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15 Febbraio Feb 2019 0500 15 febbraio 2019

Ecco perché sono calate le esportazioni tra Italia e Russia (no, le sanzioni non c’entrano)

Il 2018 ha registrato una flessione nelle esportazioni italiane a Mosca. Mentre l’import è aumentato. È vero che l’interscambio è comunque cresciuto, ma il segnale per le imprese italiane non è positivo

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Sergei CHIRIKOV / POOL / AFP

Il mercato è grande, il potenziale enorme. Eppure non tutto va per il verso giusto. Anzi: nonostante le buone cifre snocciolate da Sergej Razov, ambasciatore straordinario e plenipotenziario in Italia e San Marino, presente al VII seminario italo-russo di Milano, organizzato da Conoscere Eurasia in collaborazione con Intesa Sanpaolo (e la sua ramificazione russa), l’export del made in Italy nel 2018 ha visto una flessione.

Per la precisione, secondo i dati Istat elaborati da Conoscere Eurasia e snocciolati da Antonio Fallico, presidente dell’Associazione Conoscere Eurasia e di Banca Intesa Russia, il 2018 ha visto un interscambio totale di 21,4 miliardi di euro, registrando una crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Ma le esportazioni italiane sono calate del 4,5% rispetto al 2017 – una cifra che si aggira intorno ai 7,6 miliardi di euro – mentre sono aumentate, e di gran lunga, le importazioni (+12%), per un totale di 13,8 miliardi di euro. Insomma, il saldo commerciale è positivo ma le esportazioni non vanno. Anzi, scendono.

Come è logico, anche l’export della Lombardia (che pure rimane la regione capofila del Paese) è rimasto sotto (-3,4%) e il calo ha riguardato in particolare il settore dei macchinari e del tessile. Una situazione in cui, avverte Fallico, bisogna intervenire. Serve «riconsiderare il ruolo della Russia. Non è solo un mercato di arrivo, ma anche un ponte verso Eurasia e Cina».

Eppure l’impegno c’è, e da tempo: Walter Fontana, governatore della Regione Lombardia della Lega e anche lui presente all’incontro, ha sottolineato che «quando c’è la Russia, sono sempre in prima fila». Ne loda il ruolo geopolitico nella risoluzione dei conflitti internazionali (alludendo, a quanto pare, alla situazione siriana) e arriva alla conclusione, consueta, sulle sanzioni: «Sono meritevoli di essere revocate». Da parte sua, Sergej Razov ricorda i buoni rapporti tra i due Paesi, «migliorati ancora di più con il nuovo governo», che ha ricevuto perfino l’onore (doppio) di vedere il presidente del Senato e il presidente del Consiglio parlare di fronte all’Assemblea russa. «Entrambi riscuotendo grande interesse». È una relazione armoniosa che si sviluppa in un altrettanto armonioso scambio culturale, turistico, gastronomico: «L’Italia è amata da noi. E visto che oggi è San Valentino, vorrei dichiarare questo amore».

Applausi. Ma allora cosa non funziona? C’è il problema delle sanzioni e delle controsanzioni, certo. Ma come spiega Fallico, non esaurisce la questione C’è anche una questione di concorrenza. In Europa i Paesi hanno un doppio standard con la Russia, un atteggiamento duale. Da un lato, quasi per ortodossia, dichiarano una presa di distanza da Mosca e dalle sue politiche. Dall’altro, però, cercano in tutti i modi di conquistarne le quote commerciali. «Perché il business viene sempre prima di tutto», spiega.

E l’Italia, il cui governo pure vanta legami di amicizia e si batte per l’abolizione delle sanzioni, «è rimasta fredda, per esempio, nel caso del North Stream II». Eni era stata la prima a sedersi al tavolo per le trattative ma poi, ritenendo che il nuovo condotto avvantaggiasse la Germania aumentando i prezzi del gas dell’Italia («Considerazione secondo me errata», dice Fallico), ha deciso di rinunciare. «Adesso la pipeline si farà e l’Italia ne è fuori».

Del resto, anche solo guardando i dati delle imprese presenti sul territorio si vede che le posizioni sono diverse: l’Italia ha 500 imprese in Russia, la Germania ne ha registrate più di quattromila. La Francia 2.500. Eppure, nell’Ue, siamo noi il secondo partner commerciale più importante (sempre dopo la Germania). «Serve intervenire», insomma. «intercettando la domanda russa». Magari, appunto, guardando anche più in là.

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