14 Febbraio Feb 2019 0600 14 febbraio 2019

Massimiliano Parente: "Marcel Proust? È stato il più grande scrittore prima di me"

Lo scrittore 49enne di Grosseto è apprezzato dai critici e amato dal pubblico. Vittorio Sgarbi e Aldo Grasso lo hanno definito un "genio" ma non lo troverete mai nelle classifiche del Premio Strega: "Non voglio mischiarmi con i mediocri"

Massimiliano Parente (1)

State per leggere l’unica intervista a cui non abbia messo mano personalmente – a detta del protagonista – e “la sola che rimarrà nella storia fra 200 anni”, ha precisato. E viene voglia di credergli, vista la sicurezza con la quale a un certo punto risponde. Cosa ha rappresentato per te Marcel Proust? «È stato il più grande scrittore prima di me». Oppure quando, mentre stiamo per salutarci, bisbiglia: «Non so se ti rendi conto che sono il maggior autore vivente». Non pensate che sia un mitomane. Per lui parlano i libri pubblicati e gli elogi di alcuni dei più importanti critici letterari. Oltre, naturalmente, a un pubblico vasto e adorante. E se non lo avete mai trovato nelle classifiche del Premio Strega c’è una ragione: «Non voglio mischiarmi con i mediocri». Massimiliano Parente ha 49 anni, originario di Grosseto (“una città di merda rimasta a Bianciardi”), vive a Roma e ha scritto una monumentale Trilogia dell’Inumano di 1700 pagine che, insieme ad altri volumi, ha fatto urlare al miracolo o scandalizzato.

L’incontro però è fissato a Milano, qualche ora prima della presentazione-evento Max vs Max, il progetto in collaborazione con un altro folle artista come Max Papeschi. Ci incontriamo in un bar a due passi dalla “madunina” e al mio arrivo sta già gustando un gin tonic senza ghiaccio: “Bevo solo quando devo incontrare gente”. L’outfit è quello d’ordinanza: capelli scarmigliati, occhiali da sole giallo fluo e t-shirt di Superman sotto il cappotto. Conclusa l’intervista lo avviso: manca poco alla presentazione. «Prendo un altro gin tonic». Dopo dieci minuti torno a sollecitarlo. Adesso sta iniziando. «Ok. Scusi, mi porta una piadina?» e quando l’ha finita riprovo a smuoverlo. Non sarà tardi? «Sei più preoccupato di me», risponde. Poi ci avviamo e giunti di fronte al Mondadori Store si blocca. «Quanti taxi, ne prenderei uno per scappare». Alla fine riusciamo a salire fino al terzo piano, dove in tanti lo attendevano con i cellulari spianati. Si gira e mi sussurra: «Posso dare la colpa a te del ritardo?».

Partiamo dalle origini. La tua infanzia com’è stata e cosa ha rappresentato per te Grosseto?
Non sono legato a nessun posto. Neanche all’Italia, non ho radici. Neppure sul pianeta Terra. A Grosseto sono rimasto fino a 6 anni, perché con la famiglia ci trasferivamo di frequente visto che mio padre era direttore di banca. Lasciavo spesso degli amici nei vari posti e ciò mi ha creato una ‘sindrome dell’abbandono’. Anche con te, sto pensando a quando te ne dovrai andare e sono già dispiaciuto. Per questo non mi sento legato a niente. Grosseto, poi, è una città di merda. Pensa che mi hanno invitato ovunque per presentare i libri e dove sono nato invece mi snobbano. Sono rimasti a Bianciardi. Vaffanculo! Comunque mi sento più di New York.

Il rapporto con i tuoi genitori?
Mia madre era casalinga. Ha accudito me, questo mostro che cresceva provocandole vari choc, in particolare quando ho iniziato a pubblicare. Quando è uscito Mamma. Romanzo d'amore, soprattutto, per il rapporto estremo di incesto che ho raccontato. Dice di non averlo letto fino in fondo, ma non c’entrava niente con lei. Purtroppo si è trovata nella condizione in cui un genitore non riesce a comprendere del tutto il figlio, perché si chiede da cosa vengano fuori certe storie. Non dipende da lei, ma solo da me. Anche mio padre all’inizio ci ha messo un po’ per metabolizzarmi, però poi è stata la persona più vicina. Perdendo lui ho perso il mio migliore amico.

