei prezzi relativi di persone e di merci, nel corso dell’ultimo secolo la caduta della percentuale del personale di servizio nei paesi ricchi non sarebbe stata così drastica, se non fosse intervenuta l’offerta di una serie di elettrodomestici, rappresentabile dalla lavatrice. Per quanto costoso (in termini relativi) possa essere assumere persone per fare il bucato, pulire e riscaldare la casa, cucinare, lavare i piatti, è forza lavoro che si impiegherebbe ancora oggi se non fosse possibile svolgere tali mansioni con le macchine. O dovremmo impiegare il nostro tempo per farle da soli.

Le lavatrici hanno fatto risparmiare enormi quantità di tempo. I dati non sono facili da ricavare ma, secondo uno studio realizzato a metà degli anni quaranta dalla U.S. Rural Electrification Administration, con l’introduzione della lavatrice e della stiratrice elettrica il tempo per lavare 38 libbre (circa 17 chili) di bucato si era ridotto di 6 volte (da 4 ore a 41 minuti), e il tempo per stirarle di più di 2 volte e mezzo (da 4 ore e mezza a un’ora e tre quarti).2 Avere l’acqua corrente ha significato risparmiare il tempo per andare a riempire i secchi (secondo lo United Nations Development Programme, in alcuni paesi in via di sviluppo vengono impiegate fino a 2 ore al giorno). Gli aspirapolvere hanno reso possibile pulire le nostre case meglio e in una frazione del tempo necessario una volta, quando dovevamo farlo con scope e stracci. Cucine, stufe e riscaldamento centrale hanno abbreviato di molto il tempo necessario per fare la legna, accendere il fuoco, tenerlo vivo e poi pulire il tutto dopo averlo adoperato per cucinare e riscaldarsi. Oggi nei paesi ricchi sono in molti ad avere anche la lavastoviglie, che nel 1906 il suo (futuro) inventore – un certo signor I.M. Rubinow, dipendente dello U.S. Department of Agriculture – in un articolo pubblicato sul Journal of Political Economy descrisse come «una vera benefattrice dell’umanità».

La comparsa degli elettrodomestici, insieme all’elettricità, le condotte per l’acqua e il gas, ha radicalmente trasformato il modo in cui vivono le donne, e di conseguenza anche gli uomini. Ha permesso a molte di accedere al mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, per esempio, la percentuale di donne bianche sposate in piena età lavorativa (da 35 a 44 anni) impiegate fuori casa è passata dai pochi punti percentuali di fine Ottocento a quasi l’80 per cento di oggi.3 La lavatrice ha cambiato drasticamente la struttura dell’occupazione femminile permettendo alla società di funzionare con molte meno persone addette ai servizi domestici. Per esempio, nel 1870 le donne impiegate come «domestiche o cameriere» (gran parte delle quali possiamo immaginare fossero domestiche piuttosto che cameriere, dato che mangiare fuori non era ancora molto diffuso) erano quasi il 50 per cento.4 L’aumento della partecipazione al mercato del lavoro ha elevato lo status delle donne in casa e nella società, riducendo la preferenza per i figli maschi e aumentando gli investimenti nell’educazione femminile, il che a sua volta ha fatto crescere ulteriormente la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Anche le laureate che decidono di stare a casa con i bambini godono fra le mura domestiche di uno status superiore: adesso sono credibili quando minacciano di lasciare i loro partner, visto che possono benissimo provvedere alla famiglia da sole. Con l’opportunità di lavorare fuori di casa sono aumentati i costi del mantenimento dei bambini, quindi si fanno meno figli. Tutte queste circostanze hanno modificato le dinamiche della famiglia tradizionale, costituendo nel loro insieme un vero cambiamento epocale.

Naturalmente non sto dicendo che questi cambiamenti sono avvenuti soltanto – o principalmente – per le innovazioni nel campo degli elettrodomestici. Permettendo di controllare il momento e la frequenza delle nascite, anche la pillola e gli altri contraccettivi hanno avuto un importante impatto sulla formazione e la partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Inoltre, a parità di tecnologia domestica, c’è nei paesi una diversa partecipazione femminile al mercato del lavoro e diverse strutture occupazionali, a seconda delle convenzioni sociali sull’ammissibilità del lavoro delle donne della classe media (quelle povere hanno sempre lavorato), degli incentivi fiscali per il lavoro femminile e per la cura dei bambini e della disponibilità di asili nido economici. Detto questo, è pur sempre vero che senza la lavatrice (e gli altri elettrodomestici) il mutamento del ruolo delle donne nella società e nella famiglia non sarebbe stato così radicale.

