2 Febbraio Feb 2019 0600 02 febbraio 2019

Golpe in Venezuela? Una bufala. Ecco come si fa un vero colpo di Stato

Nel 1931 Curzio Malaparte scrisse “Tecnica del colpo di Stato”, un libro letto e apprezzato da Fidel Castro e Mussolini, odiato da Hitler e applicato parola per parola da Chavez e Maduro. Servono pochi uomini ben addestrati che occupino i punti nevralgici di una Nazione

Guaidò Venezuela_Linkiesta
FEDERICO PARRA / AFP
FEDERICO PARRA / AFP

Fidel Castro lo custodiva gelosamente nella sua libreria. Benito Mussolini lo lesse tutto, segnando con la matita rossa le frasi più provocanti, ma impedì la sua pubblicazione in Italia. Adolf Hitler, appena salito al potere, ordinò di bruciarlo sulla pubblica piazza di Lipsia. Tutti i dittatori, o aspiranti tali, hanno letto almeno una volta “Tecnica del colpo di Stato” (Adelphi, 2011, 4ª ediz., pp. 270) scritto da un italiano, anzi l’arcitaliano, Curzio Malaparte, nel 1931. Fascista della prima ora, per quest’opera fu condannato dal regime a cinque anni di confino a Lipari. In quell’isola cambiò idea sul Duce. Sono passati 88 anni ma basta leggere quel libro per capire com’è andata in Venezuela. Maduro l’ha applicato punto per punto nel 2013 e Chavez vent’anni prima. Così come Mugabe in Zimbabwe, Peròn in Argentina, Erdogan in Turchia e altri leader autoritari in giro per il mondo. Ma quello che sta tentando di fare Guaidò, sostenuto da Stati Uniti e Unione europea non è un colpo di Stato, parola di Malaparte.

“Il mio libro era pericoloso nelle mani dei nemici della libertà, tanto era prezioso nelle mani degli uomini di Stato, ai quali incombeva la responsabilità di difendere le libertà democratiche”, scrive Malaparte “Nel modo stesso come tutti i mezzi son buoni per sopprimere la libertà, così tutti i mezzi son buoni per difenderla”. Tradotto: val la pena di leggerlo per capire come si rovescia una democrazia. Qualunque siano le vostre intenzioni. Per Malaparte i golpisti sono tutti figli di Catilina, il senatore romano famoso per la congiura contro la Repubblica sventata da Cicerone nel 63 a.C. I “catilinari” di destra, tipo Mussolini, vedono nello Stato accentratore, autoritario, antiliberale e antidemocratico, l’unica garanzia dell’ordine e della libertà: “Accusano il governo di debolezza, d’incapacità e di irresponsabilità, sostengono la necessità di una ferrea organizzazione statale e di un severo controllo di tutta la vita politica, sociale ed economica”. I catilinari di sinistra invece hanno come nemico lo Stato e puntano a conquistarlo per instaurare una dittatura delle classi inferiori. O come progettava Lenin, della “classe proletaria”.

La prima regola del buon golpista è controintuitiva: non ha senso aspettare il momento giusto per colpire

La prima regola del buon golpista è controintuitiva: non ha senso aspettare il momento giusto per colpire. “La conquista e la difesa dello Stato moderno non è un problema politico, ma tecnico”. I golpe non sono mai di natura politica e non dipendono dalla situazione generale della società. Non serve un Paese al collasso o un caos politico-giudiziario per fare un colpo di Stato né che la popolazione sia tutta dalla parte dei rivoluzionari, anzi. “Tutto il popolo è troppo, per l’insurrezione. Occorre una piccola truppa, fredda e violenta, addestrata alla tattica insurrezionale”. Senza barricate, senza combattimenti nelle strade, e senza marciapiedi pieni di cadaveri.