A parte quel che scrivevi, che figlio è stato Massimiliano Parente?
Nella famiglia d’origine ero un bambino molto legato ai miei genitori e viceversa. Ho creato tanti problemi perché non nascondo mai niente a nessuno. Dai 14 anni tornavo a casa e dicevo: “Ho una compagna”, poi qualche giorno dopo: “Ho un compagno” e ancora: “Ho sia una compagna che un compagno”. E si scatenavano dei terremoti. Dai 21 anni mi sono messo insieme a Mario, lui ne aveva 16, è tutt’ora il mio compagno. Non sono omosessuale, sono un etero che non ha mai accettato la sua eterosessualità. Sono diventato omosessuale per Mario, l’unico uomo che ho avuto, a differenza di tante altre donne. Le due persone più importanti della mia vita sono lui e Maria Sole, la madre di nostra figlia Nina Lu. Viviamo tutti quanti insieme.

Tua figlia a 6 anni ha già fatto domande su questa famiglia allargata?
Non c’è stato bisogno. A tutti dico sempre la verità. Quando ho conosciuto Maria Sole le ho spiegato di Mario e a Mario di Maria Sole. Così come a un’amante dico che ho un compagno e una compagna. Perché siamo liberi di avere degli amanti. Solo che con le amanti diventa un problema, perché vogliono scalare la piramide e a un certo punto il rapporto finisce. Abitiamo in due appartamenti attaccati, in uno Maria Sole con la bambina e nell’altro io e Mario, ma sono talmente collegati che è come vivere insieme. Mia figlia è totalmente abituata a questa situazione. Ha una mamma e due papà. È felice e libera. Non ha schemi. È molto molto più serena di tanti bambini a cui vengono nascoste le cose. Lo scorso Natale stava giocando con una sua amichetta e ho sentito un dialogo bellissimo. Parlavano di Gesù e Nina Lu le ha risposto: “Non mi interessa Gesù, perché riguarda la religione. A me interessa la scienza.

Arriva Max Papeschi: «Tra poco c’è la presentazione, non sarai già ubriaco?» e Parente: «Fammi il test» e allarga le braccia dimostrando di sapersi toccare la punta del naso. «Allora prendiamo un altro gin tonic». Cosa pensi di aver insegnato a tua figlia?
Il valore della verità. Oltre che dei sentimenti, il capire che ci sono cose vere e altre false. E che c’è gente che cercherà di dirti che quelle cose false sono vere. Lei è molto logica, spontaneamente portata alla logica.

Parlami un po’ dei tuoi compagni, Maria Sole e Mario.
Maria Sole gestisce tutto di mia figlia. È l’unica donna meno donna che abbia conosciuto. È molto razionale e mi trovo benissimo. Mario fa un po’ lo zio simpatico, le fa i regali e giocano insieme. Quest’idea che un bambino debba avere una figura paterna e materna non è vera. Deve avere delle figure che comunicano amore. Invece ci sono una marea di coppie etero che comunicano odio. Cosa vuol dire ‘famiglia naturale’? Innanzitutto in natura la famiglia non esiste. Se guardiamo al nostro ‘cugino’ scimpanzé, il maschio scopa con tutte le femmine del suo harem. Mia figlia è cresciuta in una famiglia strana, ma credo verrà su meglio di tanti che sono cresciuti in famiglie cosiddette ‘normali’.

