1 Febbraio Feb 2019 0726 01 febbraio 2019

Vogliamo uscire dalla recessione? Dobbiamo smettere di essere l’Italia

Debito pubblico, pensioni che mangiano tutto, tasse alte, evasione record, burocrazia folle: fino a che non decideremo di cambiare radicalmente, ogni recessione sarà peggio di quella di prima. E tutti i sacrifici saranno inutili. Illudersi del contrario non serve a nulla

Bandiera Italiana

È vero, tra le cause della nuova recessione italiana non si può annoverare una manovra che ancora non esiste. Ed è altrettanto vero che se al governo oggi ci fosse Gentiloni, o Fico, o Cottarelli in recessione ci saremmo comunque, con ogni probabilità. Prendersela con Di Maio e Salvini per i due trimestri consecutivi di Pil in calo è quanto di più strumentale si potrebbe fare, oggi. Come spiega magistralmente Michele Boldrin, il problema dell’Italia è la sua debolezza strutturale: se l’economia mondiale rallenta, noi rallentiamo di più. E ci si può fare davvero poco, se non si mette mano al debito pubblico, alla produttività delle nostre imprese, alla gelata degli investimenti pubblici e privati, la ritardo tecnologico, alla pressione fiscale da record, alla burocrazia borbonica che cittadini e imprese devono sopportare. A causa di tutto questo, dall’inizio del nuovo millennio non siamo mai cresciuti sopra il 2%, unici in Europa. I gialloverdi, ne converrete, centrano poco in tutto questo.

Bisogna anche avere l’onestà intellettuale di guardare avanti, però. Perché di fronte a una recessione non basta chiedersi di chi è la colpa. Bisogna anche occuparsi di chi sta al timone qui e ora, e chiedersi come ha intenzione di uscirne. Ed è qui che il nuovo governo deve prendersi le sue, di responsabilità.

Fino a che non smetteremo di pensare che non sia necessario un grande sacrificio per smettere di essere l’Italia passeremo da una crisi all’altra, ogni volta peggiore, impoverendoci ogni giorno di più

Primo: perché il governo la recessione nemmeno l’ha vista arrivare. Ancora fino a pochi giorni fa GIuseppe Conte parlava di una crescita per il 2019 all’1,5%, sebbene nella sua manovra ci sia scritto che faremo un comunque irrealistico 1%. Qualche giorno prima, peraltro, Di Maio e Salvini avevano irriso la Banca d’Italia, che aveva prospettato una crescita allo 0,6% - che a oggi appare quasi ottimistica - dicendo che dalle parti di via Nazionale «non ci prendono mai». E ancora prima, di fronte alle medesime previsioni del Fondo Monetario Internazionale, avevano adombrato un complotto francese - aridaje - orchestrato dal direttore operativo Christine Lagarde in combutta con Emmanuel Macron. Senza dimenticare che persino nella nota di aggiornamento al Def del governo, l’ufficio parlamentare del bilancio aveva definito irrealistiche le prospettive di crescita in esso contenute, rendendo necessaria una replica del ministro Tria all’interno del medesimo documento.

Secondo: perché oltre a non averla vista arrivare, la tempesta, i nostri Capitani sulla plancia di comando non sanno come venirne fuori. Ora è tutta una corsa a sbloccare cantieri sui quali stanno litigando da mesi, a immaginare investimenti pubblici per i quali non c’è copertura, a pregare in ginocchio che davvero il reddito di cittadinanza e quota 100 inneschino un meccanismo di rilancio dell’occupazione che smuova i consumi. Difficile, quasi impossibile, se a monte ci sono imprese sfiduciate e incerte, che da mesi hanno ridotto gli investimenti, spaventate dalla congiuntura internazionale. Se oggi ci fosse spazio fiscale per farlo, sarebbe opportuno concentrarsi su di loro, mettendo in cantiere un piano di investimenti pubblici, o defiscalizzando pesantemente quelli privati. Se ci fosse spazio fiscale, per l’appunto. Perché tutto quello spazio ce lo siamo giocati per misure che, a oggi, non sarebbero ritenute prioritarie nemmeno da chi le ha promosse.

Terzo: perché il problema dei prossimi mesi sarà la tenuta dei conti pubblici, non la crescita. E questa è la cosa più preoccupante di tutte. Perché con il debito pubblico che ci ritroviamo è un attimo che il rapporto debito/Pil si impenni, i conti sballino, lo spread esploda, il rating diminuisca - siamo un gradino sopra la spazzatura, casomai ve ne foste dimenticati - e lo Stato non riesca più a rifinanziarsi sui mercati. Dovesse accadere, altro che taglio delle tasse e investimenti pubblici: probabilmente saremmo costretti a tagli alla spesa e imposte patrimoniali per riuscire a pagare gli stipendi. Misure che deprimerebbero ulteriormente l’economia, a un punto tale che difficilmente riusciremmo a uscire dalle secche della crescita zero, anche a tempesta finita.

Lo diciamo ora, sperando in barlume di consapevolezza in mezzo a un oceano di propaganda: fino a che non ridurremo drasticamente il nostro debito pubblico, non ne usciremo mai. Fino a che non ci porremo davvero il problema di un sistema pensionistico che drena il 15% del nostro Pil, non ne usciremo mai. Fino a che non saremo il Paese con la pressione fiscale più alta d’Europa e l’evasione fiscale più alta d’Europa non ne usciremo mai. Fino a che non smetteremo di pensare che non sia necessario un grande sacrificio per smettere di essere l’Italia passeremo da una crisi all’altra, ogni volta peggiore, impoverendoci ogni giorno di più. Il giorno che lo capiremo, sarà un grande giorno.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook