1 Febbraio Feb 2019 0600 01 febbraio 2019

Una buona ragione per fidarsi degli algoritmi? Ci assomigliano sempre di più

Sanno analizzare dati a velocità impensabili e creano più opportunità di lavoro di quante ne cancellano. Il limite degli algoritmi, piuttosto, è sulla saggezza delle decisioni da prendere. Ma se l'intelligenza artificiale è sempre più simile a noi, non dovremmo preoccuparci troppo

Robot Scrive Linkiesta

I presenti al World Business Forum di New York saranno sicuramente rimasti interdetti quando il premio nobel Daniel Kahneman ha dichiarato che gli algoritmi sono più saggi e bravi di noi”. se fornisci gli stessi dati a un essere umano e a un algoritmo, nel 50% dei casi l’algoritmo dà la risposta giusta. Solo in rarissime occasioni prevale l’essere umano.” Una provocazione? Sicuramente, ma come ci ha raccontato Gramellini nel suo Caffè del mattino, può anche succedere che, se il tuo cognome è Negro ed hai una concessionaria, non puoi fare pubblicità alla tua attività su Facebook perché il suo algoritmo lo riconosce come parola razzista e offensiva verso altri. Così come le infinite pubblicità che ci arrivano una volta che l’algoritmo ha capito i nostri gusti o le nostre abitudini, ma non sa quando è il tempo di fermarsi perché potrebbe incappare in una spiacevole gaffe che di saggio ha veramente poco.

Come in molte altre situazioni, dunque, è il buon senso che non deve mai mancare, sia nelle persone che negli algoritmi (comunque gestiti dagli umani).

Nel libro 21 lezioni per il XXI secolo (Bompiani, 2018) Yuval Noah Harari solleva la questione che gli “algoritmi che elaborano i Big Data potrebbero instaurare dittature digitali in cui tutto il potere è concentrato nelle mani di una minuscola élite mentre la maggior parte delle persone soffre non tanto per lo sfruttamento, bensì per qualcosa di molto peggiore: l’irrilevanza.” Sottolinea come se da una parte le multinazionali e gli imprenditori che guidano la rivoluzione tecnologica tendono a decantare i risultati ottenuti facendo credere che sono per il bene dell’umanità, dall’altra il rischio che sociologi, filosofi e storici non possono tacere, è che tutte queste innovazioni tecnologiche potrebbero “espellere dal mercato del lavoro miliardi di soggetti e mettere a rischio sia la libertà che l’uguaglianza.”

Quindi robot e intelligenza artificiale al posto di operai, cassiere, operatori di call center non è più fantascienza ma realtà, solo che l’auspicio è che con un algoritmo per collega si possa lavorare meglio, come lasciano ben sperare anche le previsioni fatte da Unioncamere e Ampal. È risultato che entro il 2023 il settore pubblico e quello privato potrebbero prevedere un piano di assunzioni che si aggira tra le 2,5 milioni e le 3,2 milioni unità e la richiesta nei diversi ambiti sarà trainata proprio dalla trasformazione digitale e dalla continua richiesta di eco sostenibilità.

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