E Mario come ha fatto a convincerti a diventare omosessuale?
Stiamo parlando di un rapporto iniziato quando io avevo 21 anni e lui 16. Mi hanno colpito la sua sensibilità e intelligenza. Ora insegna all’università Letteratura francese. È difficile definire che cos’è l’amore, perché quel 16enne devi poi portarlo avanti razionalmente, visto che le persone muoiono tantissime volte durante l’esistenza. Il Massimiliano e il Mario di 30 anni fa sono morti, ma stiamo portando avanti il testimone di quel rapporto da un Io a un altro Io.

Sei diplomato al liceo artistico e laureato in Lettere. Com’eri a scuola?
L’ho vissuta con grande disagio. Leggevo molto, ma non i libri scolastici. Per esempio quelli proibiti del Marchese de Sade, di Pierre Louys e Henry Miller. Studiavo, certo, ma dando più importanza ad altre letture. All’università ho conosciuto Alberto Arbasino, che è stato importante per la mia formazione linguistica. Oppure Aldo Busi, uno dei primi a cui mi sono rivolto e che mi ha aiutato criticandomi e dandomi consigli. Poi con lui ho rotto, perché non accettava che fossi diventato io, cioè non solamente un suo allievo. Credo sia importante fare un percorso di studi e nello stesso tempo coltivare una propria ossessione, che fa parte della tua cultura ancor più di quello che ti insegnano a scuola.

Quando senti Aldo Busi dichiarare che è “l’unico scrittore italiano” cosa pensi?
Che è un coglione. Perché non è l’unico e nel dirlo non fa nessun altro nome. Citasse altri autori dietro di lui, oppure degli scienziati, invece no. Io se devo fare l’elenco delle persone per me importanti sono molte, sia viventi che morte. Quando dici così, probabilmente, non resterai neanche tu nella storia.

Ti sei laureato con una tesi su Marcel Duchamp. Che ne pensi dell’arte contemporanea?
Molti artisti, tolto Papeschi, giocano sull’ambiguità. Provocano e poi tirano indietro la mano. Come Maurizio Cattelan con Him, l’opera in cui Hitler prega in ginocchio. Perché chiedere perdono o autogiustificarsi? È paraculo. È marketing. Trovo che oggi ci siano molte persone che non hanno capito l’arte. C’è un’idea sbagliata a favore o contro l’arte contemporanea. Ma cosa vuol dire? Dipende da chi! Ci sono singoli artisti che fanno delle cose. Bansky, per esempio, sta dentro un piano dell’arte contemporanea. Come l’opera Bambina con palloncino che si è autodistrutta. Tutti a chiedersi “oddio che è successo?”, ma è quell’autodistruggersi l’opera stessa. Infatti è aumentata di valore. Comunque penso che quello che hanno fatto le avanguardie artistiche nei primi anni del ‘900 sia stato talmente forte che oggi si prosegue su quell’eredità. Non solo Duchamp, ma anche Picabia e Kandinskij, oppure il Futurismo, il Cubismo e il Dadaismo. Se vuoi persino la Pop art è una derivazione di Duchamp. Quella è la modernità. Oggi diventa più complicato, perché in quei decenni sono passati dall’Impressionismo a fare cose pazzesche. Senza dimenticare in letteratura, dove c’erano contemporaneamente Kafka, Joyce e Proust.

Che cos’è per te l’ossessione?
L’ossessione vale per me, per Max Papeschi e per chiunque voglia intraprendere un percorso artistico. È quella spinta che mi porta da 20 anni a svegliarmi alle 4 del mattino e scrivere fino alle 9. E per il resto della giornata a pensare a quello che scriverò il giorno successivo. O hai questo atteggiamento oppure non riesci a fare grandi opere. Proust si è rinchiuso in una stanza per 16 anni. Costa fatica compiere imprese letterarie. Non basta avere solo una idea.

