Grande Viaggio Insieme
30 Gennaio Gen 2019 0600 30 gennaio 2019

Parla Mr. Conad: “L’eccellenza italiana si trova (anche) in provincia”

L’ad di Conad Francesco Pugliese fa un bilancio delle 40 tappe del Grande Viaggio Insieme: “La provincia è protagonista di tanti fenomeni che ben descrivono la parte migliore dell’Italia”. Nel libro “Tessiture Sociali”, scritto con Aldo Bonomi, il racconto delle “comunità operose” italiane

Modica Linkiesta
Modica (Flickr/Bernt Rostad)

Quaranta città di provincia, 7.600 chilometri percorsi, 294 soggetti intervistati, tra imprese, associazioni, fondazioni, cooperative università. Il Grande Viaggio Insieme di Conad, partito nell’aprile 2018 da Porto San Giorgio, si è concluso a fine novembre a San Benedetto del Tronto, toccando l’Italia produttiva meno conosciuta. Da Nord a Sud, da Brescia a Modica, da Civitavecchia a Biella. E per ogni tappa uno studio della realtà del territorio, incontrando imprenditori, scuole, sindaci e startupper, con il supporto del Consorzio Aaster. Quelle storie che ora sono state racchiuse nel libro Tessiture Sociali (Egea), firmato da Francesco Pugliese, ad di Conad, e Aldo Bonomi, direttore di Aaster. «Sono luoghi dove il collante che tiene unita la società è ancora quello spirito di comunità di cui in questi anni della grande crisi si è tornato a sentire il bisogno», dice Pugliese. «Nella provincia italiana si incontrano storie positive che raccontano la migliore Italia di oggi».

Dottor Pugliese, Conad ha viaggiato lungo tutto lo stivale per andare a conoscere piccole e grandi eccellenze italiane. Quali sono gli elementi comuni che legano queste realtà?
Quattro anni di Grande Viaggio ci hanno permesso di osservare da vicino tante realtà, da Nord a Sud, diverse tra loro ma accomunate spesso da problematiche e bisogni analoghi. Anche nel mondo produttivo c’è un comune denominatore, che avvicina le piccole e grandi eccellenze nazionali. Mi riferisco a quelle realtà che sono riuscite a reggere l’urto della grandi crisi coniugando passione e strategia, e che oggi sono l’emblema del made in Italy.
La prima di queste caratteristiche comuni è la resilienza: la maggior parte degli imprenditori che abbiamo incontrato ha saputo affrontare la “rivoluzione” degli ultimi anni e le problematiche ad essa legate ascoltando il mercato e rivedendo la propria organizzazione, creandosi nuovi mercati, o reinventando il modo di fare impresa secondo nuove logiche. Un altro elemento che accomuna i casi di successo è l’avere mantenuto un forte legame con il proprio territorio, facendo della propria identità il cuore della strategia aziendale, valorizzando l’elemento della qualità, mixando tradizione e innovazione. La chiave, per tutte, è stata la capacità di innovarsi mantenendo al centro il proprio patrimonio di tradizioni, saperi e “saper fare” legati alle proprie radici.


Perché la scelta di fare tappa nella provincia italiana, al di fuori dei grandi centri?
Perché è questa la parte forse più vera del Paese, ma che paradossalmente resta spesso lontana dai riflettori. L’idea di intraprendere il Grande Viaggio è nata perché volevamo metterci all’ascolto anche di questa Italia, fatta di tante comunità composte da famiglie italiane e straniere, piccoli imprenditori, associazioni di volontariato, società sportive, giovani e anziani che condividono la stessa quotidianità. Luoghi dove il collante che tiene unita la società è ancora quello spirito di comunità di cui in questi anni della grande crisi si è tornato a sentire il bisogno. Conad è presente in tutta Italia da Nord a Sud, conta oggi 3.225 punti vendita, situati nei centri storici dei paesini come nelle periferie delle grandi città o nei centri commerciali. Non possiamo accontentarci della narrazione che del Paese ci offrono gli altri, dobbiamo capire cosa sta accadendo nel Paese, da dove arrivano le spinte che portano in una direzione anziché in un’altra.

Oggi, dopo 40 tappe, possiamo affermare che la provincia italiana non è solo il ritratto del Paese che resta indietro o si arrende alla crisi, ma è protagonista di tanti fenomeni e storie positive che ben descrivono la parte migliore dell’Italia di oggi: le piccole startup innovative, i giovani che ritornano alla terra, ma con il loro rinnovato bagaglio di studi e di esperienze, gli imprenditori tenaci, le piccole e grandi eccellenze in ambito manifatturiero, legate alla tradizioni e alla storia e alla cultura dei territori.

