24 Gennaio Gen 2019 0629 24 gennaio 2019

Perché il trattato di Aquisgrana è l’unica speranza che abbiamo per non diventare satelliti di America, Russia o Cina

Dimenticate le polemiche sul seggio dell’Onu o sulla nascita di un super Stato: il patto tra Francia e Germania è l’attestazione del fallimento dell’Europa a 27, quella dell’allargamento a est e dei compromessi al ribasso. E un’assicurazione sulla vita contro la calata dei populisti a Bruxelles

Merkel Macron Aquisgrana2 Linkiesta
Ludovic MARIN / AFP

Alla fine, comunque la si pensi, toccherà considerare il Trattato di Aquisgrana come un colpo di genio, di quelli che in un attimo cambiano le carte in tavola del dibattito pubblico. E non lo è tanto per la questione del seggio del Consiglio di Sicurezza dell’Onu alla Germania, tanto simbolica quanto difficilmente realizzabile. E nemmeno perché nasca chissà quale super-Stato nel cuore dell’Europa, come se Francia e Germania non ragionassero all’unisono da decenni, quando si tratta di decidere una linea strategica da seguire. No, la forza del Trattato di Aquisgrana è altrove.

Primo: sta nell’attestazione del fallimento dell’Europa a 27 come meccanismo in grado di far evolvere verso un’Unione politica e federale, quegli Stati Uniti d’Europa che rappresentano la chimera degli europeisti. Merkel e Macron, col Trattato di Aquisgrana, dimostrano di non crederci più, all'Europa dell'allargamento, prima verso Sud e poi verso Est. Troppe le teste da mettere d’accordo, troppi i nazionalisti in arrivo nel parlamento e nelle istituzioni europee, troppi gli ostruzionismi incrociati lungo le faglie est-ovest (chiusura contro apertura) e nord-sud (austerità contro spesa) che hanno impantanato i processi di cambiamento europei degli ultimi anni.

Quel che c’è dentro il Trattato di Aquisgrana, la direzione che prefigura, è ciò di cui abbiamo realmente bisogno. Di uno sforzo comune di difesa dei confini e di redistribuzione dei richiedenti asilo pro quota, di una politica fiscale comune che faccia pagare un po’ di tasse ai giganti del web, di una voce sola in politica estera, di una politica energetica e ambientale realmente coordinata

Secondo: il Trattato di Aquisgrana indica quale sia la strategia di risposta all’empasse. Non la modifica dei trattati esistenti, da Maastricht a Dublino, ma la costruzione di nuovi trattati che ridefiniscano le regole del gioco, giustapponendosi all’esistente. È la cosiddetta strategia del disaccoppiamento, dell’Europa a più velocità, nella sua versione più minimale e brutale, quella dell’accordo a due. Ma a ben vedere il Trattato di Aquisgrana, è un patto che potrebbe benissimo essere controfirmato da un terzo, da un quarto, o un quinto Paese, senza che se ne snaturi il senso. Dovesse accadere, nei prossimi mesi, staremmo assistendo alla nascita di newco europea, con l’Unione che diventerebbe improvvisamente la bad company, la vecchia istituzione in via di rottamazione.

Terzo: del Trattato di Aquisgrana è importante la tempistica, che anticipa le elezioni europee e la paventata calata dei barbari sovranisti a Bruxelles. Francia e Germania, grandi potenze e vestali dell’ancien regime, è come se avessero fatto un backup prima dell’arrivo del virus. Se salteranno tutti i progetti di cooperazione sulla difesa, si potrà ripartire da Aquisgrana con chi ci sta, ad esempio. Parafrasando Pietro Nenni, nella prospettiva che l’Asse di Visegrad possa prendere il potere nelle stanze dei bottoni di Bruxelles, Francia e Germania si sono portate via i bottoni che più gli interessavano.

Quarto (e già l’abbiamo scritto): l’Italia, se non fosse autolesionista, dovrebbe lavorare, a partire da domani, per apporre la sua firma sotto quel trattato, o per produrre un analogo trattato a tre, nel più breve tempo possibile. Perché quel che c’è dentro il Trattato di Aquisgrana, la direzione che prefigura, è ciò di cui abbiamo realmente bisogno. Di uno sforzo comune di difesa dei confini e di redistribuzione dei richiedenti asilo pro quota, di una politica fiscale comune che faccia pagare un po’ di tasse ai giganti del web, di una voce sola in politica estera, di una politica energetica e ambientale realmente coordinata. Di tutto quel che l’Europa a 27 governata dalle mediazioni del Consiglio Europeo non può più promettere.

Ma siccome siamo i campioni del mondo dell’autolesionismo ci siederemo, al solito, dalla parte sbagliata. Quella di chi rivendica meno interdipendenza, in cambio di una sovranità nazionale che non serve a nulla e non produce alcun beneficio in un mondo di imperi come quello attuale. Star fuori da Aquisgrana vuol dire diventare presto o tardi vassalli degli americani, dei russi o dei cinesi. Sta a noi decidere, qui e ora, da che parte stare.

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