10 Febbraio Feb 2019 0600 10 febbraio 2019

Asimov aveva previsto (quasi) tutto: ecco come immaginava il futuro 30 anni fa

Lo scrittore in Visioni di Robot (1990) aveva previsto tutto: ”Una società di intensi fermenti creativi, gente che comunica con altra gente, pensieri nuovi che sorgono e si diffondono a una velocità mai immaginata prima. Si guarderà ai secoli precedenti come a un tempo in cui si viveva solo a metà”

Isaac Asimov_Linkiesta

Le visioni di Asimov travalicano la narrativa di genere per diventare la cronaca affascinante del viaggio dell’uomo verso il futuro, con tutto il suo vissuto di paure, desideri e speranze. Le sue opere interrogano il modo in cui la tecnologia agisce sulle emozioni più profonde dell’umanità. I racconti di Visioni di robot parlano di colonie nello spazio, macchine pensanti e miracoli della scienza, ma soprattutto, oggi più che mai, colpiscono il cuore del lettore con dilemmi universali: quali sono i limiti morali nell’uso delle scoperte scientifiche? In che modo la tecnologia sta spostando i confini stessi dell’umano?

Isaac Asimov (1920-1992) è considerato uno dei più grandi maestri della fantascienza. Autore di numerosissimi romanzi e racconti, è celebrato soprattutto per i cicli della Fondazione e dei Robot.

Futuro fantastico, racconto contenuto in Visioni di Robot (Il Saggiatore)

Nel passato vi sono stati fondamentali punti di svolta nelle comunicazioni umane, che hanno alterato ogni aspetto del nostro mondo in maniera enorme e permanente. Il primo progresso è stato la parola, Il secondo la scrittura, il terzo la stampa. Adesso ci troviamo davanti al quarto progresso nel campo delle comunicazioni, importante in tutto e per tutto quanto i primi tre, il computer. Questa quarta rivoluzione permetterà alla maggior parte degli esseri umani di essere più creativi di quanto lo siano mai stati.
E a patto di non distruggere il mondo con una guerra nucleare, la sovrappopolazione o l’inquinamento, avremo un mondo di tecnobambini, un mondo diverso dal nostro quanto quello di oggi lo è dal mondo del cavernicolo. Come si differenzierà la vita della prossima generazione da quella dei suoi genitori e dei suoi nonni?

La nostra reazione più immediata è quella di considerare il computer come un’altra forma di divertimento, come una specie di super tv. Può essere usato per giochi complessi, per mettersi in contatto con gli amici, e per un’infinità di scopi futili. Ma può anche cambiare il mondo. Tanto per cominciare, le comunicazioni attraverso la rete dei computer possono spazzare via le distanze. Possono far apparire il globo piccolo come il nostro quartiere, e ciò può avere una conseguenza importante: lo sviluppo del concetto di umanità come società singola, non come una serie di segmenti sociali interminabilmente e inevitabilmente in guerra fra loro. Il mondo potrebbe sviluppare
una lingua franca globale, una lingua (senza alcun dubbio qualcosa di molto vicino all’inglese di oggi) che tutti capirebbero, anche se la gente conserverebbe le lingue individuali per uso locale. Inoltre, dal momento che le comunicazioni saranno così facili e dal momento che i congegni meccanici ed elettronici possono essere controllati a distanza (la telemetria, per esempio, permette già adesso ai tecnici di inviare istruzioni a congegni che viaggiano nel sistema solare a miliardi di chilometri di distanza), i computer ridurranno la necessità di usare mezzi di trasporto fisici per ottenere o raccogliere informazioni.

Naturalmente non ci saranno ostacoli ai viaggi. Potrete pur sempre fare i turisti o visitare gli amici o i familiari di persona, piutto‐ sto che farlo tramite la televisione a circuito chiuso. Ma non sarete costretti a farvi largo a gomitate soltanto per trasportare o ricevere informazioni che possono essere trasferite con il computer.
Ciò significa che i tecnobambini di domani saranno abituati a vivere in un mondo decentralizzato, a spingersi fuori dalle loro case (o comunque si chiameranno) in una grande varietà di modi, per fare quello che c’è bisogno di fare. Si sentiranno, allo stesso modo, completamente isolati e in contatto totale.

I bambini della prossima generazione, e la società che creeranno, saranno partecipi del travolgente impatto dei computer nell’area dell’insegnamento. Attualmente la nostra società si sforza di istruire il più gran numero di bambini possibile. Il limite nel numero degli insegnanti significa che i bambini imparano in massa. A ogni bambino, in un distretto scolastico, in una regione o in una nazione, viene insegnata la stessa cosa, nello stesso tempo, e più o meno alla stessa maniera. Ma poiché ogni bambino ha degli interessi e dei metodi di apprendimento individuali, l’esperienza dell’istruzione di massa risulta sgradevole. Il risultato è che molti adulti si oppongono all’idea
di studiare nella vita postscolastica: ne hanno avuto abbastanza.