Con un manipolo di uomini ben addestrati si può conquistare uno Stato secondo Malaparte, ma come e cosa colpire? “Bisogna tenersi alla tattica, agire con poca gente su un terreno limitato, concentrare gli sforzi sugli obiettivi principali, colpire diritto e duro”. Ministeri, centrali elettriche e telefoniche, televisioni, le poste, i ponti, le stazioni ferroviarie. Ovvero i punti nevralgici di uno Stato. E il modo migliore per farlo è nel silenzio generale, senza proclami o chiamate alle armi: “L’insurrezione è una macchina da non far rumore”. Così fecero per esempio le camicie nere poche ore prima della marcia su Roma del 1922. Tagliarono le vie di comunicazione tra i prefetti e costrinsero il direttore de La Nazione a pubblicare una notizia falsa su un incontro tra il Re Vittorio Emanuele III e Mussolini, mai avvenuto ma che privo di verifica fu preso come un segnale di benevolenza dei reali al futuro Duce.

Senza l’apparato statale e militare, le televisioni e le comunicazioni o anche solo senza il controllo della Psvda, la proclamazione di Guaidò ha lo stesso valore di Bolivar, non l'eroe nazionale, ma la moneta: carta straccia.

Lo sbaglio compiuto dai difensori della democrazia è pensare di reprimere una semplice insurrezione popolare difendendo lo Stato come se fosse una città e piazzando agenti per le vie principali, davanti ai palazzi del potere. “La polizia non sa battersi contro soldati agguerriti: è una buona difesa soltanto contro le congiure e le sommosse popolari; opposta a truppe disciplinate e provate al fuoco, a nulla serve”. Questo è l’errore che accomuna tutti i governanti travolti da un golpe, che guidassero la Russia del 1917, la Polonia del 1926 o la Cuba del 1959.

Se un manipolo di uomini ben addestrati sa dove e cosa può colpire, come si fa a fermarlI? Semplice, si fa per dire: lasciate perdere manifestazioni in piazza per difendere la libertà, manifesti firmati da intellettuali, o i classici sistemi di repressione violenta della polizia “per poter difendere lo Stato bisogna conoscere l’arte d’impadronirsene”. Ovvero giocare lo stesso gioco dei rivoluzionari, difendere militarmente solo i punti nevralgici di una nazione, come fece il governo italiano nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970. Non tutti lo sanno ma all’epoca il generale Junio Valerio Borghese organizzò un piano per occupare i ministeri dell’Interno, della Difesa, le sedi Rai delle città più importanti. A questo si sarebbe aggiunto il rapimento del presidente della Repubblica Saragat, e l’assassinio del capo della polizia di allora, Angelo Vicari. Tutto secondo il manuale di Malaparte. Ma il governo italiano aveva predisposto il piano “Esigenza triangolo”: linee guida impartire alle forze armate in caso di un'insurrezione armata interna. Istruzioni ben precise conservate in delle buste sigillate in ogni caserma dell'esercito e dei carabinieri.

Manuale di Malaparte alla mano, quello di Guaidò non si può chiamare un colpo di Stato. Anzi non è stato, in tutti i sensi. Il presidente del Parlamento venezuelano si è semplicemente autoproclamato presidente del Venezuela a interim e ha chiesto nuove elezioni. Ma di fatto Maduro controlla da cinque anni tutti i punti nevralgici del Paese: l’esercito, la polizia, la compagnia statale petrolifera (Psvda). Non contento ha esautorato il Parlamento presieduto da Guaidò a maggioranza formato da parlamentari di opposizione (solo 55 deputati a favore del regime). L’ha fatto creando nel 2017 un'entità parallela: l'Assemblea nazionale costituente del Venezuela, un organo composto quasi totalmente da parlamentari filo Maduro con il compito di redigere una nuova Costituzione. Maduro ha capito la lezione di Malaparte: l'ideologia e gli appoggi stranieri contano zero se hai in mano i gangli del potere. Senza l’apparato statale e militare, le televisioni e le comunicazioni o anche solo senza il controllo della Psvda, la proclamazione di Guaidò ha lo stesso valore di Bolivar, non l'eroe nazionale, ma la moneta: carta straccia.

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