La provincia italiana non è solo il ritratto del Paese che resta indietro o si arrende alla crisi, ma è protagonista di tanti fenomeni e storie positive che ben descrivono la parte migliore dell’Italia di oggi

A differenza di quanto testimoniano i dati economici nazionali, sembra che l’eccellenza territoriale si trovi indifferentemente sia al Nord che al Sud. Concorda?
In alcune regioni italiane c’è sicuramente terreno fertile all’eccellenza: ci sono distretti ad alto tasso di innovazione, centri di ricerca, politiche territoriali che offrono stimoli allo sviluppo. L’Italia è però un paese meraviglioso, dove la passione per le cose ben fatte, l’ingegno e la fantasia danno frutti bellissimi anche nei territori più difficili. È stata una piacevole sorpresa vedere che le competenze, la volontà, l’amore per la propria terra e in certi casi anche l’ostinazione di tanti imprenditori e lavoratori hanno prodotto eccellenze in molti settori. Nell’agroalimentare, per esempio, mi piace ricordare il caso delle arance ovali della Valle dell’Anapo in Sicilia, un’eccellenza destinata a sparire e che i produttori sono riusciti a rilanciare, associandosi in cooperativa; nel manifatturiero posso citare le sarte della Sartoria eugubina in Umbria, che hanno rifondato con l’aiuto di un ex manager un’azienda che ora produce tessuti per i grandi marchi della moda.

La crisi ha indebolito l’immaginario collettivo della nazione, innescando un processo difensivo che si manifesta nell’attaccamento morboso al territorio anche in senso campanilistico e controproducente. Per riaffermare la natura genuina dei territori la formula vincente è legare tradizione e innovazione?
Legare tradizione e innovazione e, aggiungerei, contaminazione. Il malinteso è identificare l’orgoglio di appartenenza o l’attaccamento alla propria identità con la chiusura verso l’altro. Anche se i piedi restano ben piantati nella propria terra, lo sguardo deve saper guardare lontano. D‘altra parte sono proprio le innovazioni e le contaminazioni con ciò che accade all’esterno a rendere possibile la valorizzazione e il rilancio del patrimonio di saperi e tradizioni proprie. È un po’ quello che abbiamo fatto con il marchio “Sapori&Dintorni”, creando un brand che riunisce in un unico ombrello il meglio dell’agroalimentare italiano. Siamo partiti dalle radici e dalle specificità, ma abbiamo dato ai prodotti una nuova e unica veste, per portare il meglio del tricolore nella grande distribuzione in Italia e in Europa. Oggi i nostri prodotti “Sapori&Dintorni” sono protagonisti in tutte le occasioni pubbliche in cui Conad ha un ruolo attivo, utilizzati per preparare i piatti della tradizione, o combinati in maniera originale con altri ingredienti per sperimentare nuove ricette. È un modello che andrebbe seguito in altri ambiti, non solo in quello culinario.

Come si può raggiungere un pensiero di comunità nei territori che sia di visione piuttosto che di divisione?
​Dobbiamo trarre ispirazione dalle tante storie che l’Italia di oggi, che nel libro Tessiture sociali, scritto con Aldo Bonomi per tirare le fila dell’esperienza del Grande Viaggio, definiamo “l’Italia delle comunità operose”, dove fattori come radicamento e coesione sociale sono parte delle logiche di sviluppo aziendali e territoriali. Il nostro Paese vive da troppo tempo nell’incertezza e ha perso le sue guide tradizionali, come le istituzioni, la politica. Tra i cittadini e tra le imprese si sente la mancanza di quel clima fiducia che nel secolo scorso ha fatto da motore alla crescita. La classe dirigente – e per classe dirigente intendo anche gli imprenditori - deve risintonizzarsi sul Paese reale, dando un contributo concreto al miglioramento del benessere economico e del clima sociale. Se vogliamo uscire dal pantano non è più concepibile un modello di impresa in cui a crescere è solo l’azienda, la crescita deve contemplare il benessere degli attori circostanti.

Se vogliamo uscire dal pantano non è più concepibile un modello di impresa in cui a crescere è solo l’azienda, la crescita deve contemplare il benessere degli attori circostanti

Qual è l’immaginario positivo che può rilanciare il Paese e come si costruisce?
Un immaginario dove rancore, paura, incertezza, vengono sostituiti da fiducia, progetti, futuro. Sono queste le parole che devono ispirare l’azione politica da una parte, la progettualità delle imprese e il vivere quotidiano dall’altra.

In un Paese rancoroso e diffidente verso il futuro, come emerso dal rapporto Censis, quale storia può raccontarci l’analisi dei consumi? In quale reparto crescono le vendite e quali beni di consumo rappresentano al meglio la situazione reale del Paese?
È un dato noto: il commercio funziona se la società è in salute, e oggi dall’analisi dei consumi emerge il ritratto di un Paese con molti chiaroscuri e disuguaglianze. Nel largo consumo la crescita si è arrestata e l’alimentare non tira più: i dati Nielsen cu dicono che il 2018 si è chiuso con un calo dello 0,99 per cento, mentre assistiamo all’ascesa dei discount. Il mercato, inoltre, si polarizza e si frammenta, con la crescita dei prodotti premium da una parte, che nei primi dieci mesi del 2018 registra +2,3 per cento, e dei low cost dall’altra, che segnano +1,8 per cento, mentre parallelamente scendono i mainstream (-1,8 per cento). Questi numeri sono la riprova del progressivo impoverimento di quel ceto medio che per anni è stato il perno dell’equilibrio sociale del Paese.

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