16 Febbraio Feb 2019 0600 16 febbraio 2019

Anche i farmaci sono maschilisti: ecco perché servono medicine su misura per le donne

Le donne sono le maggiori consumatrici di farmaci ma quelli che assumono sono stati studiati prevalentemente su un tipo di maschio bianco, di circa 70 kg

Farmaci Salute_Linkiesta

Le donne sono, oggi, le maggiori consumatrici di farmaci. Eppure, i farmaci che assumono sono stati studiati prevalentemente su un campione maschile. Su un tipo di maschio bianco, di circa 70 kg, per la precisione. Ma non è tutto, perché la sperimentazione clinica (così si chiama la fase di sperimentazione effettuata sugli esseri umani) non è che la fase finale della lenta e scrupolosa filiera che può condurre alla messa in commercio del farmaco. La sottorappresentazione del campione femminile nella ricerca biomedica riguarda anche le fasi di studio che precedono la sperimentazione clinica, vale a dire la ricerca preclinica, che viene sviluppata utilizzando modelli cellulari in vitro e modelli animali in vivo. Ancora oggi, tra i banconi di laboratorio dove vengono condotti i primi studi sui farmaci, viene rispettato di rado l’equilibrio tra maschio e femmina del campione utilizzato. In questa fase della sperimentazione, il problema riguarda il sesso degli animali su cui vengono condotti gli esperimenti, o il sesso del donatore nel caso di un tessuto o di una linea cellulare su cui viene sperimentato un farmaco.

Ma è veramente così importante il sesso negli studi di ricerca biomedica? Sì. E non solo nella ricerca biomedica, ma in una dimensione sanitaria ben più ampia, in cui parlare di sesso è fortemente riduttivo. I maschi e le femmine, gli uomini e le donne, pur essendo potenzialmente affetti dalle stesse malattie, manifestano sintomi, progressione e risposte ai farmaci molto differenti. Tale asimmetria, riconducibile tanto a differenze legate al sesso, quanto a differenze legate al genere, rappresenta l’oggetto di studio della cosiddetta “medicina di genere”, una disciplina che ha acquisito negli ultimi anni un rilievo considerevole a livello internazionale e nazionale grazie alle iniziative promosse, tra gli altri, dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità. Il cardine della medicina di genere consiste quindi nella consapevolezza che esista una asimmetria tra uomini e donne in termini di salute e che questa asimmetria non sia riconducibile esclusivamente alla dimensione del sesso – quindi all’insieme di tratti biologici e riproduttivi, ma anche a fattori sociali, culturali, economici, ambientali e relazionali che rientrano nel termine “genere”.

Le donne assorbono, metabolizzano ed eliminano i farmaci con modalità che si discostano dallo standard maschile. Ma la donna non è la copia dell’uomo, come il bambino non è un adulto in miniatura.

Le differenze legate al sesso riguardano aspetti biologici, fisiologici e anatomici: il corpo maschile è differente da quello femminile. Proprio per questo motivo, ad esempio, le donne assorbono, metabolizzano ed eliminano i farmaci con modalità che si discostano dallo standard maschile, sulla cui base è stata tarata la maggioranza dei farmaci. Che le donne si avvalgano di dosaggi e prescrizioni basate su un modello prevalentemente maschile, che non tiene conto, quindi, della specificità biologiche del corpo femminile, fa emergere delle criticità a livello medico ed etico che meritano una adeguata considerazione. Perché la donna non è la copia dell’uomo, come il bambino non è un adulto in miniatura.

Gli studi clinici di fase I, in cui per la prima volta il farmaco viene testato su una popolazione umana, sono volti prevalentemente a stabilire la dose e ad analizzare la tossicità del farmaco. Questo tipo di studi, che hanno una elevata probabilità di causare effetti collaterali, hanno registrato una forte sottorappresentazione della popolazione femminile. La limitata inclusione delle donne nella sperimentazione di farmaci, che non si riduce alle fasi I, è prevalentemente legata a motivi sociali, ambientali, economici e biologici tra cui le variazioni ormonali e la possibile esposizione a gravidanze. La sperimentazione condotta nell’uomo evita di dover considerare tali variabili, eppure bisogna tener presente che questi stessi fattori rappresentano caratteristiche reali delle donne che assumeranno i farmaci una volta commercializzati. Per quanto l’importanza dell’inclusione della popolazione femminile nella sperimentazione clinica sia diventato un tema di grande rilievo a livello internazionale, allo stato attuale pochi farmaci riportano una differenziazione di dosaggi in base al sesso/genere nelle schede tecniche e questo fattore ostacola l’individuazione di una terapia ottimale per il singolo e la singola paziente.

