Dossier
Reddito di cittadinanza, il mistero Mimmo Parisi
I misteri di Parisi
9 Febbraio Feb 2019 0104 09 febbraio 2019

La vera domanda su Mimmo Parisi: affidereste i dati degli italiani a uno sconosciuto?

Alle dieci domande su Mimmo Parisi e il reddito di cittadinanza, si aggiungono i dubbi su come saranno usati i dati di chi farà richiesta d’iscrizione all'app. Perché non c'è scritto da nessuna parte. E perché su Parisi e la sua app si addensano dubbi in più, ogni giorno che passa

Parisi Dimaio Linkiesta

Sono passati sette giorni esatti, ma non abbiamo udito mezza parola da parte di Luigi Di Maio o di qualcuno al governo per rispondere alle nostre dieci domande sulla scelta del professor Mimmo Parisi come superconsulente al reddito di cittadinanza e, successivamente come presidente dell’Agenzia Nazionale per le Politiche attive del lavoro.

Ripetiamo, per i più distratti: come mai è stato scelto di affidare la gestione del provvedimento bandiera del governo gialloverde a un misconosciuto sociologo italo americano, professore delle seconda università del Mississippi, uno dei più irrilevanti stati americani, autore di un presunto “miracolo occupazionale” che nemmeno si può definire tale, visto che il calo della disoccupazione dipende dall’arrivo di due multinazionali dell’automobile come Toyota e Nissan e che la disoccupazione del Mississippi è comunque più alta rispetto a quella degli Stati limitrofi? Mistero.

Cosa ci vuole a spiegare davvero come si sono conosciuti Di Maio e Parisi e perché si è scelto di affidare a lui la realizzazione del provvedimento più importante adottato dal governo Conte, senza che nessuno l’avesse mai visto né conosciuto in Italia?

Mistero che si circonda di altri misteri, peraltro. Perché - scava, scava - si scopre che Parisi è uomo di fiducia di un governatore come Phil Bryant, vicino a Donald Trump e coinvolto nello scandalo di Cambridge Analytica relativo ai dati dei cittadini britannici, spediti da Londra al Mississippi per essere rielaborati e usati per influenza il risultato del referendum su Brexit. Che lo stesso Parisi è un data scientist, sposato a una donna che lavora in un’azienda che si occupa, tra le altre cose, di analisi dei big data. Che Parisi arriva in Italia quando ancora non si parla di lui come del guru dei navigator e dell’app che incrocia domanda e offerta per parlare di big data all’Università Lum di Casamassima, in provincia di Bari, un luogo - lo diciamo senza giudizio alcuno - in cui i pensatori sovranisti sono di casa, a partire dal prorettore Francesco Manfredi.

E allora alle domande si aggiungono domande.
Sono al sicuro, i dati sensibili dei milioni di italiani che faranno richiesta per il reddito di cittadinanza, e quelli delle imprese che si iscriveranno al programma?
Chi li conserverà? Il ministero del lavoro, l’Inps, gli uffici postali, l’Anpal, i gestori dell’app - quella di Parisi, presumibilmente - in cui saranno travasati?
E chi li protegge, chi garantisce che non ne sarà fatto alcun uso improprio?
Sono domande legittime, perché i legami politici di cui sopra - presunti e reali - non autorizzano ad alcuna fiducia in merito. Soprattutto, lo ripetiamo fino alla nausea, perché Parisi non è né Google, né Micosoft, ma una piccola e misconosciuta azienda di una piccola e misconosciuta università di un piccolo e misconosciuto Stato americano.

Lo ripetiamo, di nuovo: basterebbe qualche risposta e un po’ di trasparenza in più. Cosa ci vuole a dire agli italiani che la loro privacy è al sicuro e che sulla sicurezza dei dati il governo garantisce per loro? Cosa ci vuole a spiegare davvero come si sono conosciuti Di Maio e Parisi e perché si è scelto di affidare a lui la realizzazione del provvedimento più importante adottato dal governo Conte, senza che nessuno l’avesse mai visto né conosciuto in Italia? Non abbiamo dubbi delle qualità professionali di Parisi, ma il silenzio alimenta le incertezze e lascia la fiducia fuori dall’uscio. Siamo sicuri che le cose cambieranno in fretta. Noi siamo qua, che aspettiamo.

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