Hai mai pensato di mollare?
Sì, in questo momento esatto in cui stiamo parlando. Sono stanco, le cose che volevo scrivere le ho scritte. Anzi, sono andato un po’ oltre. Alcune non le avevo previste. Parente di Vasco, per esempio (appena uscito per La Nave di Teseo) è stato un lavoro occasionale. Però adesso il mio progetto è di estinguermi. So di avere lasciato una traccia importante nella letteratura e vorrei semplicemente sparire. Lo faccio già ogni settimana. Quando mi invitano in tv a un talk show del cazzo non accetto, anche se mi chiamano ogni giorno. Vado solo a promuovere le mie opere, non sono un opinionista e chiedo del denaro per scomodarmi, perché non sono un venditore porta a porta. Ne ho le palle piene dell’opinione degli altri su ogni cosa, non voglio aggiungere anche la mia.

In questa sparizione rientreranno anche gli articoli per Il Giornale?
Finché mi pagheranno sufficientemente bene continuerò a scrivere articoli. Anzi, diciamolo al direttore Alessandro Sallusti: se la cifra dovesse scendere sotto una certa soglia avverrebbe anche la mia sparizione su Il Giornale. Non mi piace scrivere articoli, lo faccio perché mi pagano bene. Piuttosto vado a pulire le scale da qualcuno, mi costerebbe meno fatica.

Com’è nata la collaborazione a Il Giornale, con il quale hai una esclusiva?
Con i giornali ho iniziato a Il Foglio, poi al Il Domenicale e in seguito è arrivato il primo contratto con Libero. Devo ringraziare Vittorio Feltri. Mi fece un contratto a Libero e dopo poco passò a dirigere Il Giornale e mi chiese di andare con lui. A Libero mi davano 12 mila euro l’anno per 70 articoli, per passare ne chiesi 20mila. Un giorno mi chiamò il direttore amministrativo e disse: “Ha detto il direttore Feltri che non è d’accordo, sono troppo pochi. Gliene offre 44mila”. È l’unica volta che qualcuno mi ha raddoppiato la richiesta. Vittorio Feltri ha il valore dei soldi per sé, ma anche per gli altri. Con lui è nata un’amicizia basata sulla stima reciproca. Mi ha dato molto, anche economicamente. Però non lo stimo solo per questo, lo stimavo anche prima.

Come vivi certi titoli dei suoi giornali e le polemiche che ne seguono?
Non hanno capito come ragiona Vittorio Feltri. In modo non dissimile da Max Papeschi. Quando fa un titolo è dadaista. Sa che tutti si incazzeranno e regolarmente tutti si incazzano. Mi sono sentito in contrasto con i suoi titoli, ma conoscendolo so che a lui di un sacco di argomenti non frega nulla. Pensi che faccia un titolo e sia contro i gay? No, non gliene fotte un cazzo, né dei gay né degli etero. Devo dire che è veramente un liberale, perché non impedirebbe niente a nessuno.

Anche tu sei bersaglio di aspre critiche dei lettori de Il Giornale.
Vengo contestato perché per loro sotto troppo di sinistra e per quelli di sinistra sono troppo di destra. In realtà sono un liberale e libertario. Non sono né di destra né di sinistra. Con questo governo giallo-verde, poi, mi viene voglia di essere da qualsiasi altra parte. Piuttosto Berlusconiano, del Pd, o di qualsiasi altra cosa sarebbe meglio di un governo della mediocrità, dell’incompetenza, del fascio-leghismo. Mi fa vomitare. L’unica volta in cui sono stato d’accordo con Gino Strada è quando lo ha definito “un governo di fascisti e di coglioni”. Anche se obietterei, perché i fascisti non sono anche coglioni?

Cosa hai votato alle ultime elezioni?
Non ho votato, però mi sono pentito. Avrei votato Pd, anzi no +Europa. Sono sempre stato Radicale, l’unico partito che ho votato in 20 anni è quello di Pannella. I Cinque stelle non potrei mai votarli, hanno messo Lino Banfi all’Unesco e il primo lavoro di Di Maio è stato il Ministro del Lavoro. Però i politici sono l’espressione della società, qualcuno lì ce li ha messi.

