Giorno della memoria
27 Gennaio Gen 2019 0559 27 gennaio 2019

La memoria non basta: l’Europa è ancora antisemita (più di quanto immaginiamo)

Un ebreo su quattro è stato vittima di soprusi, quattro su dieci evitano di indossare simboli religiosi e un terzo ha pensato di emigrare per tutelare la propria sicurezza. Una ricerca a livello europeo evidenzia livelli preoccupanti di antisemitismo. Che viaggia soprattutto su internet

Anna Frank Roma_Linkiesta
Da Facebook

Un paio di anni fa erano stati gli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma nella curva della Lazio. Oggi, il senatore del M5S Elio Lannutti cita i Protocolli dei Savi di Sion, un testo ormai globalmente riconosciuto come falso storico, per accusare gli ebrei di controllare le banche. In entrambi i casi, le condanne del gesto sono state istantanee, ma servono a poco: l’antisemitismo, in Italia come nel resto d’Europa, è ancora vivo e vegeto. A evidenziarlo, a più di 70 anni dall’Olocausto, è una ricerca condotta dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra) in 12 Stati membri dell’Unione europea (tra cui l’Italia) sulle esperienze e le percezioni di odio contro gli ebrei.

Dal sondaggio, condotto su un campione di 16mila persone di religione ebraica, emerge un quadro sconfortante: 9 persone su 10 ritengono che l’antisemitismo sia cresciuto nel loro paese negli ultimi cinque anni, più di 8 su 10 lo ritengono un problema serio, e oltre un terzo tra gli ebrei europei afferma di aver preso in considerazione l’idea di emigrare perché non si sente al sicuro. Più di uno su quattro ha avuto esperienza di soprusi negli ultimi cinque anni, e uno su cinque dichiara di aver visto familiari, conoscenti o amici essere stati insultati, vessati o attaccati fisicamente.

La preoccupazione degli ebrei per i crescenti livelli di odio, poi, è anche più diffusa di quanto si possa pensare: in 11 su 12 dei paesi toccati dalla ricerca l’antisemitismo è considerato tra i tre problemi più seri a livello nazionale, e in Belgio, Germania e Francia si trova al primo posto. Rispetto al 2012, i sentimenti antisemiti sono cresciuti soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ed è specialmente nella rete e sui social network che le manifestazioni di odio sono più frequenti.

9 persone su 10 ritengono che l’antisemitismo sia cresciuto nel loro paese negli ultimi cinque anni, più di 8 su 10 lo ritengono un problema serio, e oltre un terzo tra gli ebrei europei afferma di aver preso in considerazione l’idea di emigrare perché non si sente al sicuro

Nell’ultimo anno, la maggioranza degli episodi di violenza fisica o verbale si riscontrano in Polonia, Germania e Belgio. Ma a livello europeo, tra coloro che sono abituati a indossare elementi che li rendono riconoscibili come ebrei, come la kippah o la stella di David, oltre il 70% ammette di evitare di portarli per ragioni di sicurezza personale. Tra i paesi dove questa tendenza è più forte ci sono la Francia, dove l’82% si trattiene dall’indossare simboli ebraici, seguita dalla Danimarca, la Svezia e la Germania. Il 34% a livello europeo, poi, evita di prendere parte ad eventi religiosi o di attraversare determinate zone della propria città.

Si tratta di statistiche che non dovrebbero lasciarci indifferenti, e non solo nel Giorno della memoria. A mettere in guardia contro il ritorno degli spettri del passato è stato nei giorni scorsi lo stesso Sergio Mattarella: «In Italia e nel mondo sono in aumento gli atti di antisemitismo e di razzismo, ispirati a vecchie dottrine e a nuove e perverse ideologie. Si tratta, è vero, di minoranze. Ma sono minoranze sempre più allo scoperto, che sfruttano con astuzia i moderni mezzi di comunicazione, che si insinuano velenosamente negli stadi, nelle scuole, nelle situazioni di disagio».

Per combattere le nuove forme di odio, di recente la stessa Unione europea ha adottato un documento che invita tutti gli Stati membri ad adottare adottare una definizione pratica di antisemitismo nel campo dell'applicazione delle leggi, dell’istruzione e della formazione, così come a combattere l’hate speech su internet.

Ma non è sufficiente: il 70% crede che nel proprio paese non si faccia abbastanza per contrastare l’antisemitismo in maniera efficace. Perciò, il 27 gennaio ma non solo, non dovremmo sentirci esentati in alcun modo da un continuo dialogo con la comunità ebraica nell’azione di contrasto e di prevenzione dei sentimenti di odio. Si potrebbe facilmente dire che si tratta di una sfida simbolicamente cruciale, che racchiude tutte le altre: una lotta universale per il rispetto della dignità e della vita umana. «Io sono stata clandestina e richiedente asilo, so cosa vuol dire essere nella terra di nessuno quando nessuno ti vuole, come si sta quando le frontiere sono chiuse e si ergono muri», ha detto pochi giorni fa Liliana Segre durante l'incontro in occasione del Giorno della memoria alla Scala di Milano. Forse è proprio questa la sfida più grande: renderci conto che, sebbene l’odio sappia assumere volti e obiettivi sempre nuovi, la sua sostanza è sempre la stessa. Per questo va combattuto in ogni sua forma.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook