22 Gennaio Gen 2019 0600 22 gennaio 2019

5G, le reti mobili di nuova generazione sono la nuova frontiera della geopolitica

L’ascesa del blocco asiatico, composto da Cina, Giappone e Corea, fa storcere il naso agli Usa che, nell’ottica dell’America First di Trump è arrivata a stoppare l’acquisizione di Qualcomm da parte di Broadcom nel nome della sicurezza nazionale

5G Linkiesta
(DAVID MCNEW / AFP)

Le telco nostrane ci hanno speso circa 6,5 miliardi. Per i governi mondiali è la nuova frontiera della geopolitica. I produttori di dispositivi mobile la attendono per dar sfogo ai progetti che tengono nel cassetto. Gli utenti più tecnofili non vedono l’ora di godersi i propri contenuti preferiti a una velocità mai vista prima. Stiamo parlando del 5G che, assieme alla diffusione della banda ultra larga, rappresenta il prossimo passo dell’evoluzione digitale. A patto che riesca a superare i diversi inciampi sul percorso.

Come lo stop che l’amministrazione Trump ha posto ai rapporti fra le aziende americane e quelle cinesi come Huawei (la cui direttrice finanziaria Meng Wanzhou è stata arrestata in Canada con l’accusa di aver aggirato le sanzioni Usa contro l’Iran) e Zte, considerate teste di ponte di Pechino per introdursi nei sistemi informatici occidentali sfruttando la leadership negli apparati per la fibra ottica e le reti mobile. Il tutto in pieno clima da guerriglia commerciale.

Oppure gli avvertimenti sollevati dal Comitato scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (SCHEER) della Comunità europea in termini di conseguenze all’esposizione ai campi elettromagnetici. Per non parlare della pioggia di ricorsi pervenuti al Tar da parte di Vodafone, Iliad e Tim relativi alla proroga al 2029 per l’utilizzo dello spettro in banda 3,5 GHz a favore di alcuni player e che vanificherebbe l’esborso per garantirsi le frequenze a banda 700 MHz. Una grana a cui si aggiungono anche le resistenze di alcune realtà locali nello scavo e nella posa della banda ultra larga, l’altra faccia della medaglia infrastrutturale necessaria a realizzare l’incontro di fisso e mobile che promette di rivoluzionare le nostre abitudini (dalle auto a guida autonoma agli interventi chirurgici per mezzo di robot, passando per i dispositivi domestici connessi alla rete).

Il blocco asiatico composto da Cina, Giappone e Corea corre veloce e attraverso le proprie aziende si è già assicurata un ruolo di primo piano

Un panorama in fibrillazione, insomma, in cui il nostro Paese sta cercando di recuperare terreno. Soprattutto in termini di connettività fissa. Su questo settore la parte del leone la fa Open Fiber, società partecipata dal gruppo Enel e dalla Cdp che si è aggiudicata tutti e tre i bandi per la realizzazione della banda larga indetti da Infratel (società in house del ministero dello Sviluppo economico). L’obiettivo è quello di centrare gli obiettivi dell’Agenda digitale europea per il periodo 2014-20: coprire l’85% della popolazione con banda a 100 MBps per tutti i cittadini con connettività di almeno 30 MBps. Le risorse stanziate sono 3,6 miliardi di euro e la road map degli interventi continua la sua marcia.

Soprattutto nelle cosiddette “aree bianche”, ossia quelle zone della penisola scarsamente redditizie in termini di mercato. Uno sforzo titanico se si considera che l’Italia sconta alcuni dei fattori di ritardo oggettivi in termini digitali, compresa una percezione da parte degli utenti più proponesi a sottoscrivere abbonamenti con una connessione a 100 MBps (1 ogni 4,5 famiglie) rispetto alla più diffusa connessione a 30MBps (1 ogni 7 famiglie) e, in generale, più portati a utilizzare una connessione mobile piuttosto che una fissa (23% rispetto alla media europea del 9%) nonostante una scarsa velocità (circa 9,2 MBps, la quart’ultima in Europa).

Il 2019, però, potrebbe essere l’anno della svolta. E un aiuto potrebbe arrivare dall’Ue che, dopo aver aggiornato gli obiettivi dell’Agenda digitale estendendoli al 2025, potrebbe dotare i Paesi membri di strumenti più incisivi. La revisione del quadro normativo, datato 2009, punta a rendere disponibile l’intero spettro radio 5G a livello continentale e facilitare il lancio di reti fisse ad altissima capacità rendendo più omogenee le regole per il coinvestimento (e la condivisione del rischio d’impresa), promuovendo una concorrenza sostenibile e creando un regolamento specifico per gli operatori wholesale (come Open Fiber).

In generale, comunque, i risultati effettivi, quelli misurabili dall’utente attraverso il suo singolo dispositivo, dovrebbero vedersi non prima del 2022 (se si escludono realtà come Milano che faranno da capofila per l’introduzione di queste tecnologie). Detto dell’Italia, non si possono non considerare le mosse dei diversi attori globali. Il blocco asiatico composto da Cina, Giappone e Corea corre veloce e attraverso le proprie aziende si è già assicurata un ruolo di primo piano. Un’ascesa che fa storcere il naso agli Usa che, nell’ottica dell’America First del presidente Trump è arrivata a stoppare l’acquisizione di Qualcomm da parte di Broadcom sostenendo interessi superiori in materia di sicurezza nazionale. Una mossa che va di pari passo con un aumento della spesa pro capite in termini di apparati per le telecomunicazioni che si assesta intorno ai 192 euro (contro i 175 del Giappone e i 92 dell’Ue).

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