La lavatrice batte internet
In confronto ai cambiamenti provocati da lavatrice & Co., l’impatto di internet, che molti pensano abbia totalmente cambiato il mondo, non è stato così fondamentale – almeno non per il momento. Certo, ha trasformato il modo in cui la gente passa il suo tempo libero: navigando in rete, chattando con gli amici su Facebook, parlando con loro su Skype, sfidandosi in un gioco online a 5000 chilometri di distanza e così via. Ha inoltre migliorato di molto l’efficienza con la quale possiamo trovare informazioni sulla nostra polizza assicurativa, sulle vacanze, sui ristoranti e sempre di più anche sul prezzo dei broccoli e dello shampo.

Tuttavia, se parliamo dei processi di produzione, non è chiaro quanto rivoluzionario sia stato l’impatto. Certamente internet ha cambiato profondamente il modo di lavorare di qualcuno. Lo so per esperienza. Grazie a internet sono stato capace di scrivere un intero libro, con la mia amica e coautrice, la professoressa Ilene Grabel che insegna a Denver, nel Colorado, facendo un unico incontro faccia a faccia e un paio di telefonate.5 Tuttavia, per molte altre persone internet non ha avuto un risvolto significativo sul proprio rendimento. Gli studi faticano a dimostrare l’impatto positivo di internet sulla produttività complessiva; come ha scritto Robert Solow, premio Nobel per l’economia: «L’evidenza è dappertutto tranne che nei numeri».

Si può pensare che il mio confronto sia scorretto. Gli elettrodomestici di cui ho parlato hanno avuto almeno qualche decennio, a volte un secolo, per fare meraviglie, mentre internet appena vent’anni. Questo è in parte vero. Come l’illustre storico della scienza, David Edgerton, scrisse nel suo affascinante libro The Shock of the Old: Technology and Global History since 1900, il massimo uso di una tecnologia, e quindi il massimo impatto, avviene spesso decenni dopo la sua invenzione. Ma anche solo in termini di effetti immediati dubito che internet sia la tecnologia rivoluzionaria che molti pensano.

Internet viene battuto dal telegrafo
Poco prima dell’avvento del servizio telegrafico intercontinentale (correva l’anno 1866), perché un messaggio giungesse dall’altra parte dell’oceano ci volevano tre settimane, il tempo necessario per attraversare l’Atlantico in barca a vela. Anche viaggiando ad «alta velocità» con le navi a vapore (che non si diffusero fino al 1890) bisognava calcolare almeno due settimane (allora il record delle traversate era di otto-nove giorni).

Con il telegrafo, il tempo di trasmissione per un messaggio di, poniamo, 300 parole fu ridotto a 7-8 minuti. Poteva anche essere più veloce: il 4 dicembre 1861 il New York Times scrisse che il discorso sullo stato dell’Unione di Abraham Lincoln di 7578 parole fu trasmesso da Washington al resto del paese in 92 minuti, con una media 82 parole al minuto, velocità che avrebbe permesso di inviare il nostro messaggio di 300 parole in meno di 4 minuti. Ma quello fu un record, vista la media di più di 40 parole al minuto, e cioè 7 minuti e mezzo per un messaggio di 300 parole. Una riduzione di tempo da due settimane a 7 minuti e mezzo significa un aumento della velocità di 2500 volte.

Internet invece ha ridotto il tempo di trasmissione di un messaggio di 300 parole dai 10 secondi del fax a, diciamo, 2 secondi, pari a 5 volte. Il risparmio di tempo è maggiore per i messaggi più lunghi: si può spedire un documento di 30000 parole che avrebbe impiegato più di 16 minuti (o 1000 secondi) con il fax in 10 secondi (considerato che deve essere caricato), a una velocità di trasmissione 100 volte maggiore. Siamo ben lontani però dal risparmio 2500 volte maggiore consentito dal telegrafo.

Certo, le caratteristiche rivoluzionarie di internet sono altre. Ci permette di inviare fotografie ad alta velocità (cosa che il telegrafo non può fare rendendo così necessaria una trasmissione fisica), può essere accessibile da molti luoghi e non solo dagli uffici postali e, cosa più importante, consente di cercare le informazioni che vogliamo in un gran numero di fonti. Tuttavia, in termini di mera accelerazione della velocità, non è così rivoluzionario come l’umile telegrafo (neppure senza fili).