L’apprendimento potrebbe essere piacevole, persino affascinante e avvincente, se i bambini potessero studiare in maniera specifica qualcosa che li interessa individualmente, nel momento scelto da loro e alla loro maniera. Questo tipo di studio è oggigiorno possibile tramite le biblioteche pubbliche. Ma la biblioteca è uno strumento maldestro. Ci si deve andare, è possibile prendere a prestito soltanto un numero limitato di volumi, e i libri devono essere restituiti dopo un breve pe‐
riodo di tempo.

È chiaro che la soluzione sarebbe quella di portare le biblioteche nelle case. Proprio come i giradischi hanno portato in casa le sale dei concerti, e la televisione ha portato il cinema, così i computer possono portare a casa la biblioteca pubblica. I tecnobambini di domani avranno a disposizione un mezzo bell’e pronto per saziare la loro curiosità.
Sapranno già in tenera età come ordinare al computer di fornir loro elenchi di materiali di ricerca. A mano a mano che il loro interesse verrà destato (e, si spera, guidato dai loro insegnanti a scuola), impareranno di più in meno tempo, e troveranno nuove strade da battere.

L’insegnamento avrà in aggiunta una forte componente di autoincentivo. La capacità di seguire una propria via personale incoraggerà il tecnobambino ad associare l’apprendimento al piacere e a crescere fino a diventare un tecnoadulto attivo: attivo, curioso e pronto ad ampliare il proprio ambiente mentale fino a quando il suo cervello non sarà stato fisicamente ottenebrato dalle devastazioni della vecchiaia. Questo nuovo approccio all’insegnamento può influenzare anche un’altra area della vita: il lavoro. Fino a oggi la maggior parte degli esseri umani ha svolto lavori che sottoutilizzavano il cervello. In epoche passate, quando il lavoro consisteva in gran parte di brutali fatiche fisiche, erano pochissimi coloro che avevano la possibilità di alzare lo sguardo verso le stelle o di formulare pensieri astratti.

Persino quando la rivoluzione industriale portò alla costruzione di macchine che liberarono l’umanità dal peso delle fatiche fisiche, un insignificante «lavoro specializzato» prese il loro posto. Oggigiorno gli addetti a una catena di montaggio e quelli che lavorano negli uffici svolgono lavori che richiedono assai poco cervello. Per la prima volta nella storia, macchine specializzate, oppure robot, saranno in grado di svolgere questi lavori di routine. Qualsiasi lavoro così semplice e ripetitivo da poter essere svolto da un robot come da una persona è al di sotto della dignità del cervello umano. Quand i tecnobambini diventeranno adulti e passeranno al mondo del lavoro, avranno tutto il tempo di esercitare una maggiore creatività, di operare nel campo del teatro, della scienza, della letteratura, del governo, e degli svaghi. E saranno pronti per questo tipo di lavoro come risultato della rivoluzione computerizzata nel campo dell’insegnamento.

Qualcuno potrebbe dubitare che la gente creativa sia in numero così ampio. Ma questo modo di pensare nasce da un mondo nel quale soltanto pochi sfuggono alla distruzione mentale da parte di lavori che non richiedono l’uso del cervello. Ne abbiamo già parlato: si è sempre dato per scontato che la capacità di leggere e di scrivere, per fare un esempio, fosse la sfera d’azione di quei pochi che avevano una mente specificamente adatta al complicato compito di leggere e di scrivere.

Naturalmente con l’avvento della stampa e dell’istruzione di massa, è risultato che la maggior parte degli esseri umani ne aveva la capacità. Cosa significa tutto questo? Significa che avremo a che fare con un mondo di agi. Una volta che saranno computer e robot a fare i lavori monotoni e meccanici, il mondo comincerà a prendersi cura di sé in misura assai maggiore di quanto abbia mai fatto prima.

Come risultato, ci sarà più «gente del Rinascimento»? Sì. Al giorno d’oggi lo svago rappresenta un piccolo segmento della vita, che viene sfruttato ben poco a causa della mancanza di tempo, oppure viene sprecato nel dolce far niente, nel disperato tentativo di fuggire quanto più lontano possibile dall’odiato mondo del lavoro di tutti i giorni. Quando lo svago riempirà la maggior parte del tempo, non ci sarà più la sensazione di fare a gara con l’orologio o la macchina che timbra il cartellino, né l’impulso irrefrenabile di sfogarsi nei bagordi contro la schiavitù dell’odiato lavoro. La gente assaporerà una varietà d’interessi senza fretta alcuna, diventerà specializzata o esperta in un certo numero di campi, e coltiverà diversi talenti in vari periodi della propria vita.