Se il sesso rappresenta, come abbiamo visto, un fattore determinante nell’asimmetria tra maschio e femmina in ambito sanitario, il genere non è da meno. Per genere si ntende una rete di tratti culturali, sociali, psicologici, ambientali e relazionali che la società attribuisce, in maniera differente, ai due sessi. Differenza che, per quanto possa sembrare ad alcuni superficiale, gioca un ruolo centrale nella ricerca biomedica e, più generalmente, nella salute. Alle donne e agli uomini vengono infatti attribuiti ruoli differenti che si declinano, per esempio, all’interno di contesti culturali, educativi, socioeconomici. Ad esempio le donne, oltre a svolgere, nella maggior parte dei casi, un lavoro retribuito, sebbene ricevano un compenso che il più delle volte risulta proporzionalmente inferiore rispetto all’uomo, sono tradizionalmente legate ad una dimensione di lavoro non retribuito relativo alla cura della famiglia e della casa. Le donne svolgono, generalmente in misura maggiore rispetto all’uomo, mansioni relative alla gestione dei figli, ove presenti, e all’assistenza dei genitori. Situazione, questa, che va considerata all’interno di un contesto più ampio: le donne si fanno carico di questi compiti perché ciò rientra nel ruolo che, nella maggior parte dei casi, la società attribuisce loro e, di fatto, si aspetta da loro (l’importanza del genere, per l’appunto). A questo proposito è opportuno rilevare che il “caregiver”, così è chiamato un familiare che si prende cura, in maniera gratuita e su base quotidiana, di un parente non autosufficiente, sia ricoperto nel 70% dei casi da figure femminili (mogli e figlie tipicamente). Il peso assistenziale ha notevoli risvolti in termini di salute: studi hanno rivelato che il caregiver è maggiormente esposto a sviluppare patologie come depressione, insonnia e disturbo d’ansia. Un ruolo così determinante all’interno della struttura familiare, sia esso di natura assistenziale o semplicemente gestionale, sottrae tempo e aggiunge stress che possono influire negativamente sulla salute, soprattutto e considerati sul lungo periodo.

Uomini e donne tendono a rapportarsi al loro corpo e al loro peso in maniera differente: mentre le donne sono portate a curarsi di più del loro aspetto fisico e quindi a controllare l’alimentazione consumando più regolarmente frutta e verdura, gli uomini sembrano attribuire meno valore a questo fattore, rinunciando più raramente ad alcolici o bibite gassate

Un altro aspetto in cui emerge con evidenza come la differenza di genere rivesta un ruolo determinante riguarda le abitudini alimentari, in cui uomini e donne differiscono sensibilmente. Il ruolo marcatamente asimmetrico che i canoni di bellezza attribuiscono al peso corporeo tra uomo e donna impone a queste ultime una gestione generalmente più rigida rispetto alla controparte maschile. Uomini e donne tendono a rapportarsi al loro corpo e al loro peso in maniera differente: mentre le donne sono portate a curarsi di più del loro aspetto fisico e quindi a controllare l’alimentazione consumando più regolarmente frutta e verdura, gli uomini sembrano attribuire meno valore a questo fattore, rinunciando più raramente ad alcolici o bibite gassate. Quando si tratta di peso, la società impone standard genere-specifici che possono influire negativamente sulla salute: ad esempio, la donna è maggiormente portata a percepire il sovrappeso come un fattore di imbarazzo o di disallineamento rispetto ai modelli proposti e imposti, percezione che può rischiare di sfociare in disturbi alimentari, meno frequenti nell’uomo. Ma gli “svantaggi” non sono solamente a carico della donna: diversi studi condotti sulla differenza di genere nel consumo di bevande alcoliche indica che gli uomini adulti sono maggiormente portati a consumare alcolici e sono maggiormente esposti a sviluppare problematiche relative a questa abitudine.

È quindi chiaro come tanto il sesso, quanto il genere, rappresentino fattori determinanti per la salute. Tale consapevolezza impone la necessità di sviluppare un percorso che in termini di ricerca, prevenzione, diagnosi e cura sia in grado di rispondere ai bisogni reali degli individui che ne usufruiscono, a prescindere dal genere e dal sesso. E’ proprio questo l’obiettivo della medicina di genere, che non vuol dire medicina dedicata alle malattie sesso-specifiche, vale a dire quelle che colpiscono esclusivamente la donna (come ad esempio le patologie legate a mammella, utero, ovaie), o l’uomo, (ad esempio patologie legate alla prostata). Al contrario, la medicina di genere si occupa delle differenze legate tanto a una dimensione biologica quanto socioculturale che intercorrono tra uomini e donne e delle loro implicazioni sullo stato di salute e di malattia. Sono stati compiuti importanti passi in questa direzione, a livello nazionale e internazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) già nel 1998 aveva inserito nell’Equity Act la medicina di genere per favorire lo sviluppo dell’appropriatezza delle cure. In Italia, l’importanza della medicina di genere sta acquisendo sempre più rilievo, basti pensare che all’applicazione e alla diffusione di questa disciplina è dedicato un articolo della cosiddetta legge Lorenzin. Oltre agli investimento nello sviluppo della medicina di genere da parte delle istituzioni nazionali, è però necessario che un interesse si diffonda nelle nostre vite quotidiane, tra le maglie del tessuto sociale, socio-economico e culturale, in cui le differenze di genere e i ruoli genere-specifici sono fortemente radicati.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook