La grande evasione
31 Gennaio Gen 2019 0600 31 gennaio 2019

Altro che fuga dei cervelli: è l'esercito degli “invisibili” il vero dramma dell’emigrazione italiana

L'espatrio dei giovani è una realtà comune a tutti i paesi europei. Il problema dell'Italia è che la maggior parte degli emigranti non hanno un titolo di studio. Più che dei laureati, dovremmo preoccuparci di loro: sono il simbolo di uno Stato con un welfare morente

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La quantità di emigranti dall’Italia verso altri Paesi dell’Unione europea è cresciuta molto negli ultimi anni, e non è una novità. Ma è interessante capire la modalità con cui ciò è avvenuto, le caratteristiche qualitative del fenomeno.

A osservare i dati di Eurostat, l’Italia appare quasi più come un Paese dell’Est che dell’Europa Occidentale. Unendo le statistiche dei nuovi emigranti e di quelli già presenti da anni o decenni nel Paese, si evince come gli italiani in altri Paesi Ue nel 2017 fossero 2 milioni e 349 mila (in quell'anno eravamo terzi dopo la Romania e la Polonia). Dopo di noi, solo i portoghesi e i bulgari. Doppiamo il numero di francesi o tedeschi emigrati, nonostante Francia e Germania siano Paesi più popolosi rispetto all’Italia.

Il dato più interessante è quello relativo all’istruzione di questi emigrati.

I laureati sono il 30,9%. Non è una percentuale bassa, soprattutto rispetto al numero di italiani in patria con un titolo universitario, ma è decisamente minore di quella rilevabile tra i tedeschi (53,4%), o tra i francesi (60,3%), o anche tra gli spagnoli, con cui per molte ragioni abbiamo più motivo di confrontarci (47,7%). Al contrario, sono tanti gli italiani in Europa con solo la licenza elementare o media: il 32,3% del totale. Più dei laureati insomma.

La base è costituita soprattutto da persone più anziane, mentre sono di più i laureati tra coloro che stanno partendo in questi anni. Ma queste considerazioni valgono per tutti i Paesi. Il fatto invece che in questa statistica l’Italia sia più vicina alla Romania (dove gli emigranti con bassa istruzione sono il 35,5%,) che non alla Francia, alla Germania o alla Spagna (dove sono rispettivamente l’11,7%, il 10,7% e il 21,9%), non può passare inosservato.

A maggior ragione se si analizza il trend dei dati. Nonostante l’hype mediatico sulla fuga dei cervelli, nel giro di 9 anni la quota di laureati sugli emigranti è cresciuta dal 18,2% al 30,9% nel caso dell’Italia (curva blu), mentre in quello della Spagna (curva viola) si è passati dal 29,4% al 47,7%. E incrementi maggiori si sono registrati, nonostante si partisse da livelli già alti, in Francia (curva gialla) e Germania (curva marrone).

L’Italia in questo caso pare essere l’anello di congiunzione tra la situazione rumena (curva rossa) e quella dell’Europa occidentale. E ciò avviene nonostante, è giusto ribadirlo, l’ondata di emigrazione italiana negli ultimi 10 anni si possa considerare significativa solo dal 2011 in poi, quando a partire sono stati soprattutto i giovani.

Anche in questo caso, visto il ritmo di crescita del fenomeno, abbiamo seguito, assieme a Grecia e Spagna, un trend sempre più simile a quello dell’Est che non a quello di Germania, Francia e Regno Unito, che anzi avevano registrato più trasferimenti nel resto della UE tra il 2008 e il 2011.

E dunque esiste un problema di polarizzazione del fenomeno dell’emigrazione. A fianco di un numero crescente di giovani laureati, dottorati, ricercatori, eccellenze in ogni campo che trovano migliori opportunità dove le proprie qualità possono essere più valorizzate, abbiamo una massa in parte invisibile di italiani che anche oggi emigra alla ricerca di fortuna, esattamente come si faceva negli anni Cinquanta.

Non si tratta più di minatori in Lorena o in Vallonia, né di operai in Germania, ma di camerieri, cuochi, commessi, lavoratori nei servizi a basso valore aggiunto che preferiranno essere precari a Berlino piuttosto che a Roma, proprio perché pagati un po’ meglio.

Se confrontiamo la percentuale di persone con istruzione minima tra gli emigranti e tra il resto degli italiani tra i 25 e i 34 anni, vediamo che il peso di chi non ha potuto studiare tra i vecchi e i nuovi espatriati è tale che supera la (comunque non bassa) quota di non istruiti tra i giovani: 32,3% contro 25,2%.

È l’opposto di quanto succede in Francia, Spagna, Danimarca, Norvegia, Belgio, dove l’emigrazione è oggi come nel recente passato fatta soprattutto di diplomati e laureati, tanto che la percentuale di persone con solo la licenza elementare o media è tra questi minore anche di quella presente nel totale dei giovani del Paese.

Inutile stupirsi di queste statistiche. Il problema è a monte. Negli ultimi vent'anni il nostro Paese si è distanziato sempre più dal resto dell’Europa Occidentale. Sia a livello di Pil pro-capite (e nei prossimi 10-15 anni ci vedremo superare da Paesi come Slovenia, Repubblica Ceca e forse anche Slovacchia e Polonia) che a livello strutturale, di istruzione, di ricerca e sviluppo. E soprattutto di produttività.

Che i cervelli e le eccellenze si muovano non è una cosa scandalosa, in fondo. Lo vediamo con i francesi, i tedeschi, gli inglesi. In parte questo processo è frutto della globalizzazione. Un bravo laureato in finanza di Stoccarda o Milano magari va a lavorare in una multinazionale a Londra o Barcellona, e non si tratta di un fatto necessariamente negativo.

Il problema è, da un lato, il fatto che non riusciamo a importare questi cervelli nel nostro Paese in cambio, e dall’altro che il declino italiano è tale da produrre un esodo anche degli ultimi, che non riusciamo a proteggere con un welfare adeguato, i quali, dopo essere stato invisibili in Patria, risultano a maggior ragione invisibili fuori. È il terreno di crescita, almeno tra coloro che alla fine non ce la fanno a emergere neanche all’estero, di un disagio sociale che da nazionale diventa europeo.

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