Queste non sono soltanto congetture. Ci sono state epoche nella storia in cui la gente disponeva di schiavi (la versione umana, brutale, dei computer) che lavoravano per loro. Altri hanno avuto l’appoggio dei mecenati. Quando anche soltanto pochissime persone avevano ampi spazi di tempo a disposizione per perseguire i propri interessi, il risultato è sempre stato l’esplosione della cultura. L’Età dell’oro di Atene nel tardo quinto secolo a.C., e il Rinascimento in Italia dal quattordicesimo al sedicesimo secolo sono gli esempi più noti. Non soltanto la gente avrà la libertà di dedicarsi ai propri hobby einteressi e sogni, ma un gran numero di loro vorrà anche condivide re i propri talenti. Siamo in tanti ad avere in noi un po’ del gigione. Cantiamo sotto la doccia, prendiamo parte a spettacoli teatrali di dilettanti, oppure marciamo in parata. È mia ipotesi che il ventunesimo secolo svilupperà una società nella quale un terzo della popolazione sarà impegnato nel fornire svaghi agli altri due terzi.

E ci saranno inevitabilmente nuove forme di svago che adesso riusciamo a prevedere soltanto in modo indistinto. È facile pronosticare la televisione tridimensionale. E lo spazio potrebbe diventare una nuova arena di attività. Per esempio, la manipolazione di oggetti sferici di varie dimensioni in una gravità prossima allo zero potrebbe produrre forme molto più complicate di tennis o di calcio. La danza classica e persino i balli di tutti i giorni potrebbero diventare qualcosa di stupefacente e richiedere un nuovo tipo di coordinazione che sarà delizioso da osservare, poiché sarà altrettanto facile muoversi in su e in giù così come lo è oggi muoversi avanti e indietro, o a sinistra e a destra. E cosa ne sarà di chi sceglierà di non spartire le proprie inclinazioni e i propri interessi e vorrà ritirarsi in un mondo tutto suo? Una persona interessata ad apprendere tutto il possibile sulla storia dei costumi, per esempio, sarà in grado di cercare in tutte le biblioteche del mondo da una singola località isolata, e potrà far tutto semplicemente restando là dove si trova. Potremmo allora ritrovarci in una società nella quale un numero senza precedenti di persone sarà costituito da eremiti intellettuali? Potremmo generare una razza di introversi?

Le possibilità che si arrivi a questo sono scarse. La gente che finisce per interessarsi in maniera maniacale a un singolo aspetto del sapere sarà con molta probabilità posseduta da zelo missionario. Vorranno spartire con altri il loro sapere. Già oggi, chi si interessa a una materia poco nota preferisce di gran lunga parlarne con chiunque gli capiti d’incontrare, piuttosto che starsene seduto in silenzio in un angolo. Se mai esiste un pericolo, è quello che un interesse bizzarro finisca per dar vita a un noioso chiacchierone, piuttosto che a un eremita. Non dobbiamo dimenticare la tendenza che hanno coloro che condividono gli stessi interessi a riunirsi, a formare un sottouniverso temporaneo che diventa un rifugio ricco di un fascino speciale.

Negli anni settanta, per esempio, qualcuno ebbe l’idea di organizzare un congresso per gli appassionati di Star Trek, aspettandosi che al massimo vi partecipasse qualche centinaio di persone. Invece gli appassionati vi si riversarono a migliaia (e si supponeva che la televisione fosse un veicolo d’isolamento!). Le riunioni online, nelle quali il veicolo di collegamento è il computer, e la gente è coinvolta in maniera attiva, incontrano allo stesso modo alti livelli di partecipazione.
E fra un convegno ufficiale e l’altro, ci sarà un caleidoscopio di gente collegata in comunità globali dalle comunicazioni computerizzate. Avranno luogo congressi perpetui, nei quali i singoli entreranno e usciranno portando scoperte e idee e andandosene arricchiti. Ci sarà un continuo intreccio di nozioni insegnate e apprese.

Quella che prevedo è una società di intensi fermenti creativi, gente che comunica con altra gente, pensieri nuovi che sorgono e si diffondono a una velocità mai immaginata prima, cambiamenti e novità che riempiranno il pianeta (per non parlare dei mondi artificiali più piccoli che verranno costruiti nello spazio). Sarà un mondo nuovo che guarderà ai secoli precedenti come a un tempo in cui si viveva solo a metà.

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