4 Febbraio Feb 2019 0723 04 febbraio 2019

Date un Di Battista al Partito Democratico

Ammettiamolo: ha fatto più opposizione al governo Di Battista da quando è tornato che il Pd in tutta la legislatura. E allora forse i leader dem dovrebbero andare a lezione da Dibba: uno in grado di parlare alla pancia del popolo, senza paura di essere eterodosso

Dibattista Linkiesta 2
Vincenzo PINTO / AFP

Niente da fare. Nemmeno con le primarie, che dovrebbe essere il momento della partecipazione, del confronto interno, delle mille nuove idee, il Partito Democratico riesce a dare la sensazione di essere dentro il dibattito politico italiano. E meno male che nessuno si accorge di loro, verrebbe da dire: perché se solo gli italiani si interessassero al congresso del Pd scoprirebbero che c’è il candidato più votato dai circoli, e presumibilmente favorito, Nicola Zingaretti, che ancora non ha mostrato mezza idea su come vuole cambiare l’Italia, o anche solo contrapporsi a Lega e Cinque Stelle. Un altro, Martina, che anziché distinguersi dai rivali predica unità del partito, quasi che ne fosse il padre nobile, e non uno dei contendenti. E un terzo, Giachetti, che i ben informati scommettono leverà presto le tende, quando Matteo Renzi deciderà che è giunta l’ora.

Questo servirebbe al Pd. Un sano agitatore di popolo in grado di ridare cuore a un partito tutto testa, freddo come un ghiacciolo, timoroso di avere un’idea che sia una vagamente distante dal pensiero comune, terrorizzato da qualunque pensiero eterodosso lo attraversi, come se ogni voce dissenziente nasconda in nuce una potenziale scissione

È anche così che nascono le egemonie culturali, del resto: dall’assenza di pensieri alternativi a fare da contrappeso. Il Pd non esiste nel dibattito sui migranti, non esiste nel dibattito sulla Tav, non esiste nel dibattito sull’autonomia delle regioni del Nord, e nemmeno su dibattiti laterali come quello sulla rivolta di Guaidò in Venezuela, o sul neocolonialismo francese in Africa. La diciamo più brutale possibile: ha aperto più fronti politici e fatto più opposizione al governo Alessandro Di Battista da quando è tornato in Italia che il Pd dall’inizio della legislatura.

E allora sì, date un Di Battista al Partito Democratico. Uno che parla alla pancia delle persone, che strappa franchi coloniali in diretta da Fazio in prima serata, che ribadisca con forza l’ortodossia della propria parte politica come ha fatto Dibba sulla Tav, che prenda posizioni eterodosse su questioni di politica estera, che butti sul tavolo un tema al giorno, una questione al giorno, per evitare che la propria nomenclatura finisca per appiattirsi sulle idee di Matteo Salvini, o sulla difesa acritica delle mediazioni governative. O, meglio ancora, per evitare che l’elettorato si convinca del fatto che tra gialli e verdi non vi sia più alcuna differenza. Questo fa, Di Battista. E merita un plauso, indipendentemente da come la si pensi su di lui, per come è stato in grado di rivitalizzare la dialettica politica, nel giro di poche settimane.

Questo servirebbe al Pd. Un sano agitatore di popolo in grado di ridare cuore, orgoglio e senso di appartenenza a un partito tutto testa, freddo come un ghiacciolo, timoroso di avere un’idea che sia una vagamente distante dal senso comune, terrorizzato da qualunque pensiero eterodosso lo attraversi, come se ogni voce dissenziente nasconda in nuce una potenziale scissione, come se ogni pensiero lineare nasconda populismo, come se ogni decibel sopra la media nasconda tentazioni da uomo solo al comando. Di questo ha bisogno il Pd, o comunque lo spazio elettorale che il Pd occupa: non certo di unità fine a se stessa o di pensieri nascosti per non scontentare nessuno. A suo tempo - dieci anni e un’era geologica fa - fu Renzi, il rottamatore, a prendersi in carico questo ruolo, e indipendentemente da come andò a finire, riuscì nell’impresa di ridare smalto e centralità a un partito già allora grigio e autoreferenziale. C’è nessuno, oggi?

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