Hai detto spesso che in letteratura Marcel Proust è stato il tuo primo riferimento. Come mai?
Perché è il più grande scrittore prima di me. Ha scritto il romanzo più importante di tutti i tempi, che finisce con la più grande disillusione di tutti i tempi. Il finale della Recherche è una sorta di buco nero, come ho scritto nel mio saggio L’evidenza della cosa terribile. Una grandissima rappresentazione della morte di ogni cosa. Ha costruito una impalcatura immensa per arrivare a questa fine tragica ed è l’unico a esserci riuscito. A ogni aspirante scrittore direi: leggiti Proust e chiediti se puoi aggiungere qualcosa. Se non hai niente da aggiungere allora non scrivere.

Massimiliano Parente pensa di aver aggiunto qualcosa a Proust?
Sì. Nella Trilogia dell’inumano. Ho aggiunto un utilizzo della scienza in senso esistenzialistico. Da scrittore ho utilizzato la scienza per esprimere una condizione umana, filosofica ed esistenziale che né solo uno scienziato né solo uno scrittore possono fare. Mi sono messo in un territorio inesplorato. Ci sono alcuni scrittori che conoscono la scienza, come Ian McEwan o Piersandro Pallavicini. Ma come fanno gli altri a essere umanisti ignorando l’essere umano?

Non ti si vede mai senza gli occhiali di svariati colori. Sono la tua maschera?
Se tolgo gli occhiali ho una maschera, se li metto torno a essere Massimiliano Parente. Da Marzullo mi avevano chiesto di toglierli. Gli ho risposto: “È come invitare Batman e chiedergli di togliersi la maschera”. Sono prodotti da Danilo Carraro, ne ho 18 modelli che fa solo per me a Venezia. Non ho pensato di brandizzarli con il mio nome, ma solo perché non sono Chiara Ferragni. Forse lo faranno tra 200 anni. È una maschera al contrario, sono io con gli occhiali, anche perché sono un vuoto dentro. Come diceva Andy Warhol: “Se mi guardo allo specchio non vedo niente”.

I critici nei tuoi confronti hanno usato spesso la definizione “genio”.
La parola genio la uso per me, ma non prima che l’abbiano fatto gli altri. L’hanno scritto Gillo Dorfles, Vittorio Sgarbi, Aldo Grasso e tantissimi altri critici. Non l’ho mai usata per primo. E adesso la utilizzo dopo 9 romanzi a cui ho dedicato tutta la mia vita. Possono permettersi di non condividere la definizione, ma i miei detrattori sono nella maggior parte cattolici, per cui persone non tanto intelligenti.

Ai cattolici non hai mai risparmiato critiche. Cosa non sopporti di chi ha fede?
Se vedi una persona che cammina per strada e parla da sola la consideri pazza, giusto? Allora perché se la stessa persona la trovi a parlare da sola in chiesa la reputi un credente? Per me sono entrambi pazzi. In Papa Francesco, però, vedo un aspetto positivo. Cioè che ha fatto uscire allo scoperto i cattolici di destra. La destra che è sempre stata cattolica, con Papa Francesco si è dimostrata lontana dal cristianesimo. Io che scrivo su un giornale di destra ho avuto molta più libertà di criticare il Papa, perché si è scoperto che i cattolici di destra non sono cristiani. Un Papa che cita il Vangelo? Per loro è inaccettabile.

Ci sono poi credenti come Camillo Langone, che scrive su Il Giornale e critica il Papa per ragioni opposte.
Camillo Langone mi fa vomitare. Non mi posso confrontare con lui perché è un totale ignorante, non ha studiato. Professa un cattolicesimo libertino, che si è inventato e non esiste. È fuori tempo massimo, crede in qualcosa che non pratica davvero. È un ipocrita. Nessuna persona intellettualmente senziente non capisce cosa siano l’evoluzionismo e la biologia. Chi li mette in dubbio è uno scemo. Disprezzo anche Giuliano Ferrara, che ha fatto emergere questo personaggio. Ma Ferrara ha portato avanti l’idea di “ateo devoto”, figurati, non si è mai capito cosa significa. Langone innanzitutto non ho capito se ci è o ci fa. Può dire quello che vuole, a me interessa molto la verità. E la traggo dalla scienza. Pensa che la scienza è vera, sia che ci si creda sia che non ci si creda. Quello in cui crede Langone, invece, è vero solo se ci credi. E sono problemi suoi, dovrebbe andare a farsi curare. Mi sembra molto sopravvalutato, perché non ha opere, non ha una bibliografia, ha scritto due librini.