Sovrastimiamo di gran lunga gli effetti di internet solo perché in questo momento li tocchiamo con mano. E non siamo i soli. Tutti gli esseri umani tendono a rimanere affascinati dalle nuove tecnologie. Già nel 1944 George Orwell criticava la gente che si esaltava per «l’abolizione della distanza» e la «scomparsa delle frontiere» grazie all’aeroplano e alla radio.

Guardare i cambiamenti in prospettiva
La gente pensa erroneamente che internet abbia effetti molto più importanti del telegrafo o della lavatrice. Ok, e allora? Che importanza ha se si è più colpiti dai cambiamenti recenti?

Se questa distorsione di prospettiva fosse solo una questione di opinioni non sarebbe importante, certo. Ma queste prospettive distorte hanno effetti reali, in quanto provocano un uso sconsiderato di risorse già scarse.

Il fascino della rivoluzione ICT (Information and Communication Technology) ha fatto erroneamente concludere a qualche paese ricco – Stati Uniti e Gran Bretagna in testa – che fabbricare cose sia démodé, e che si debba cercare di vivere di sole idee. Come spiegherò nel nono capitolo (vedi #9), la fede in una «società postindustriale» li ha portati a trascurare il settore manifatturiero, con conseguenze negative per le loro economie.

In modo ancora più preoccupante, la fascinazione che internet ha esercitato sulla gente nei paesi ricchi ha spinto la comunità internazionale a preoccuparsi del «digital divide», ossia del «divario digitale» tra paesi ricchi e poveri. Questo ha fatto sì che imprese, fondazioni filantropiche e individui facessero donazioni per l’acquisto di computer e modem. Il problema, però, è se questo sia davvero ciò di cui i paesi in via di sviluppo hanno più bisogno. Forse destinare i contributi per attività meno di moda come scavare pozzi, estendere la rete elettrica o fabbricare lavatrici più a buon mercato migliorerebbe la vita della gente più che dare a ogni bambino un computer portatile o aprire internet point nei villaggi rurali. Non dico che queste cose siano necessariamente più importanti, ma molti donatori si sono prodigati in programmi stravaganti senza valutare attentamente i costi e i benefici a lungo termine di un uso diverso dei loro soldi.

Per fare ancora un altro esempio, il fascino del nuovo ha indotto la gente a credere che i recenti cambiamenti nelle tecnologie della comunicazione e dei trasporti siano così rivoluzionari che noi ora viviamo in un «mondo senza confini», come recita il titolo del famoso libro di Kenichi Ohmae, il guru giapponese del management.6 Negli ultimi vent’anni, molte persone sono state indotte a credere che qualsiasi cambiamento di oggi sia il risultato di un gigantesco progresso tecnologico, al quale è anacronistico opporsi. Sulla base di tali convinzioni, molti stati hanno eliminato alcune regole fondamentali volte a limitare i flussi internazionali di capitale, lavoro e merci – con pessimi risultati (vedi #7 e #8). Tuttavia, come ho spiegato, i recenti cambiamenti nelle telecomunicazioni non sono rivoluzionari quanto le corrispondenti innovazioni di un secolo fa. E il mondo, benché le tecnologie di comunicazione e trasporto fossero molto meno sviluppate, era più globalizzato un secolo fa di quanto lo fosse tra gli anni sessanta e ottanta, periodo in cui i governi, specie nei paesi più potenti, hanno creduto nella rigida regolamentazione dei flussi internazionali. Il grado di globalizzazione (in altre parole, l’apertura delle nazioni) è stato determinato dalla politica piuttosto che dalla tecnologia. Ma lasciando che la nostra prospettiva venga distorta dalla fascinazione tecnologica non siamo in grado di comprenderlo e finiamo per mettere in pratica politiche sbagliate.

Tirando le somme, capire le tendenze tecnologiche è sicuramente molto importante per decidere correttamente le politiche economiche sia a livello nazionale che internazionale (e per fare le giuste scelte di carriera a livello individuale). Tuttavia, la seduzione delle innovazioni e la sottostima per quello che è già diventato di uso comune possono portare, e in effetti hanno portato, a decisioni sbagliate. Ho espresso questa opinione in modo deliberatamente provocatorio, confrontando l’umile lavatrice con l’intoccabile internet, ma i miei esempi dovrebbero avervi mostrato che le modalità con cui le forze tecnologiche hanno dato forma agli sviluppi economici e sociali del capitalismo sono molto più complesse di quanto normalmente si creda.

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