Ha una rubrica fissa su Il Foglio molto seguita, scrive su Il Giornale e altre testate.
Gli articoli non valgono niente. Non considero neanche i miei, figurati se considero i suoi. Sono le opere che valgono. Ci stai sopra quattro anni per crearle. Di articoli ne ho scritti 4mila, ma non sono questi che mi faranno rimanere nella storia. Dostoevskij non sarebbe immortale per gli articoli. Sai quanti anni ha la vita sulla terra?

A questo punto è lui che inizia a ‘intervistarmi’. Ha 5 miliardi di anni? “4 però te la passo. E l’universo?” 20 miliardi. “No, 14 miliardi, però non stai andando male”. Ma cosa c’entra con Langone?
Queste domande le facevo con il fisico Giovanni Bignami per le strade di Roma e nessuno sapeva rispondere. Pensa che i dinosauri si sono estinti 65 milioni di anni fa e l’uomo ha solo 200mila anni. Considera che l’antenato in comune tra noi e gli scimpanzé è di 5 milioni di anni fa. Questa è la verità, altro che quello che scrive Langone. Fa tutto parte di un’idea di fidelizzazione di un certo tipo di destra che elegge a paladini dei personaggi più o meno di destra. Per dire che sono di destra basta non essere di sinistra. In realtà io non sono di destra. La cultura italiana è divisa in due gruppi. Quello di sinistra che copre il novanta per cento e se il restante dieci per cento è rappresentato da Camillo Langone, Vittorio Sgarbi, Stefano Zecchi o Marcello Venezioni, allora il problema è che non esiste una cultura di destra.

Come vivi lo scorrere del tempo? Tra un anno compirai 50 anni.
In maniera terribile. Mi avevano detto che c’era la crisi dei 40, ma nessuno parla di quella dei 50 e poi dei 60 che sarà ancora peggio. È tutto un declino inesorabile. Non posso più bere e fumare come prima, dovrei fare sport. Devastante. Sia fisicamente che mentalmente. Stanno uscendo un sacco di libri, soprattutto di donne, che sostengono come la vita inizi a 50 o 60 anni. Un cazzo! Non è vero niente. Più vai avanti e più è peggio. È inutile che ve la raccontiate. Non oso immaginare cosa saranno i prossimi passaggi. Perché ci vogliono sempre dire che è tutto bello? Non è così. Andiamo incontro al disastro e alla devastazione. Verso l’inevitabile estinzione.

A questo punto Papeschi ci ammonisce: «È ora di andare alla presentazione» e Parente con calma serafica lo tranquillizza: «Vai avanti, cinque minuti e arrivo». Poi chiama il cameriere e ordina un altro gin tonic, il terzo. Inevitabile chiedergli del suo rapporto con l’alcol.
Mi serve a essere lucido. Se non bevo non capisco nulla. Ma quando devo vedere altre persone mi tocca bere. Come fai, sennò, a sopportarle? Mi limito molto, anche perché di solito non esco di casa dieci-quindici giorni per leggere e scrivere e non bevo. Con Max abbiamo organizzato una cosa bellissima a Roma e io ero sempre fuori a fumare, non sopporto le presentazioni. Flaubert diceva, e la trovo una frase adatta a me, che l’autore deve dare l’idea di essere postumo. Quando esco se non bevo mi sento fuori luogo.

Com’è nata la collaborazione con un artista come Max Papeschi?
Ci siano incontrati nel 2017 a una festa a Milano, per la presentazione della Trilogia dell’Inumano. Devo dire che è stato amore a prima vista, come se ci conoscessimo da un sacco di tempo. Tutto è nato da una circostanza curiosa. Io stavo uscendo con Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler e lui con la sua autobiografia. E Max Fontana, il protagonista del mio libro, sembrava la sua descrizione. Avevamo la casa editrice in comune e quando ha saputo del mio libro non l’ha presa bene, perché anche la copertina era simile. Il bello è che, duchampianamente parlando, che era tutto casuale. Entrambi ci chiamiamo Massimiliano, siamo nati nel 1970, stavamo uscendo con qualcosa di molto simile e lui era l’incarnazione del mio personaggio Max Fontana, un altro Max. Insomma, o finiva con una causa legale o che avremmo collaborato. Così è nata la copertina di Scemocrazia, il mio libro del 2018 su come difendersi dal pensiero comune e poi Max vs Max dove Max Papeschi sfida Max Fontana. È nata una amicizia e abbiamo fatto sesso. Lui era attivo e io passivo (scoppia a ridere).

In ogni libro è contenuto un tuo sogno erotico. Un’altra ossessione?
In realtà è fiction. Come con Selvaggia Lucarelli. Devo dire la verità, lei mi piace. Anche se poi le persone che mi piacciono hanno dei limiti. Il primo è che evidentemente io non piaccio a lei. A livello culturale, invece, bisogna fare i conti. Oggi più che mai tutti hanno limiti culturali. Mi trovo a parlare con persone che dicono una stronzata pazzesca e solo per spiegare la verità ci metterei talmente tanto tempo che alla fine lascio perdere. Selvaggia è intelligente, mi attrae, però da quando si è fidanzata mi piace meno. Perché non mi metto mai tra le coppie.

Tra i giovani scrittori vedi qualcuno che spicca?
Sì, due che non hanno ancora pubblicato. Tommaso Sollai e Alfredo Palomba. Ho letto i loro scritti, sono interessanti e spero che escano a breve. Sto cercando di aiutarli, ma non vengono pubblicati perché non mi ascoltano. Però loro due sono autori su cui punterei. Tra decine di cose che mi arrivano ogni settimana non posso leggere tutto, alcune sì. Ma la maggior parte sono da buttare. Non so come facciano gli editori a dire di avere un sacco di manoscritti interessanti. Ci metti due secondi a capire se valgono o meno.

E fra quelli già pubblicati?
Devo dirti che sono stato molto colpito dalla morte di Andrea Pinketts. Ci siamo visti diverse volte a Milano, passando le serate a bere e parlare. Sono rimasto malissimo della sua scomparsa, perché l’ultimo anno non l’ho sentito e non pensavo stesse così male. Era un grande personaggio e molto generoso, andava alle presentazioni degli altri e scriveva prefazioni e titoli per i tanti giovani che gli chiedevano una mano. Una aspetto molto raro. E poi sono amico di Isabella Santacroce, ci conosciamo molto molto bene. Oltre alla sua scrittura è interessante che si auto pubblichi i libri. Isabella è decisamente complessa, l’amica più strana che ho».

Come mai nonostante il genio non si legge il tuo nome nella classifica del Premio Strega?
C’è stato un momento in cui mi è stato proposto di essere in lizza, ma ho rifiutato io. Quando ho scritto L’inumano, doveva uscire per Newton Compton ma ci sono stati problemi di editing e li ho mandati affanculo e così sono passato in Mondadori, quindi in meglio. E poi il Premio Strega è truccato, premiano quello che promuovono gli editori. La gente pensa che il Premio Strega sia dato dai critici. Ma secondo te l’editore ti propone il libro che vende di più o di meno? Però sento che la questione non mi riguarda. Gli unici viventi al mio pari sono Aldo Busi e Alberto Arbasino e nessuno dei due ha vinto il Premio Strega. Allora, perché dovrebbe mai capitare a me? Non voglio confondermi con quella mediocrità.

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